Londonistan, di Annalisa Robinson


Come l’islamicamente corretto può essere combattuto



La banda di pedofili pakistani, gen. Charles Napier

Una decina di pub inglesi portano il nome del generale Charles Napier (1782-1853), governatore della provincia di Scinde nell’odierno Pakistan, comandante in capo dell’esercito britannico in India, e protagonista di un famoso aneddoto, riportato dal fratello William (per gli appassionati di storia: W. Napier, History Of General Sir Charles Napier’s Administration Of Scinde, Chapman and Hall, London, 1851).  Un giorno, alcuni sacerdoti indù si recarono da Napier per protestare contro il divieto di praticare il sati, imposto nel 1829 dalle autorità britanniche.  Il sati, o suttee, consisteva nell’immolazione di una vedova sulla pira funeraria del marito defunto – tradizione molto conveniente per le famiglie, che altrimenti avrebbero dovuto mantenere la (solitamente anziana) vedova a vita; anche l’immolazione volontaria era generalmente frutto di pressione sociale da parte della comunità. La risposta di Napier ai sacerdoti è passata alla storia: “Molto bene. Bruciare le vedove fa parte della vostra tradizione; preparate pure la pira funebre. Tuttavia, anche la mia nazione ha una tradizione. Quelli che bruciano le vedove vengono impiccati, e le loro proprieta’ vengono confiscate. Quindi i miei falegnami erigeranno delle forche alle quali i responsabili verranno appesi non appena il corpo della vedova sara’ ridotto in cenere. In questo modo agiremo tutti secondo le nostre tradizioni nazionali”.

Il generale Napier ha i difetti e le colpe del suo tempo e del suo Impero, che oggigiorno tutti deploriamo; tuttavia, almeno in questa occasione, oltre a una suprema mancanza di “political correctness”, mostra la salda convinzione che rispetto della legge e consapevolezza di limiti morali precisi sono più importanti di qualsiasi cultura e tradizione. Le vedove non si bruciano, punto e basta.

Il 9 maggio scorso, dopo un processo durato undici settimane, nove uomini sono stati condannati a un totale di 77 anni di carcere per avere organizzato una vasta rete di pedofilia nella zona di Rochdale (grande Manchester), nell’ambito della quale una cinquantina di ragazzine di età compresa tra i dodici e i sedici anni erano state irretite con alcool, attenzioni e piccole somme di denaro, e poi sottoposte per anni a violenze e abusi. Il termine tecnico è  “grooming”, inteso come complesso di azioni deliberatamente intraprese per avvicinare bambini, stabilire una connessione emotiva con loro, e ridurne le inibizioni allo scopo di commettere atti di natura sessuale. Un crimine orrendo (una tredicenne ha subito violenza da parte di ben venti persone nel giro di una sola notte), dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Il vero scandalo, però, sta nel fatto che pur essendo a conoscenza degli abusi almeno dal 2008, polizia, magistrati inquirenti e servizi sociali non abbiano agito di conseguenza, anzi abbiano deliberatamente ignorato, nicchiato, minimizzato, lasciando che le violenze continuassero e si ripetessero.

Il motivo? Le ragazzine sono prevalentemente bianche, provenienti da condizioni familiari vulnerabili e quindi seguite dai servizi sociali, mentre i membri dell’organizzazione sono asiatici e musulmani (otto sono di origine pachistana, uno afghano). Non solo: già nel 2011 il Times  aveva sottolineato che ben 50 su 56 uomini condannati nel corso di 17 indagini di questo tipo, condotte in 13 città nel nord del Paese, erano musulmani. Tuttavia far luce su questi crimini equivale a puntare i riflettori sulle comunità musulmane dell’Inghilterra del nord, e in un Paese politicamente corretto non si possono formulare critiche nei confronti di specifiche identità religiose o etniche (con l’eccezione dei soliti cattolici e dei soliti ebrei). L’ex ministro laburista Keith Vaz sostiene che menzionare le origini pachistane dei condannati significa fare il gioco dell’estrema destra, ma l’ex deputata laburista del nord Ann Cryer, che da tempo si batte contro matrimoni forzati e omicidi d’onore, si è espressa con forza, denunciando come polizia e magistrati “avessero il terrore di venir chiamati razzisti, e si siano rifugiati in un comodo atteggiamento di political correctness. Avevano più paura di venire percepiti in quella luce che di fare fronte ai fatti com’era loro dovere”.

Purtroppo però il problema esiste e riguarda “in misura preoccupante”  le comunità asiatiche di queste zone geografiche, come sottolinea anche Martin Narey, ex direttore della ONG per l’infanzia Barnardo’s, che gestisce orfanatrofi e varie forme di sostegno per l’infanzia abbandonata. Narey aggiunge che “le ragazze vulnerabili che si trovano per strada nelle ore notturne sono generalmente bianche piuttosto che asiatiche, dal momento che queste ultime hanno genitori più severi”.

I portavoce della polizia continuano a ripetere che il problema non ha connotazioni razziali. Giustissimo: è un problema di cultura e anche di religione, in quanto esistono gruppi di cultura e/o religione islamica che, pur vivendo in Occidente e beneficiando dei vantaggi che questo offre, respingono la civiltà occidentale e considerano le donne che ne fanno parte come moralmente inferiori, quindi legittimo oggetto di uso e abuso. Comportamenti che sarebbero impensabili nei confronti di ragazze musulmane vengono percepiti come ammissibili nei confronti di ragazze bianche, che sono per definizione “corrotte” o “di facili costumi”. Lo stesso giudice, Gerald Clinton, leggendo la sentenza si è rivolto direttamente agli imputati sostenendo che avevano deliberatamente scelto le loro giovani vittime in quanto non facevano parte “né della loro comunità etnica né della loro comunità religiosa”. Anche il pubblico ministero capo al quale si deve la riapertura del caso di Manchester, Nazir Afzal, figlio di immigrati pachistani, sostiene che un “bagaglio culturale importato” gioca un ruolo significativo in materia, anche se la caratteristica che accomuna i condannati è il loro atteggiamento nei confronti delle donne, percepite appunto come esseri inferiori. Infatti il leader del gruppo si è distinto per una serie di interventi offensivi nei confronti di donne presenti in aula, insultando il pubblico ministero Rachel Smith e facendo piangere una giurata.

Naturalmente gli imputati e i loro legali hanno scelto di giocare la carta razziale, che però il  giudice Clinton, ovviamente definito “maledetto razzista”, ha giudicato come “una sciocchezza”: “All’origine di tutto questo ci sono la vostra lussuria e avidità. Questa sentenza verrebbe applicata a qualsiasi imputato, bianco o asiatico”.  E’ stato preannunciato un ricorso, mentre si ricercano altri quaranta membri della gang.

La copertura del caso da parte dei principali quotidiani è stata nel complesso equilibrata. Secondo David Aaronovitch del Times, il fatto che 59 su 68 condanne recenti per “grooming” riguardino cittadini britannici di origine pachistana sottolinea come il problema sia culturale (appunto l’atteggiamento nei confronti delle donne), ma anche che “dovremmo arrabbiarci a morte per il modo in cui trascuriamo le più vulnerabili delle nostre bambine”: evidentemente anche la comunità bianca (nella fattispecie la fascia meno abbiente) della zona dovrebbe prendere atto della propria incapacità di difendere le proprie giovani donne. Paul Vallely dell’ Independent cita una rappresentante della ONG Barnardo’s che si occupa specificamente di sfruttamento sessuale dei minori: “Dire che il problema riguarda soprattutto un’etnia è pericoloso, perchè la gente starà in guardia solo nei confronti di quel gruppo – rischiando di ignorare il problema altrove”. Julie Bindel del Guardian identifica due problemi: la paura di essere tacciati di islamofobia o razzismo, e l’insensibilità nei confronti delle vittime, rimaste inascoltate, ovvero la “compiacenza nei riguardi dello sfruttamento sessuale”.

Tom Chivers del Daily Telegraph sottolinea come siano i gruppi religiosi e le culture più chiuse, più inclini alla segretezza, più caratterizzate da tabù sessuali e gerarchie rigide, ad avere più problemi in termini di abusi sessuali e occultamento di informazioni. Cita in proposito i numerosi casi di pedofilia nella Chiesa cattolica irlandese, che unisce appunto alla segretezza una robusta struttura di potere e la riluttanza a discutere argomenti di carattere sessuale; ma anche il caso, rivelato dal New York Times del 10 maggio, di abusi su bambini disabili all’interno di una comunità ebrea ultraortodossa di Brooklyn (secondo il quotidiano le persone che avevano rivelato gli abusi erano state poi ostracizzate dalla comunità per avere lavato i panni sporchi in pubblico). Chivers ritiene che all’interno di certe comunità ci siano fattori che generano misoginia, così come in Scozia ci sono fattori culturali e stili di vita che fanno sì
che le malattie cardiache siano più frequenti che in altre parti del Regno Unito. Nelle culture asiatiche e islamiche in particolare ci sono gruppi che approvano la “circoncisione femminile” (in parole povere, la mutilazione genitale), i “delitti d’onore”, i matrimoni forzati e le spose-bambine. Ai nostri giorni, ignorare queste pratiche illiberali e disgustose unicamente perchè sono praticate da minoranze etniche denota solo cecità ideologica.  Non è dimostrabile che la pedofilia sia  più frequente in un certo gruppo etnico o religioso, ma ci sono ambienti in cui è più facile occultarla.

Non sono mancati coloro che si flagellano e si autoaccusano, incolpando come al solito “la società” nel suo complesso. Un parroco anglicano della zona, ospite della trasmissione televisiva Question Time, ha protestato che all’origine dei fatti di Rochdale non ci sono fattori né culturali  né religiosi. C’è invece un “collasso della società”, e il fatto che oggigiorno le tredicenni (non le vittime, beninteso!) si vestono “come se cercassero di causare questo tipo di problema”: “Non permettiamo più ai bambini di essere bambini”, e i genitori non fanno più il loro dovere.  Insomma, la colpa non è tanto dei violentatori quanto delle tredicenni vestite in modo inappropriato: i poveri uomini sono indotti alla violenza dal “collasso della società” e dal fatto che i bambini crescono troppo in fretta. Come sottolinea Chivers, anche se l’abbigliamento fosse un fattore, a 13 anni l’età del consenso è molto lontana, indipendentemente dalla lunghezza delle gonne.

Ignorare il problema culturale significa non solo che queste ragazze vengono tradite da tutti gli enti preposti alla salvaguardia della loro sicurezza, del loro benessere e dei loro diritti di fronte alla legge (servizi sociali, polizia, magistratura, quindi lo Stato, senza parlare delle loro inesistenti famiglie); ma che anche la comunità asiatica e/o musulmana viene tradita.  Abbracciando un comportamento (positivamente o negativamente) discriminatorio, praticando automaticamente l’autocensura per paura di essere tacciati di islamofobia o razzismo, si offrono strumenti efficaci a gruppi estremisti, a organizzazioni politiche o sociali che sono, quelle si’, davvero razziste od ostili a qualsiasi forma di immigrazione.  Si tratta anche di un atteggiamento offensivo e paternalistico.

Uno degli interventi più sensati viene proprio da una coppia musulmana, Kursum Begum e Hameed Khan, rispettivamante sorella e cognato di un predicatore (padre di cinque figli) condannato per gli abusi descritti.  “Tutti conoscono le regole di questo Paese – tutte le comunità le conoscono,” ha detto il signor Khan. “Se fai qualcosa di sbagliato non importa che tu sia bianco, nero, o asiatico – sbagliato è sbagliato”.  E la signora: “Se non rispetti le figlie degli altri, come puoi pretendere che rispettino tua figlia?” 

Ci sono cose buone e cose cattive, cose giuste e cose sbagliate, cose secondo la legge e cose contro la legge. Punto. L’Occidente non ha il monopolio delle cose buone (tutt’altro) e l’Islam non ha il monopolio di quelle cattive. Alcune cose non sono così facili da definire, ma in materia di violenza sessuale sui bambini, matrimoni forzati, omicidi d’onore, o mutilazione genitale femminile, un solo atteggiamento è possibile. Uno solo. E ignorare queste pratiche in nome di uno screditato relativismo morale e culturale è non solo stupido e disgustoso, ma soprattutto vile. Napier non avrebbe dubbi.

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