Vitime innocenti e non difese. Il timore di essee accusati di razzismo paralizza le coscienze.

 

 

Quella gang islamica che ha distrutto la vita di mille ragazzine

di
Lorenza Formicola
| 18 Settembre 2016
stupro islam
Millequattrocento (almeno!) ragazzine inglesi, tra gli undici e i sedici anni, sono state stuprate da bande di uomini pakistani nella cittadina di Rotherham (UK). Per circa sedici anni è stato tutto taciuto. All’epoca dei fatti, infatti, la polizia sospese le indagini nel timore di essere tacciata di razzismo, o peggio di islamofobia visto il colore della pelle e l’origine degli stupratori. La stampa locale e internazionale ha osato sfiorare l’argomento solo l’anno scorso. Da noi la notizia ha macchiato con pochissimo inchiostro, distribuito con il contagocce, quella che è diventata presto carta straccia.

Nessun titolo sui giornaloni. L’indignazione non ha coperto con la sua ombra d’ipocrisia nessuna piazza, non ci sono state donne, in parlamento o fuori, nella stampa o nelle istituzioni, che hanno gridato, protestato, lanciato un allarme. Non si sono neanche presi la briga di mistificare i fatti. La cronaca terribile non ha occupato nemmeno mezz’ora del palinsesto di qualche talk show a cui piace far confusione. Niente di niente. Ragazzine stuprate e indegne di attenzione. C’è qualcosa di agghiacciante in questa storia.

Quando emerse la notizia la stampa di sinistra, nel Regno Unito, a lungo si è rifiutata di scrivere la parola "pakistani". Un documentario della BBC denunciò che il lavoro iniziale delle indagini venne persino annullato non appena gli autori si erano accorti che i protagonisti della violenza appartenevano alla comunità pakistana. E pare che, addirittura, il primo autore del rapporto fosse stato messo quasi alla porta prima di cancellare ogni riferimento alle origini degli stupratori. "La cosa che dovete capire su questo stupro di bambine è che non si tratta semplicemente di un abuso sessuale. Qui stiamo parlando di livelli indicibili di violenza. Le vittime sono state stuprate con coltelli e bottiglie. Le loro lingue sono state inchiodate ai tavoli. Si è trattato di bambine e ragazzine prelevate il venerdì da orfanotrofi o comunità, violentate lungo tutto il fine settimana da centinaia di uomini, e rimandate a casa il lunedì con l’inguine sanguinante", così ha voluto raccontare la disgrazia George Igler, un noto analista politico britannico.

La pelle scura e il fatto che fossero musulmani hanno indotto i giornalisti a nascondersi. I tutori di queste bambine, i professionisti del settore dell’infanzia hanno preferito l’omertà: un codice fatto di silenzio riguardo quel che al pubblico è dato sapere, dettato dal timore di essere tacciati di discriminazione per le minoranze etniche. Perché oggi l’arma più potente nel gioco che il politicamente corretto adopera, nella rivoluzione multiculturale, è esattamente l’accusa di razzismo. Nessuno intende correre il rischio di trovarsi macchiato da un simile crimine. Meglio piuttosto nascondere tutto sotto il tappeto e occuparsi di questioni più urgenti come le esigenze abitative per gli immigrati, o appunto il pericolo di razzismo: il sintomo del timore di essere colpevoli dell’affondare la barca del multiculturalismo.

L’accusa di razzismo è una pallottola impazzita che non lascia nessuno, tra chi vuole raccontare la verità, indenne. Stupratori e pedofili oggi beneficiano di indulgenze anzitutto sociopsicologiche. Perché il pensiero dominante vuole persuaderci dell’idea che i "bianchi" sono, in quanto colpevoli di tutti i mali e macchiati di colpe ataviche, razzisti e infami. Il complesso mediatico-culturale collabora, allora, con il nuovo ordine politico-razziale per vedere annullate tutte le differenze, e perché la decadenza colonizzi un’Europa incapace di far fronte ad un’immigrazione ostile e distruttiva.

C’è un’intenzione precisa in chi muove i fili del vecchio mondo: disgregare e smantellare le tradizionali forme di ordine sociale. Convinti del fatto che la nostra società non è solo razzista, ma segnata troppo dalla diseguaglianza e da valori oppressivi per le minoranze. Allora il politicamente corretto non è che un modo per vendicarsi di un antico e legittimo ordine, soprattutto del pensiero, che va cambiato. E che stanno cambiando. La gente è a tal punto intimidita e ossessionata da questo genere di mantra, da aver finito per accettare supina le politiche sull’immigrazione. Si è fatto in modo che le nostre città fossero invase da musulmani ostili; che crescessero scuole islamiche in cui i bambini vengono indottrinati alla guerra santa contro l’Occidente; e che si chiudessero gli occhi rispetto alla poligamia che stanno importando, perché diventasse normale il fatto che alcuni uomini musulmani abbiano venti figli da mogli diverse e quasi sempre a carico dello Stato.

Per fare un esempio su tutti in Europa basta prendere il caso dell’Austria. Lì la mezzaluna si appresta a diventare maggioranza: il 58% dei bambini negli asili viennesi non parla tedesco come prima lingua e diecimila bambini sono educati all’odio dei "kuffar" (gli infedeli) da parte di gruppi salafiti, Fratelli musulmani e altri islamisti. E qualcuno ha già previsto che il vecchio continente, come lo conosciamo, tra non troppi anni cesserà di esistere, anche perché il tasso di fertilità è ormai fermo a 1,38 per donna. Oggi, dopo così tanto tempo, la cronaca dei fatti di Rotherham è tornata a rimbalzare on line, senza troppo rumore, dopo l’intervista, nei giorni scorsi, che Milo Yiannopoulos (la nuova star del conservatorismo 2.0 targato USA) ha rilasciato alla CNBC, intervista in cui ha ricordato il caso (Yiannopoulos è inglese di nascita) dimostrando che il politicamente corretto non è un codice perbenista inoffensivo, ma un sistema di autocensura "che uccide".

Il caso di queste ragazzine non è che la punta dell’iceberg di un traffico sessuale di matrice islamica in Gran Bretagna, e nell’Europa tutta. Vittime di elementi ostili alla nostra cultura convinti del fatto che le loro azioni possano avere una giustificazione di natura religiosa. E’ inutile girarci intorno. Come va trattata una donna è scritto chiaramente nel Corano. Perché non solo, "le vostre spose per voi sono come un campo. Venite pure al vostro campo come volete"(Corano II, 223), ma, soprattutto, quel che va ricordato ai benpensanti è che, nella cultura musulmana, nell’accusare un uomo di violenza sessuale, una donna finisce per incriminare se stessa. Senza testimoni, l’accusa della vittima diventa, infatti, ammissione di adulterio. Questo spiega il fatto che in Pakistan il 75% delle donne imprigionate sia dietro le sbarre perché colpevole di aver subito uno stupro. Ma per le ragazzine, il problema non si è proprio posto.

È un’illusione pensare che col passare del tempo i principi religiosi dell’Islam si modereranno in qualche modo e scompariranno, per il solo fatto di trovarsi in Europa. E il rischio si fa sempre più attuale dal momento che esistono ormai comunità in cui i migranti musulmani sono più numerosi degli europei autoctoni. Le più recenti dichiarazioni dell’isis, infatti, riguardano proprio la sfera sessuale. La violenza non solo è contemplata come qualcosa di normale, ma è vista anche come viatico alla conversione: "nel momento in cui vi violenteremo, diventerete musulmane per definizione". E’ l’ultima minaccia destinata al popolo yazidi nel desiderio di distruggerlo. Ora, è difficile capire cosa è stato più terribile tra le violenze sessuali perpetrate su minorenni e il silenzio e l’inazione di chi poteva fare qualcosa. Quelle millecinquecento ragazzine violentate, e il modo in cui ogni cosa è stata gestita, sono lo specchio consapevole del vuoto che ci vogliono far accettare.