Violenza ostetrica: conoscerne le ragioni

Violenza ostetrica: conoscerne le ragioni

 

Da anni mi occupo di violenza ostetrica e mi piacerebbe affrontare questo argomento con attenzione per qualche volta.

Cosa sia questo insieme di gesti che possono costituire una vera e propria lesione ai danni di donne che sono in gravidanza, vivono la nascita del loro bambino, oppure stanno affrontando la delicata fase del puerperio, non è facilmente riassumibile. Ogni donna può essere vittima di violenza ostetrica e ogni bambino può essere vittima “di riflesso” di violenza ostetrica. Ci sono numerose definizioni che riguardano l’oggetto della nostra discussione, ma poche mi trovano d’accordo poiché,  obiettivamente, si tratta quasi sempre di spiegazioni che puntano il dito da una sola parte, vale a dire da quella di chi compie l’azione: in realtà, come spesso accade, è quasi impossibile perseguire un’unica strada che sia soggetto di colpevolezza e a dircelo sono alcune donne che negli anni mi hanno interpellato sull’argomento. Per quanto mi riguarda, infatti, la violenza ostetrica riguarda una serie di azioni in bilico tra una percezione soggettiva, e una o più azioni oggettive, che possono paventarsi in diverse situazioni..

Una donna che si trova a dare alla luce il proprio bambino, si trova costretta a firmare consensi informati per interventi medici farmacologici o, peggio, chirurgici: pensiamo a quante volte una donna si trova a dover rilasciare il consenso informato per un’induzione di travaglio il venerdì (per esempio) perché il fine settimana il personale chirurgico è dimezzato (colpa della direzione sanitaria? Colpa del fatto che ci sono pochi medici? Colpa del Ministero?): le viene detto che la sua salute del suo bambino è in pericolo. Questo ‘tasto’ è sfruttato moltissimo: quale madre degna di questo nome non si attiverebbe in qualche modo per far nascere il proprio bambino?

Dalla minaccia della salute del bambino si passa a quella, più sottile e infingarda, del bambino non sano: il fantasma dell’handicap è sempre una carta vincente. Dovremmo aprire la parentesi diagnosi prenatale, ma cerco di rimanere in argomento. La nostra donna si trova di fronte alla minaccia di assumersi la responsabilità di trovarsi un bambino disabile e, per giunta, per ‘futili motivi’:  tra questi ultimi potremmo trovare, per esempio, il fatto di non voler partorire prima dello scadere del termine di 42 settimane, concedendo al proprio bambino di nascere quando è pronto, scelta che impegna non poco la struttura che deve monitorare una gravidanza ‘a termine’ che, per definizione, non è una scatola di sofficini e quindi potrebbe fare sorprese come un travaglio di domenica mattina. Allora la donna si sente dire più e più volte cosa sia mai anticipare di qualche giorno la nascita del bambino… Che problema c’è a farsi iniettare qualche litro di ossitocina sintetica (quella naturale ce l’abbiamo praticamente tutti: è quella che rilasciamo con l’orgasmo)? E se poi c’è molto dolore durante il travaglio, si ricorre all’analgesia (occhio: io penso bene dell’analgesia, come dell’ibuprofene per l’emicrania. È l’uso di ossitocina sintetica e analgesici in donne sane che stona non poco e che ostetrica né più in gamba di me combattono da decenni… (Un po’ come le considerazioni sulla pillola anticoncezionale data alle medesime donne sane, che compie Thérèse Hargot, denunciando l’incapacità medicalmente indotta e ‘femministicamente’ bandita come spada delle libertà sessuali, di capire e conoscere il proprio ciclo ovulatorio).

E se poi bisogna fare un po’ di fretta perchè il battito del bambino zoppica (e chi non avrebbe affanno a stare nel ventre della nostra Mamma che ci strizza come arance, mentre ella soffre ed è pure preoccupata?), si recide il perineo senza troppa cortesia (che vuoi che sia qualche anno di dolore ai rapporti sessuali? E qualche anno di dolorabilità alla minzione o alla defecazione? E se poi le feci escono dalla vagina c’è la vaginoplastica… che vuoi che sia?) magari montando sul ventre della sventurata con tutto il braccio di un’infermiera ‘peso massimo’, che spacca qualche costola: in questi casi pare un obbligo ringraziare Dio che il bambino sia vivo, per cui la madre passa in decimo posto…

E se la creatura si attacca al seno (sempre che non sia stata strappata all’utero troppo presto – troppo presto è anche una settimana prima del termine – e le venga mossa la cortesia di farle condividere il post partum assieme alla propria madre) è una questione di fortuna se non ci sono intoppi nell’allattamento (ragadi da frenulo corto, solo per fare un esempio).

Ovviamente che poi la madre sia sola (hanno smembrato la famiglia prima riducendola a nucleare e poi rendendo le famiglie qualcosa di aleatorio e indefinito: rivoluzione sessuale, divorzio per non parlare di divorzio breve, matrimoni e ri-accompagnamenti a destra e sinistra) perché abita a chilometri dai propri genitori (sempre che ci siano: una neo-madre di 50 anni sarà un po’ improbabile che abbia genitori vivi e in forza; magari invece ne ha 30 e non ha una famiglia alle spalle perché la propria madre è una ‘MILF’) e perché a fianco ha un compagno che deve lavorare e che deve ritornare in fretta alle proprie attività pre-arrivo-del-bambino, e che ella si trovi a gestire un bambino che magari è il primo neonato del quale si occupa (figlia unica spesso circondata da amiche sole che alla tenera età di 33 anni devono ancora ‘divertirsi’ uscendo la sera e facendo aperitivi e discoteche) senza avere un supporto per allattare, frega nulla a nessuno: “Tanto siamo tutti cresciuti bene, con la formula lattea”.


Tutto ciò senza contare che tutta l’oggettistica che nei negozi premaman suggeriscono, servirà ben poco: il neonato è stato programmato dalla natura per stare con sua madre. So che questo può sembrare una bestemmia, ma è così. Basta leggere Gonzales, Bowlby e molti altri.

Se il bambino cresce (secondo tabelle di crescita ultradatate), la madre sarà considerata sufficientemente capace di allevarlo, altrimenti se non cresce c’è la formula che arricchisce per bene le ditte farmaceutiche e che può risolvere tanti bei problemi come, ad esempio, il sonno: drogato come un ventenne ad un rave-party, il neonato dorme tutta la notte (spesso in una stanza attigua, altrimenti con la madre nel lettone, cosa che può essere pericolosa perché se la madre non allatta non ha il sonno sincrono con quello del proprio bambino, cosuccia abbastanza rilevante se si parla di sicurezza). Se la donna neo-madre non crolla durante i primi sei mesi di vita di suo figlio, potremmo sperare che si riabbia dal trauma della sua nascita (se ha un’età consona ne farà forse un altro, altrimenti quel figlio rimarrà il Re incontrastato della casa fino ai 45 anni).

Se nella definizione che più sovente si trova in giro, la violenza ostetrica è un’insieme di azioni contro la donna (il nascituro a volte è coinvolto, a volte no, nelle descrizioni) compiute dal personale medico, e il compagno della donna (marito oramai è termine desueto) non viene mai preso in considerazione, l’idea che mi sono personalmente fatta di violenza ostetrica – anche grazie a tutte le Mamme e ai Papà che mi hanno raccontato le proprie esperienze – è differente e si ‘allarga’ un po’ alla sala parto. Si tratta sì sottoporre la donna (e il suo bambino) a trattamenti medici inutili, dannosi – spesso potenzialmente letali – a una serie di scelte medicalizzate obbligate, ricattandola e rendendola inabile alla scelta personale, ma anche di non renderla capace di sviluppare dentro di sé le sue competenze di donna, di femmina, obbligandola, di fatto, a delegare ad altri perché del tutto inconsapevole. In tutto questo trambusto, non ho citato il padre del nascituro, poiché dalla vita della gravidanza egli è spesso del tutto estromesso (a parte quando deve pagare salati conti di ginecologi e/o ostetriche: in quel caso fa comodo): questo accade poiché è stato insegnato alle donne che l’utero ‘è della donna e deve gestirlo lei’ (che il contenuto dell’utero altrimenti definito in modo aberrante ‘prodotto del concepimento’, abbia il 50% dei geni del maschio, pare essere un dettaglio).  Per quello che invece m’interessa, la violenza ostetrica è vissuta dalla coppia e dal nascituro/neonato: tutta la famiglia è coinvolta in questo dolore e privare l’uomo di questo riconoscimento è negare l’ovvio.

La gravidanza, adesso come adesso, è diventata non solo oggetto d’attenzione di medici e ostetriche, ma anche e soprattutto di avvocati e tribunali e questo ha radici recenti, ma molto profonde, il cui sradicamento toccherà affrontare, prima o poi.

Perchè esiste la violenza ostetrica? Molti dicono che episodi gravi accadono da quando la medicina è passata agli uomini: è successo circa negli anni ’60 e la cosa mi ha sempre incuriosito poiché penso che nel periodo della cosiddetta ‘emancipazione’ della donna, ella abbia messo il proprio utero in mano agli uomini: da Gregory Goodwin Pincus (pillola anticoncezionale) a James Barry (taglio cesareo) passando per Robert Edwards (procreazione assistita).
A me pare ovvio: la mentalità dell’uomo è quella di risolvere il problema. E costoro lo risolsero. La nascita è andata medicalizzandosi, il medico è stato chiamato a intervenire. La medicalizzazione ha effetti devastanti quando è gestita con troppo interventismo: i medici hanno perso il rispetto della competenza del corpo della donna (la vagina serve ad accogliere il pene, a incanalare lo sperma nell’utero, e proprio a partorire) e, facendosi influenzare dai macchinari e dall’uso indiscriminato di ormoni e farmaci, giocano spesso a ‘fare dio’ con l’utero delle donne. Mi ci sono trovata sovente a leggere cartelle cliniche (come Consulente Tecnico): donne in splendida forma che vengono indotte all’induzione di travaglio, donne cesarizzate perchè già pre-cesarizzate eccetera… Diciamo che i corsi di specializzazione in ostetricia hanno realmente depauperato la capacità dei medici di intervenire solo se la natura non fa il proprio corso. Le ostetriche sono state complici più o meno consapevoli di questo: turni massacranti, stipendi alla fame, gestione inumana del proprio mestiere e poco rispetto della propria professione: anche le più brave colleghe ostetriche si lamentano con me che ci sono situazioni nelle quali capiscono che il medico di guardia si comporta da kapò, ma loro non ce la fanno a combattere per le donne, che poi tanto dopo il parto ringraziano il dottore (alcune).

Ma torniamo ai nostri giudici e ai nostri tribunali (anche mediatici o del web): conobbi un pubblico ministero, una donna fantastica, che mi illuminò sull’argomento violenza ostetrica. Provo a farne un sunto, perchè è proprio questo l’argomento del quale avrei voluto scrivere fin dall’inizio (possibile che noi donne saltiamo da una cosa all’altra come degli stambecchi, quando parliamo: dice sia un condizionamento, ma a me pare genetica). La donna pubblico ministero (oddio si dirà mica ‘pubblica ministera’ adesso?) mi disse chiaramente che i medici che intervengono male, creando poi una tal cascata di eventi negativa e pericolosa per donna e feto alla quale possono poi mettere un punto solo costringendo la donna a sottoporsi a un intervento, sono un numero relativo.
Che la violenza ostetrica esista e sia realmente da mettere al bando è un dato fermo. Ci sono modi e modi per imporre una decisione medica che spesso è urgente, e questo non esime mai il sanitario dal rispettare il paziente. Mai. Il trattamento che si deve a chiunque in una situazione nella quale c’è chi deve ‘fornire’ salute e chi ne deve ‘usufruire’ è fondamentale: sappiamo che la gravidanza è un segno di salute (oramai bisognerebbe specificare: gravidanza spontanea in donna in età giusta per diventare madre, ma si rischia il linciaggio) e che anche la nascita ha ripercussioni sul modo in cui la donna si adatterà al proprio ruolo di madre e nel quale il bambino si adatterà alla vita fuori dal grembo dov’è cresciuto (togliere il neonato dall’utero che l’ha cresciuto e nutrito per consegnarlo ad altri è violenza ostetrica nei confronti di madre e nascituro: sto aspettando che delle ostetriche lo ammettano).

La pubblico ministero mi raccontò il primo cesareo che aveva subìto: anch’ella aveva percepito ogni decisione medica con violenza e con brutalità. L’adattamento alla figlioletta era stato complesso e la rielaborazione del proprio parto molto difficile. Però mi disse una cosa importante e cioè ammise che lei era arrivata al parto in una situazione di ignoranza completa: aveva delegato completamente la medicina e i medici (ai quali non giustificava il tono brusco e l’atteggiamento spocchioso) che si erano trovati a prendersi in carico una persona completamente delegante. Nessuna condivisione, nessun modo di entrare in dialogo era stata possibile. Loro sicuramente spaventati dal fatto che a ogni piè sospinto possono essere denunciati, lei del tutto inerme e inconsapevole (volutamente inconsapevole: nessuna lettura, nessun corso pre-parto strutturato in un certo modo). Lei – ma non solo lei, altre sono le donne che l’hanno poi confessato – non biasimava il medico che l’aveva messa alle strette. Si era chiesta più volte se fosse stata davvero solo colpa dei medici? E da lì, ella mi spiegò che, nonostante lei fermamente credeva nella violenza ostetrica, aveva maturato la convinzione che fosse complicato stabilire quali dinamiche relazionali potessero essere implicate in un possibile esposto con l’accusa di violenza ostetrica. Si tratta sempre di imposizioni, quando il medico attua decisioni? E le donne, che ruolo hanno?

Sono molte le donne che sono ignoranti al momento nel quale vanno a partorire: si lasciano guidare dal medico che spesso vede centinaia di colleghi denunciati per ogni sorta di gesto. La medicina difensiva è arrivata a punte assurde: i tribunali sono intasati e le assicurazioni non sanno più dove prendere i soldi. Ma perché siamo giunti qui? La donna pubblico ministero non aveva dubbi, e il fatto d’essere figlia di un medico legale l’aveva aiutata a comprendere meglio. Io posso solo tentare di mettere insieme le carte, le parole e i racconti che, piangendo, tante donne (anche sottoponendomi diversa documentazione clinica) mi hanno donato: la colpa, se vogliamo chiamarla così, spesso la ritrovavano nella loro consapevole inconsapevolezza. Una delle cause della violenza ostetrica, dopo la medicalizzazione che ha preso molto la mano ai medici, è della stessa donna e, con una certa forza, delle donne che l’hanno influenzata. Quante donne, se pur figlie del femminismo, hanno venduto il loro corpo alla medicina? La pillola assunta per ‘liberarsi’ del peso della generatività, il taglio cesareo anche solo per ‘tocofobia’ (come possono coesistere nel corpo della donna voglia di procreare e timore nel dare alla luce il figlio di quella procreazione?) o per ‘gravidanza preziosa’ (dando per scontato che ci sono gravidanze che non lo sono)… Se è quindi vero il fatto che la medicina abbia sempre di più superato i limiti imposti dalla natura e dal buonsenso, la figura della donna – istruita, emancipata e servita da ogni mezzo d’informazione –  è andata destrutturando se stessa, perdendo il proprio amor proprio.

Le nipoti del sessantotto hanno perso completamente la competenza sul proprio corpo, sulla propria potenza creatrice di accogliere la vita nel proprio grembo (vita che per metà è anche di suo padre) e di darla alla luce, di nutrirla e crescerla, di educarla e di renderla cittadina (insieme con il padre della medesima vita). E’ una costante delega nei confronti della medicina (quando poi i figli crescono lo è nei confronti della scuola) e tutte le donne con le quali ho parlato di questo, hanno usato il medesimo concetto: “Ero ignorante, volutamente ignorante”. La paura di provare un senso di colpa per non essersi informate durante la gravidanza o solo di dover prendere delle decisioni delle quali assumersi la propria responsabilità e il fatto che non siamo più abituati a tessere delle relazioni reali, sta aumentando il divario comunicativo tra le persone e, nel caso specifico, tra le donne e la medicina. In questo modo le donne sono sempre più arrabbiate e i medici sempre più agguerriti (A torto? A ragione? Parlarne con loro e tra loro sarebbe meglio). Le femministe, inoltre (le stesse che hanno consegnato i propri corpi alla medicina e lo hanno anche insegnato alle proprie figlie), gridano alla violenza ostetrica come insieme di gesti incarnati dal medico uomo, non ricordandosi che molte ginecologhe e ostetriche non sono per niente delicate con le ‘colleghe-donne’ (la cosiddetta sorellanza – termine che giustifico solo alle Crocerossine che si chiamano ‘sorelle’ tra di loro – è un termine che personalmente non sopporto tra gli adulti).

Io penso che bisogna ricominciare a spiegare alle bambine e alle ragazze di questa maledetta società pornificata che il loro meraviglioso corpo è stato creato in un certo modo, con una serie di funzioni chiarissime (che tra l’altro non è detto che funzionino: la fecondità fisica non è per tutte e bisognerebbe cominciare anche a essere chiari su questo punto) e che le fanno essere degne di rispetto in quanto donne e non perchè c’è una sciagurata abitudine di mettere i sostantivi al femminile. E’ doveroso far riappropriare i bambini e i ragazzi dell’enorme potenziale insito nel loro DNA figlio di millenni di storia che li vuole protettori e forti (no, non è un pregiudizio di genere, ma sono antropologia e biologia). E’ necessario che i nostri bambini e le nostre bambine acquisiscano quelle meravigliose caratteristiche che ci hanno reso esseri umani: la capacità di dialogare, di rapportarci, di relazionarci direttamente, di portare rispetto e di pretenderne e di vivere per tessere relazioni vere, reali. Non è un caso che le donne che hanno subìto un la nascita dei loro figli nel modo nel quale non si erano immaginate (spesso col taglio cesareo) non si siano percepite donne: il dare la vita è il massimo della femminilità. Se s’insegna alle donne che possono utilizzare tutto ciò che la natura ha dato loro e a sfruttare tutti gli strumenti messi a disposizione dalla medesima (comprese le mammelle per allattare: siamo mammiferi non ovovivipari!) la loro soddisfazione – anche in caso di taglio cesareo è altissima – e, per inciso, il rapporto tra esse e il loro bambino è più facilitato.

La medicina si è purtroppo adattata: con sbalordimento ho potuto constatare che i medici che si comportano con più acredine e aggressività sono figli del sessantotto, periodo che non credo che si pensasse avrebbe portato al trattare la donna in sala parto o in sala operatoria peggio di una vacca nell’ultima fattoria industriale (più donne in fila per la visita ginecologica mi hanno riferito di essersi sentite così). Quei medici hanno poi insegnato nelle università e nei corridoi ospedalieri e adesso sta ai giovani medici invertire la rotta per tornare al medico consapevole e dedito alla Salute. Tornare alla relazione medico-paziente fatta di ascolto e rispetto e non di consensi informati e denunce. Si deve tornare alle relazioni dirette e aperte, alla consapevolezza, alla fiducia, all’umanità.

Sarà forse tutto troppo ovvio?

Rachele Sagramoso

Brigate Chesterton per la difesa dell’ovvio

 

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