ricordo degli atleti israeliani

Ieri sera alle ore 20 davanti alla Sinagoga di Torino abbiamo commemorato gli undici atleti israeliani massacrati a monaco. Sono stati letti i loro nomi, una candela è stata accesa ad ogni nome, e sono state lette le loro storie. Poche parole, certo, ma sufficienti perché quegli uomini entrassero per sempre, perché sapessimo quanti bambini hanno lasciato, perché sapessimo quali di loro erano gli unici superstiti di famiglie, ma forse sarebbe meglio dire stirpi, sterminate dalla Shoà.

  1. David Berger, 28 anni, pesista, nato negli Stati Uniti d’America e recentemente emigrato in Israele
  2. Ze’ev Friedman, 28 anni, pesista, nato in Polonia e sopravvissuto alle persecuzioni razziali
  3. Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di lotta greco-romana, padre di due figlie
  4. Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, nato in Unione Sovietica, cittadino israeliano da pochi mesi
  5. Yossef Romano, 31 anni, pesista, nato in Libia, padre di tre figli e veterano della Guerra dei Sei Giorni
  6. Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera, nato in Israele, padre di quattro figli
  7. Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di tiro a segno, nato in Romania, aveva perso la moglie e una figlia durante le persecuzioni razziali
  8. Mark Slavin, 18 anni, lottatore, nato in Unione Sovietica ed emigrato in Israele nel maggio 1972
  9. André Spitzer, 27 anni, allenatore di scherma, nato in Romania e padre di una bimba di pochi mesi
  10. Yakov Springer, 51 anni, giudice di sollevamento pesi, nato in Polonia e unico sopravvissuto del suo nucleo familiare alle persecuzioni razziali
  11. Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana, nato in Israele

Questi uomini erano andati a Monaco a rappresentare non solo il piccolo stato di Israele, ma l’enorme tragedia della Shoà. Il significato della loro presenza non sarebbe stata  la stessa se le Olimpiadi fossero state fatte in un’altra nazione. Erano in Germania, il luogo i cui abitanti avevano considerato gli ebrei, i corpi degli ebrei, degni solo  della morte. Questi uomini erano andati  a mostrare la loro forza in nome di un popolo che la Germania avrebbe voluto cancellare, in nome di una nazione che un terzo del mondo, ed è in terzo peggiore, vorrebbe distruggere.

Dopo il massacro, mentre le vedove piangevano i loro sposi, i figli i padri persi per sempre, le olimpiadi non si sono interrotte. Il mondo ha giocato a palla e corso i centro metri sul luogo dove l’ennesimo sangue di ebrei è stato versato sul suolo tedesco.

Queste sono state  le parole pronunciate in Sinagoga dal Rabbino  Alberto Moshe Somekh. Nella corrispondenza dei numeri la storia delle origini e quella attuale si saldano, dimostrandoci come ovunque ci sia un disegno che ci indica la strada e ci fa sapere che non siamo dispersi.

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Commemoriamo questa sera gli undici atleti della squadra israeliana alle Olimpiadi di Monaco 1972 a quarant’anni dalla loro tragica fine.  C’è a ben vedere un legame stretto fra la tristissima occasione che ci ha richiamato qui e il calendario sinagogale di questa settimana. Anzitutto perché ci troviamo nei “nove giorni” all’inizio del mese di Av, a proposito dei quali i nostri Maestri hanno sentenziato: “Da quando comincia Av si riducono le manifestazioni di gioia” (Mishnah Ta’anit 4,6) in memoria del Bet ha-Miqdash distrutto. Questo periodo assurge a simbolo della memoria delle numerose tragedie nazionali che il nostro popolo ha vissuto nell’arco della sua lunga Storia, dall’inizio della Diaspora alla cacciata dalla Spagna per limitarci ad alcuni esempi salienti.

 

Ma non solo. La Parashat Devarim che si legge questo Shabbat esordisce con i versetti seguenti. “Undici giorni ci sono dal Monte Sinai, attraverso il Monte di Se’ir, fino a Qadesh Barnea’. Il primo giorno dell’undicesimo mese del quarantesimo anno dall’Uscita dall’Egitto Moshe disse ai Figli d’Israel tutto ciò che H. gli aveva comandato di dir loro” (1, 2-4). L’analogia dei numeri undici e quaranta è sorprendente!  Rashì commenta che undici giorni sarebbero bastati per coprire il percorso dal Monte Sinai fino ai confini della Terra d’Israele, ma per le note ragioni “vi ha costretto a girare intorno al Monte Se’ir per quarant’anni”!

 

Ogni vita umana, dice il Salmista, è ke-yom etmòl ki ya’avor, “come il giorno di ieri che passa, … come erba che al mattino fiorisce e cresce e alla sera avvizzisce e secca” (90, 4-5). Ognuno di noi è come il sole, che sorge, raggiunge lo zenit e tramonta, nostro malgrado, nell’arco della sua giornata. Undici giorni simboleggiano undici vite, tramontate ahimè troppo presto, in modo tragico e assurdo, per mano assassina. Individui che non avevano alcuna colpa, che erano convenuti in Germania per rappresentare lo Stato d’Israel al massimo appuntamento sportivo mondiale, ciò che si proponeva e si propone tuttora di essere, nella mente dei promotori, motivo di fratellanza universale e quindi di distensione internazionale.

 

Ricordo a questo proposito che il numero undici ha anche un’ulteriore valenza nel calendario ebraico. Sappiamo bene che il nostro calendario è luni-solare. Compensa e concilia in sé i due principi sui quali i popoli del Mediterraneo misurano il trascorrere del tempo: quello dell’anno solare, tipico della tradizione occidentale, e quello dell’anno lunare seguito in Oriente. Sappiamo anche bene che l’anno solare conta 365 giorni, mentre quello lunare 354: la differenza è dunque di undici giorni!

 

Da sempre la vocazione di noi Ebrei, volenti o nolenti, è quella di fare da ponte fra le due culture. In un periodo storico come l’attuale in cui l’odio fra Occidente e Oriente pare inasprirsi, possa il sacrificio delle undici giovani vite lasciare il segno in una direzione diversa. Giunti alla vigilia di una nuova competizione olimpica c’è solo da augurarsi che prevalga nelle coscienze uno spirito di autentica solidarietà e collaborazione fra le nazioni, nel solco dell’insegnamento, formalmente condiviso da tutti, della Bibbia d’Israel.

 

Eretz al tekhassì damàm we-al yehì maqòm le-za’aqatam; bi-zkhutàm yashuvu nidchè Israel la-achuzzatam. “Terra non coprire il loro sangue e non vi sia luogo al loro grido. Per il loro merito tornino i dispersi d’Israel al loro possesso”. Come già ci vollero quarant’anni dall’Uscita dall’Egitto perché i Figli d’Israel potessero entrare nella Terra Promessa, anche noi auspichiamo che al compimento del quarantesimo anno  dall’immane tragedia degli atleti di Monaco possano finalmente le loro anime trovare riposo e tutti noi consolazione nella speranza, mai si dica nell’illusione, di un mondo più giusto.

 

Rav Alberto Moshe Somekh

Nella piazza, tutti insieme, abbiamo acceso le candele e ricordato questi uomini.

Tutti insieme, abbiamo cantato il bellissimo inno di Israele che vuol dire Speranza.

Tutti insieme, ebrei e cristiani abbiamo ricordato i morti e ci siamo anche detti che noi, la gente come noi, noi che amiamo la vita, amiamo Israele, amiamo la pace, costruiremo un mondo dove la vita, Israele e la pace saranno sacri.

Siamo realisti e quindi crediamo nel miracoli

Silvana De Mari