“Una volta passato il varco, è bene esser consapevoli di averlo fatto”

“[…]
I requisiti del caso singolo, ‘la storia particolare’, non hanno importanza in sé, ma per quello che vanno ad intaccare nel principio base, se posti come legale (e generale) condizione di derogabilità.
La dignità di ‘essere’ (umano) viene allora sottoposta – relativizzata – al rispetto di una ‘condizione di essere’, attraverso un criterio che ne specifichi appunto una ‘qualità’, non ottemperata la quale, essa sia a tutti gli effetti di natura inferiore (si dice infatti: ‘una vita così non è degna di essere vissuta!’)[ Così ad esempio si esprimeva Mori sul caso Englaro: “La sfera di cristallo della sacralità attraverso cui guardavamo il mondo ci faceva vedere la vita come buona in sé. Invece, Eluana ci ha mostrato che buona non è la «vita in sé», ma la «vita buona», ossia la vita con contenuti buoni. Non sempre la vita è buona: per Eluana, a un certo punto, non lo è più stata”. Ha rotto l’incantesimo. La vita buona è solo quella consapevole (l’Unità, 10 febbraio 2009)].

Questo, lo spartiacque decisivo.

Decidersi per un’etica della ‘qualità della vita’, legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito è come ammettere appunto che il divieto assoluto di porre fine ad una vita precaria o compressa, ma innocente (anche fosse colpevole: “nessuno tocchi Caino”, si dice, contro la pena di morte) possa essere legalmente derogato ‘in certe condizioni’, fosse pure con l’assenso informato di chi chiede ad altri di essere aiutato a ‘darsi la fine’.
Stabilire per legge che il valore (= la dignità) di una vita umana ha delle gradazioni, sì che ci sono delle condizioni in cui essa non è più indisponibile, non significa negare il principio ‘un poco’ e solo ‘relativamente a’ , ma del tutto: non si scappa.


Una volta passato il varco, è bene esser consapevoli di averlo fatto.


Dopo, non basta che si isoli e definisca la norma di derogabilità o si ponga, per quanto possibile, un argine: il colpo è inflitto al principio, il quale sarà davvero nuovamente ed universalmente valido, se e solo se si riafferma la sua indisponibilità.
Le eccezioni ad un bene indisponibile, infatti, non potranno esser limitate efficacemente, non tanto per mancanza di metodi o forza di contenimento, quanto piuttosto perché anche una sola deroga de iure lo tramuta nel suo opposto, rendendolo appunto ‘disponibile’” […].

Mauro Mendula, L’eutanasia fra etica dell’inviolabilità ed etica della qualità della vita umana, in Contro Corrente, vol. 1, Edizioni Croce Via, 2017. Su Amazon sia in versione eBook che cartacea.

Tratto dal Blog Ontologismi

Sorgente: “Una volta passato il varco, è bene esser consapevoli di averlo fatto” – Ontologismi