Utero in affitto e “adozioni” gay: alcune considerazioni (realmente) scientifiche

di Frank Gordon

E’ sconcertante come alcuni settori della psicologia organizzata avvallino pratiche oggettivamente controverse e discutibili come l’utero in affitto sulla base di presunti studi “scientifici” che attesterebbero che non ci sono differenze fra bambini allevati da genitori dello stesso sesso con quelli allevati da genitori di sesso opposto. Va detto innanzitutto che ad oggi non esiste nessun studio serio che riguardi i bambini nati da utero in affitto ed allevati da coppie di maschi (cioè deprivati della madre fin dalla nascita), ma a parte questo, dovrebbe essere oramai superfluo ricordare i limiti intrinseci degli studi di psicologia sociale così come la loro correttezza metodologica risultata spesso assai carente (Marks 2012, Schumm 2010, Schumm 2016). 
Raramente invece vengono considerate le evidenze di branche scientifiche molto più solide come la neurobiologia che possono basarsi su verifiche sperimentali molto più rigorose (analisi di laboratorio, anatomia patologica ecc.). Da questi studi sappiamo che le esperienze avverse nelle prime fasi di vita come ad esempio la privazione delle relazioni parentali, inducano cambiamenti fenotipici ed il danneggiamento delle funzioni cognitive. Uno studio recente ad es. ha messo in luce che nei ratti, la separazione dalla madre per tre ore al giorno nelle prime tre settimane dopo il parto, altera la mielinizzazione delle fibre nervose della corteccia prefrontale (Yang et al. 2016). La mielina è quella sostanza che riveste le fibre nervose e che consente la corretta trasmissione degli impulsi, mentre la corteccia prefrontale è quell’area del cervello che è addetta alla pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi (pensieri, azioni, senso del giudizio, condotta sociale ecc.). Ovviamente è possibile che nell’uomo gli effetti negativi della deprivazione materna siano attenuati da fattori sociali, grazie anche alla prolungata infanzia, che possono compensare in modo più o meno parziale il danno subito, ma è chiaro che il meccanismo biochimico di base è lo stesso. Non è forse un caso che fra i bambini allevati da genitori dello stesso sesso si sia rilevata una più alta incidenza del disturbo dell’attenzione e dell’iperattività (ADHD) (Sullins 2015). Ciò dovrebbe indurre quantomeno ad un’estrema prudenza prima di avvallare tali pratiche come invece stanno facendo sconsiderati magistrati fiancheggiati da psicologi ideologizzati ed ignoranti.
 
Tratto dal blog di Alessandro Benigni

Bibliografia:

Marks, L. (2012). Same-sex parenting and children’s outcomes: A closer examination of the American Psychological Association’s brief on lesbian and gay parenting. Social Science Research, 41(4), 735-751.
Schumm, W. R. (2010a). Children of homosexuals more apt to be homosexuals? A reply to Morrison and to Cameron based on an examination of multiple sources of data. Journal of biosocial science, 42(06), 721-742.
Schumm, W. R. (2010b). EVIDENCE OF PRO-HOMOSEXUAL BIAS IN SOCIAL SCIENCE: CITATION RATES AND RESEARCH ON LESBIAN PARENTING 1. Psychological reports, 106(2), 374-380.
Schumm, W. R. (2016). A Review and Critique of Research on Same-Sex Parenting and Adoption. Psychological Reports, 0033294116665594
Sullins D. P. (2015) Child attention-deficit hyperactivity disorder (ADHD) in same-sex parent families in the United States: Prevalence and comorbidities. British Journal of Medicine and Medical Research, 6(10),987–998.
Yang, Y., Cheng, Z., Tang, H., Jiao, H., Sun, X., Cui, Q., … & Li, B. (2016). Neonatal maternal separation impairs prefrontal cortical myelination and cognitive functions in rats through activation of wnt signaling. Cerebral Cortex, bhw121.

 

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