uno dei miei primi racconti, 1996


LOLITA


 

 

 

 

Gli altri bambini ridono. Lei è proprio grassa. Lei si chiama Lolita.

Lei é proprio grassa e si chiama Lolita. Il suo ridicolo vestito a balze e fiori tira dappertutto; le ascelle e il collo  stanno  dentro il tessuto sintetico bagnato di sudore come i piedi dentro le scarpine di vernice con i cinghietti che le segano le caviglie. L’elastico che dovrebbe segnare la vita sta sotto al seno, che c’è già, perché lei è proprio grassa, e perché lei ha già dodici anni, anche se fa ancora quinta elementare, ma non è stata colpa sua: è per via di tutti i trasferimenti e tutti i traslochi che è indietro di un anno. Anche se adesso alla scuola dell’ obbligo non bocciano più nessuno. C’è solo lei che è indietro di un anno. Ma non è stata colpa sua. È stato per via dei traslochi, da Torinocentro a Torinomirafiorisud, poi a Cuneo città, poi lì in quel paese dove gli affitti costano ancora di meno: è un paese con le torri, su un fiume, che è in realtà un torrente, ma Lolita lo chiama fiume.

A Lolita quel paese piace molto. È un paese piccolo, con le torri, circondato dalle colline. E poi c’è il fiume. Lei, quando non ha niente di meglio da fare e quando è troppo triste per fare qualcosa di meglio, va giù fino al fiume, si siede sull’erba e guarda l’acqua passare.

Lolita ha fame. Ha questa sensazione di buco, di dolore. Ha la stessa fame atroce e incolmabile dei naufraghi e dei traversatori di deserti.

L’ultima ora c’è stata ginnastica che di tutte le agonie è la peggiore. La maestra si arrabbia, le dice che deve smettere di mangiare, le fa vedere le statistiche, le dice che morirà di infarto e di diabete; lei non riesce a correre, gli altri bambini ridono, la maestra si arrabbia sempre di più. Dio le manderà il diabete e l’ infarto a punirla di tutta la Nutella, mangiata quando non si ha veramente fame. La maestra spiega che bisogna mangiare solo quando si ha veramente fame: quando la fame viene dallo stomaco e non dalla testa. Lolita non capisce: la sua fame è sempre uguale: è la fame totale del naufrago e del traversatore dei deserti. Il suo stomaco per la fame si contrae; il vuoto del suo stomaco riempie il cervello, occupa tutto lo spazio disponibile: non resta più niente per l’analisi grammaticale e le divisioni. Quando non mangia Lolita pensa a cosa si potrebbe mangiare, perché é l’unica cosa che potrebbe riempire la sofferenza del suo vuoto, che ha dentro da quando ha memoria, e che a ginnastica diventa ancora più buio e infinito, come i buchi neri intergalattici, quelli che inghiottono luce, astronavi e meteoriti. Qualche volta Lolita  guardava Stark Trake alla televisione, a casa di suo papà, che è grasso come lei. Se ne stavano sul divano a mangiare biscotti e qualche volta uno o due o anche quattro o cinque Bounty, che è un dolcino che dentro ha il cocco e fuori il cioccolato. Ma adesso papà è troppo lontano: lei può andare a vederlo solo per le vacanze d’estate. La domenica non è più possibile e domenica si sta con mamma che è sempre incazzata nera per non potersele mai levare dai piedi, lei e sua sorella Morgana. Ma soprattutto lei, perché Morgana è magra e carina, e farà l’attrice. Anche la mamma ha fatto l’attrice. Era già stata la seconda ragazza del bar, la terza ragazza della coda e il cadavere della prostituta morta, che è una parte difficile perché bisogna stare senza respirare e con gli occhi girati all’indietro. Ma poi era arrivata Lolita , la mamma si era sposata e di fare l’attrice non si era più parlato. Adesso mamma fa la parrucchiera, in quel buco dove gli affitti costano meno, dove però Lolita  può guardare l’acqua del fiume e pensare a papà che è grasso come lei e guarda Stark Trake alla televisione.

Lolita trascina i piedi sotto il sole di maggio, mentre il sudore macchia i fiori del suo ridicolo vestito, verso una casa dove la aspettano duecento grammi di fagiolini sconditi, centocinquanta grammi di fesa di tacchino ai ferri e duecento grammi di mela, che non fa neanche una mela intera, ma solo metà. L’unica cosa che riempie la sua testa e la sua bocca è il sogno di affondare i denti nel cocco e nel cioccolato. Anche al suo papà piacciono i Bounty. Avere un Bounty sarebbe un po’ come stare con papà, ma il  Bounty costa milleduecento lire e Lolita  non le ha. Continua a trascinarsi verso i fagiolini, sotto il sole, con il cocco e il cioccolato che riempiono tutte le circonvoluzioni della sua corteccia cerebrale, dai lobi frontali  a quelli olfattivi: se in quel momento una fata buona occupasse il sentiero a chiederle cosa vuole, Lolita  non riuscirebbe neanche più a chiedere di essere magra, riuscire a correre, sapere le divisioni, essere la seconda ragazza del bar o la prostituta morta: lei chiederebbe solo milleduecento lire per il Bounty. Ha preso il sentiero che scende al fiume e che allunga un po’, sia per evitare gli altri bambini, sia perché di lì passa vicino al bar "Da Ada" dove il Bounty ce l’hanno; anche se le milleduecento lire non le ha, almeno al Bounty gli passa vicino.

Sul sentiero la fata non c’è. C’è un uomo che Lolita  conosce e ha già visto, anche se non sa il suo nome. L’uomo non le piace. Ha i denti che mancano e una vecchia moto e puzza. La moto è lì, vicino a lui e lui sembra che stia aspettando proprio lei. Le sorride con i quello che gli rimane dei denti, la saluta, l’odore dei suo alito pieno di vino e dei suoi denti marciti investe Lolita, che però non osa né scansarsi né scappare. Se ne resta lì avendo l’impressione ,lei che è grassa e morirà di diabete e mai farà la prostituta morta, di non avere neanche l’elementare diritto di andarsene davanti a quell’uomo che non le piace e puzza, ma che aspettava proprio lei, perché sa il suo nome, le dice che è proprio carina, che ha un nome carino; ha lo stesso nome di una bimba molto carina che sa essere carina con gli uomini. Lolita  sa che il suo è un nome per fare l’attrice o per il concorso "La bimba che più somiglia a Barbie", che però lei non ha fatto perché a otto anni pesava già trentotto chili e non era il caso. Lolita   sente l’alito dell’uomo sulla faccia e le sue mani sul vestito a fiori: vorrebbe scappare, ma è paralizzata: c’è l’orrore di " offendere qualcuno", l’impressione che questo non sia un diritto che le tocchi. Le mani la toccano nelle mutandine, poi tornano sopra il vestito e le fanno male attraverso la stoffa alle punte dei seni. Quando l’ uomo coi denti che mancano cerca di leccarle la bocca Lolita riesce a scostarsi e si mette a piangere. L’uomo coi denti che mancano si mette a ridere, le dice che è una brava bambina, le mette in mano duemila lire e poi se ne va, ridendo, sulla sua moto; le dice a domani. Ma lei domani non ci sarà, farà l’altra strada. Ma sull’altra strada ci sono i due fratelli Bogiatto, Casalegno Cristina e Bagarat Giorgio che le camminano dietro dicendole che è la merda di un ippopotamo e il vomiti di un elefante. Lolita non riesce a smettere di piangere. Non riesce neanche a andare al bar a comprarsi il Bounty, resta lì a piangere, fino a che non si accorge che non c’è solo lei a piangere. C’è un altro pianto mischiato al suo, un guaito che i suoi singhiozzi hanno coperto, ma che diventa sempre più forte. Lolita si guarda attorno. Vicino a lei scorre il fiume; al centro del fiume sta passando qualcosa che si dibatte e piange: c’è qualcosa di vivo dentro un sacco. Ecco cosa faceva l’uomo coi denti che mancano: era venuto a annegare qualcosa di vivo. Lolita ne è sicura. La rabbia che non ha osato pensare per quello che l’uomo ha fatto a lei la invade ora per quello che l’uomo ha fatto col sacco. È un uomo immondo, che, lui sì, dovrebbe crepare. La rabbia annulla anche la cortesia. Lolita per la prima volta in vita sua se ne strafotte di non esere una brava bambina. Adesso Lolita lo picchierebbe a sangue se ce l’avesse di fronte, ma adesso non c’è tempo; c’è qualcosa di vivo che sta morendo.

Lolita sa nuotare. Lolita ha imparato a nuotare a sei anni e anche nello sfascio di tutti i trasferimenti in posti sempre più lontani dove l’affitto costava sempre di meno, ha perso la scuola normale, ma mai quella di nuoto, perché la mamma ci tiene: è l’unica speranza di farle perdere del peso, l’unica possibilità di bruciare qualcuna delle calorie costituenti e suoi mostruosi sessantasei chili. Non ha mai fatto gare perchè la sua specialità non è la velocità, ma il fondo. Lei sì, contrariamente al Titanic, è inaffondabile. I suoi mostruosi sessantasei chili non esitano un secondo a fiondarsi in acqua. L’acqua è gelata ma lei ce la fa. La corrente la trascina, ma tanto trascina anche il sacco davanti a lei nella stessa direzione e con la stessa velocità. Lolita agguanta il sacco, lo tira via verso la riva. Il freddo è terribile, ma lei si sente benissimo: è come se l’acqua avesse lavato via l’ uomo coi denti che mancano, le sue mani e il suo fiato. La fatica ora è micidiale, perchè deve sottrarre se stessa e il sacco alla forza della corrente che vorrebbe tenerla la centro del fiume, ma neanche un attimo Lolita ha l’impressione di non farcela o ha paura. Lolita sente la sabbia sotto  i piedi, trascina il sacco all’asciutto, ma non riesce a aprirlo: è legato stretto, le sue mani gelate non ce la fanno a scioglierlo. È all’altezza del bar. Entra "Da Ada" grondante d’acqua e col suo sacco in mano. La signora Ada è sola perché a ora di pranzo in quel buchetto in riva al fiume non c’è mai un accidente di nessuno. La signora Ada capisce a volo la situazione, che peraltro è lapalissiana, si precipita a buttare un golf attorno alla bambina e a cercare le forbici per il sacco. Dentro al sacco c’è un cucciolo di micino. Dentro al sacco c’è il più bel cucciolo di micino che sia mai esistito al mondo da quando il mondo è cominciato. Appena si è un po’ ripreso il micio, che in realtà è un micio qualsiasi, ma di questo Lolita, tanto, non si accorgerà mai, comincia a fare tutte le cosa che fanno i cuccioli, dallo strofinio alle fusa, probabilmente con il compito evoluzionistico di garantire la simpatia degli astanti. La signora Ada scalda il latte per tutti, fa spogliare la bambina e la veste con un paio di jeans e una maglietta suoi, che le stanno decentemente larghi e comodi, e la guarda  giocare felice col gattino.Le dice che nuota benissimo, che ha un coraggio da leone e poi dice la frase magica. La frase magica non c’è nella vita di tutti, succede solo ad alcuni: è la frase che ti cambia il corso del’esistenza, che ti rimette sui binari, la psicoterapia a seduta unica. Forse lei la dice per caso, forse apposta, perché uno non passa la vita dietro il bancone di un bar senza finire per capire qualcosa di quello che passa nella testa delle persone.

La signora Ada guarda Lolita e dice :- Per fortuna che non sei magra: una persona magra non ce l’avrebbe mai fatta, nel fiume, l’acqua è troppo fredda e c’è troppa corrente.-

Lolita resta folgorata. Guarda il cucciolo, che, senza di lei, non sarebbe più vivo. Ha dato la vita al gattino non nonostante sia grassa, ma perché è grassa. I suoi sessantasei chili non sono più mostruosi perché hanno garantito la sopravvivenza  alla bestiola. Mai più i suoi sessantasei chili saranno mostruosi. Lei nuota benissimo, ha un coraggio da leone e ha sessantasei chili da opporre alla forza del fiume. Lolita  è immersa nella sensazione di essere felice.

E a quel punto, forse per caso, forse per intuizione, forse perché gli angeli custodi magari esistono, e anche i mambini sovrappeso ne hanno uno, anche Lolita dice la frase magica. Dice :- Lei sarebbe una magnifica mamma. –

La signora Ada non può spiegarle che lei di bimbi non può averne perché il suo uomo è già sposato a un’ altra e di bimbi da lei non ne vuole, avendone già altri per conto suo, ma la frase l’ha colpita come una mazzata, l’ha riempita di una nostalgia acuta per una sogno che ormai considerava archiviato, ma che forse archiviato non è .

Lolita se ne va e la signora Ada se ne resta lì a pensare, alla vita e ai sogni, alla vita, che è una sola, e ai sogni, a cui non bisogna rinunciare mai.

La signora Ada continua a pensare, sta pensando che potrebbe anche strafottersene delle esigenze altrui e che se il Padreterno le ha dato l’impulso a riprodursi avrà pure avuto i suoi buoni motivi.

Lolita torna a casa. Attraversa il paese con i jeans e la maglietta e sulla piazza principale incrocia i fratelli Bogiatto e Cristina che vengono a guardare il micino e a fargli le feste. Lolita non sa cosa dirà a sua madre, ma sa che riuscirà a tenere il micino: si impegnerà a perdere venti chili, a fare i piatti, a fare le permanenti, ma ce la farà. In quel momento passa la moto con  l’ uomo coi denti che mancano. Lolita si china, raccoglie un sasso e lo centra in pieno. L’ uomo coi denti che mancano non si gira nemmeno e fila via più veloce che può.

 

 

 sdm

Comments

  1. Gli angeli custodi esistono: quello che non sappiamo è che siamo noi, che lo diventiamo nel momento in un cui incrociamo quel qualcuno a cui dobbiamo dare il nostro passaggio.

    E dopo riprendiamo la nostra strada, un po’ più forti di prima. E più felici.

  2.  Torno dalla montagna e mi trovo come sorpresa due dei tuoi racconti… *-* fantastico questo e fantastico quello che hai pubblicato oggi.

    Salvati al volo sul telefonino ipertecnologico di terza mano per averli sempre con me da leggere in autobus.

     

    Nensi più assistenti piumati

  3. Grazie!!! Questi racconti saranno inseriti nel libro Istruzioni per rendersi felici.

    Domani ripubblico Fiori.

    Li aveva pubblicati la rivista inchiostro.

    Mandavo un racconto e poi il mese dopo mi precipitavo a comprare la rivista per vedere se era stato pubblicato.

    Ho cominciato così.

    Purtroppo in Italia non c’è la tradizione fortissima negli USA del racconto pubblicato su giornale, quotidiano, settimanale femminile, settimanale di politico o di sport. Tutti gli scrittori statunitensi ( o quasi) hanno cominciato con il racconto.

    In Italia abbiamo straordinari narratori di racconti e novelle, da Pirandello a Primo Levi, e i racconto è un genere che amo moltissimo. La capacità di raccontare una storia in poche pagine.

    Il nome Lolita è spesso usato stolidamente come nome piccante, in realtà, in tutto e per tutto, è il diminutivo di Dolores, dolore.

     

  4.  Adesso gli autori in erba pubblicano su siti dedicati alle FanFiction che ospitano anche lavori originali.

    Silvana, sai cosa sono le Fanfiction? 

     

    N.

  5.  Sono storie che vengono scritte prendendo spunto e ispirazione da libri e film. E’ un fenomeno portato avanti dai fan, a scopo di divertimento e come tributo alle storie e ai personaggi amati. A volte si usa solo l’ambientazione con personaggi di propria invenzione, a volte si cerca di creare nuove avventure tentando di rimanere il più possibile fedeli ai personaggi della storia da cui ci si ispira. A volte sono "missing moment", momenti che lo scrittore della serie originale (o il regista) non ci descrive e che i fan cercano di completare riempiendo quel "momento mancante".

    Ho reso l’idea?
     

  6. Come sono contenta che esisti! Un abbraccio forte. Caterina

  7. Con la bocca piena di panpepato, in assoluto il mio dolce preferito, grazie!!!!!!

     

    Scusate, la facciamo anche per la saga quella roba lì dove ognuno mette le cose alternative? Bisogna fare un sito o basta un blog?

    sdm

     

  8.  Non ti conviene un forum, Silvana?

     

  9. Quella cosa, suppongo siano le fanfiction, ed è una cosa che i fan fanno da soli, meglio se l’autore non ci mette mano. E comunque è un po’ tardi per dire "le facciamo" perchè ci sono già (poche, ma ci sono): http://www.efpfanfic.net/categories.php?catid=1569&parentcatid=1569

    uno a cui non piace quello che scrivi ma come lo scrivi sì, e da bestia anche 🙂

  10. Triste. Bellissima. Complimenti!

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