lettera aperta al sindaco di Napoli

Egregio dott. Luigi de Magistris, Sindaco della città di Napoli,

 

chi Le scrive è un cittadino napoletano, nato a Napoli, di famiglia napoletana da molte generazioni per parte di madre, da appena una sola per parte di padre.

 

Ho vissuto a Napoli dove sono stato rabbino della locale comunità ebraica e certamente Lei avrà già conosciuto chi mi sostituisce, il rabbino Scialom Bahbout. Dico certamente perché da buon primo cittadino il 27 gennaio avrà onorato la Memoria delle vittime della legislazione e persecuzione razzista che ha visto dolore anche nella nostra città, anche tra gli ebrei partenopei.

 

Mi sono sposato a Napoli, caro Sindaco, con una ragazza anche lei napoletana da qualche generazione, Giulia Gallichi. A Napoli sono nati i nostri figli.

 

Attualmente risiedo con la mia famiglia a Gerusalemme, ma il mio essere napoletano, i colori, gli odori, il porto della mia città sono dentro di me e dentro la storia della mia famiglia.

 

Proprio del porto di Napoli, vorrei parlarLe, egregio Sindaco, quel porto che ha visto e vede navi in partenza e navi in arrivo, cariche di gioie, tristezze, umanità dai mille volti.

 

In quel porto è arrivato mio padre, giovane ragazzo di passaggio dalla Sicilia, che di quella nostra città si innamorò e ne fece dimora per noi tutti.

 

I bisnonni di mia moglie, i Modiano, ebrei di Salonicco, attraccarono in quel porto insieme a molte altre famiglie di Salonicco che abbandonavano la città greca dopo l’incendio che la devastò nel 1917 e dopo i cambiamenti politici ed economici che resero la antica presenza ebraica in Grecia meno sicura e stabile.

 

Napoli accolse quelle famiglie con la capacità materna che la contraddistingue, almeno fino al 1938.

 

Le Leggi Razziali resero Napoli non più madre ma matrigna e molti ebrei di origine straniera persero per decreto leggi il passaporto italiano e furono espulsi dal Regno di Italia. Così, dopo meno di vent’anni dal loro arrivo a Napoli, molti ebrei greci, ormai partenopei, si ritrovarono di nuovo al porto, imbarcandosi per non tornare. Non erano emigranti, caro Sindaco, erano espulsi: apolidi per legge, rifiutati per identità. I fortunati che riuscirono a partire per le Americhe si salvarono, ma molti di loro preferirono tornare in Grecia, dove trovarono la morte per deportazione dopo l’invasione nazifascista.

 

Se un giorno avrà tempo vada al Vomero, in via Luca Giordano, alla scuola elementare Vanvitelli e vedrà la lapide che ricorda le vittime più giovani di questa espulsione tremenda e crudele.

 

Il nostro porto ha continuato, come il mare che lo bagna, ad accogliere e veder partire umanità e proprio pochi minuti fa ho letto che il veliero Estelle, il convoglio internazionale della Freedom Flotilla, dal 4 al 6 ottobre sarà accolto nella nostra città che Lei al momento amministra. Ho letto anche del bel concerto che il 22 settembre sarà un momento di raccolta fondi per “sensibilizzare la cittadinanza sulle tragiche condizioni di vita dei palestinesi.” Ho citato le informazioni prese dal sito del Comune di Napoli.

 

Caro Sindaco, io le ho raccontato, in poche righe, storie reali, documentate, che Lei potrà verificare di persona, ma a questo punto, Lei mi potrebbe descrivere e documentare le “tragiche condizioni di vita palestinese” che la Estelle verrà a lenire?

 

Nel mio piccolo, nel mio essere cittadino napoletano e gerosolomitano, nel mio essere stato rabbino di quella città, Le chiedo: “E’ mai stato in visita in Israele e Palestina?” Prima di pensare al suo dovere di “sensibilizzare la cittadinanza sulle condizioni di vita a Gaza” Lei, gentile Sindaco, è mai stato a Gaza o Ramallah? O ha mai passeggiato per le città israeliane di Sderot, Ashdod, Ashkelon, Beer Sheva ed altre ancora che sono sotto il costante  lancio di missili che partono proprio da Gaza? Queste condizioni di vita israeliane non meritano una Flotilla o un concerto? I bambini che hanno imparato a correre nei rifugi prima ancora che a parlare, non hanno diritto ad una qualsiasi barca salvifica?

 

Egregio Sindaco, Napoli, attraverso questa iniziativa voluta dalla Sua amministrazione, mi ha schiaffeggiato in quanto suo figlio e non è meno matrigna di quando fece imbarcare i suoi figli espulsi per mondi lontani dai quali non tornarono.

 

Sono certo che il prossimo 27 gennaio Lei renderà omaggio alla Memoria delle vittime degli anni bui del fascismo, prima di farlo, La prego di venire a trovarmi in Israele. Sarà mia cura portarla ad Ashdod. Impari prima a correre però e sappia che il porto di Ashdod è chiuso a causa dei missili lanciati da Gaza. Sensibilizzi i miei concittadini anche su questo argomento.

 

 

 

Le porgo, da Gerusalemme, il mio saluto di pace, Shalom.

 

Pierpaolo Pinhas Punturello, un napoletano.