un po’ di sciocchezze. non si può sempre andare per i massimi sistemi. racconto del 1991

La storia delle tre mele
 
 
Lei era la principessa, unico erede di quel regno triste, ed era brutta, ma proprio brutta, povera figlia, brutta come quel suo paese disperato, grigio di miseria, coperto di immondizia, annerito dalle fuliggini, nebbioso, caliginoso, pieno di rumori e di silenzi, privo di suoni, privo di musica, senza canzoni, senza né uccelli né tamburi di fiere.
Solo il rumore di passi e delle ruote che giravano, dei forni, degli altiforni, degli ingranaggi, dei martelli, dei picconi, il grigio e il nero. Senza voci né colori.
Secoli e secoli prima il paese era stato conquistato. Una razza padrona lo aveva dominato, una etnia straniera lo aveva depredato: un popolo di gnomi malefici signori della magia, che aveva creato una stirpe di draghi e li aveva poi ammaestrati a terrorizzare i servi e gli schiavi.
La miseria e la tristezza erano rimasti anche dopo che gli stranieri se ne erano andati, come restano le cicatrici delle ustioni, anche dopo che il fuoco è stato spento o si è spento da solo, per la pioggia o perché non è rimasto niente da bruciare.
Restava l’unica speranza di una principessa bella che attirasse uno sposo abbastanza ricco e potente da risollevare le sorti della nazione, almeno da non renderle peggio di quello che già erano.
La principessa era brutta. Ancora si sarebbe dovuto pagare qualcuno che se la prendesse; e in capo al mondo lo si sarebbe dovuto cercare.
 
La principessa non ne poteva più, ché ancora la propria bruttezza l’avrebbe potuta sopportare: in effetti dove non c’erano specchi non era un gran peso. Era tutto il resto che era uno sfinimento, quel continuo rinvangare, quell’ ininterrotto rimestare, neanche fosse stata colpa sua, neanche che l’avesse fatto apposta di avere il suo grandissimo deretano, il naso adunco, i dentoni storti, le guance che cascavano, le occhiaie che ci si perdevano dentro, in un inseguirsi di giallognoli e grigiastri che ricordavano da vicino i paesaggi della nazione.
E fu così che lei se ne andò. Fece a pezzi un lenzuolo, lo trasformò in una corda, si calò dalla finestra della sua stanza, fuori dalle mura e levò il disturbo.
Era una notte di luna piena.
Lei se ne andò sola, portandosi solo il vestiti e la speranza di un mondo migliore dove il numero degli specchi e degli imbecilli fosse più contenuto.
La luna all’ improvviso si oscurò, la nebbia si alzò, la principessa si trovò persa in un mondo buio dove l’ unico orientamento possibile era la disperazione.
Si sedette sul bordo della strada e si mise a piangere.
Nel silenzio c’erano solo i ronzii di lontani ingranaggi e altiforni, attutiti dalla nebbia; poi comparvero delle voci.
Erano tre vocette stridule, di tre immonde vecchine..
Erano tre antichissime streghe, vecchie come le montagne dove vivevano, che avevano terrorizzato i sogni dei bambini e inacidito il latte ai bei tempi, prima dell’invasione degli gnomi.
Poi tutti si erano dimenticati di loro, presi da disastri più gravi. Nessuno le temeva più, nessuno le conosceva più, ma la principessa, sì, lei sì le conosceva e le riconobbe infatti : lei poteva, lei sapeva.
Nei suoi pomeriggi vuoti chiusa in una soffitta senza specchi né idioti, aveva letto tutte le vecchie storie, ritrovato le vecchie ballate che si cantavano attorno al fuoco quando ancora gli uomini e le donne sapevano cantare e i bambini sognavano ancora. Lei, sì, sapeva, e non ebbe neanche un attimo di dubbio, quando udì le tre voci, prima ancora di vedere i loro nasi adunchi e le facce grinzose, i mantelli neri, i cappelli a punta, le scope che spandevano polvere d’oro.
Le tre streghe ridacchiavano, biascicavano incomprensibili nenie; la principessa le seguì, ché altro oltretutto non avrebbe potuto fare, essendo lo scintillio delle loro scope l’unica luce possibile in quella notte di nebbia e di buio.
L’antro delle streghe era in alto sull’unico monte che ancora sovrastava i cumuli di immondizie e le ciminiere. La principessa si arrampicò, mentre i sassi e i rovi le facevano sanguinare le mani, ed erano i primi sassi e i primi rovi della sua vita perché nel giardino del palazzo c’era l’asfalto, e chilometri e chilometri di erba di plastica verde: quella vera non avrebbe retto alle fuliggini e al tasso di anidride solforosa.
Nell’antro delle streghe le ragnatele coprivano il suolo, grondavano dalle pareti; le stelline di luce che si spandevano dalle scope ci restavano intrappolate dentro e scintillavano ondeggiando nel buio.
I topi correvano sul suolo di terra battuta e grossi sassi.
I pipistrelli volavano.
La principessa riconobbe tutte le bestiole perché ne aveva letto nei libri: nel resto della nazione erano scomparse secoli prima, distrutte dagli gnomi, insieme agli uccelli, agli scoiattoli e ai rovi.
-Che strano questo posto- disse la principessa, anzi non lo disse, lo pensò solo all’interno della sua testa, badando nel frattempo a non emettere nessun suono, a non respirare nemmeno, nel timore che le tre streghe la scoprissero e la cacciassero da quel luogo magico scintillante di lucine, pieno di cose vive, la rimandassero nel buio del suo regno, nella sua reggia con i pavimenti di linoleum e le luci al neon, piena si specchi e di cortigiani cretini.
-Che strano questo posto.- disse una delle tre streghe, ma lei lo disse proprio, con la sua vocetta stridula che fece scappare sorci e pipistrelli in un turbinio di polvere e stelline.
– Il posto è lo stesso, è l’odore che è strano.- disse la seconda strega.
-Come se una creatura strana ci fosse entrata-
-Qualcuno che non è né un sorcio né un pipistrello-
-…Né un verme né un uccello…-
-…Né un fiore né un ramoscello…-
– …Certo che non può essere né un fiore né un ramoscello: i fiori non è stagione e i ramoscelli mica hanno odore…-
-…Deve essere un uomo…-
-…O una donna…-
-…O un bambino…-
-…Qualcuno che ci ha seguito…-
-…Qualcuno che é entrato…-
-…Qualcuno che ha violato la nostra soglia e la nostra dimora…-
-…Non diciamo scempiaggini, sorelle, nessuno di quei mentecatti farebbe mai una cosa così coraggiosa e così astuta…-
-… lasciare l’immonda fatica delle loro insulse occupazioni che quando va bene sono inutili..-
-…Sempre che non siano dannose…-
-…Sempre che non siano penose…-
-…Tutte le tre cosa insieme…-
-…Dio doveva essere distratto quando ha creato gli uomini…-
-…Forse quel giorno aveva la tosse…-
-…Forse aveva starnutino…-
-…Deve essere stato un errore…-
-…Per fortuna si va a riparare…-
-…Tutto da solo…-
-…come spesso fanno gli errori…-
-…ancora un po’ di anidride solforosa…-
-…monossido di carbonio…-
-…piombo, radioattività e polluzione-
-…e la mistura sarà completa…-
-…a posto…-
-….terminata…-
-…Se solo sapessero, gli scemi, che noi potremmo salvarli…-
-…se solo immaginassero che noi potremmo restituirgli il mondo-
-…com’era prima degli gnomi..
-…dei draghi…-
-…della distruzione…-
-..se solo sapessero
-..che noi siamo la soluzione:
-…noi possiamo l’estinzione,
-..del buio e della miseria,
-…noi sappiamo
-…che il sole potrà tornare,
-…noi sappiamo
-…cosa bisogna fare.
-…Perché noi, eredi dell’ antica scienza, depositarie dell’ancestrale sapienza delle streghe che sono state al mondo prima di noi, della loro forza e della loro fede
noi posiamo vincere, se solo ci fosse qualcuno capace di battersi, con un coraggio come quello che serviva per affrontare gli ultimi draghi….-
-…Perché è lì, nella tana dell’ultimo mostro,..-
-…che è sotto la collina…- …
-…che ci sono le tre mele-
-…quelle che possono salvare il regno.
-…Ma una sola è quella buona, quella che darà a chi la addenta la beltà totale, al di là di ogni descrizione-
-…le altre due danno maledizioni:-
-…una dà l’incapacità a parlare in maniera decente…-
-…l’altra distrugge mitezza e cortesia.-
-…Ma quella buona dà una beltà sovrumana…-
-… al di là di ogni descrizione…-
 
-Una bellezza sovrumana, una bellezza sovrumana-, pensava la principessa nella sua testa.- I re più ricchi del pianeta si scanneranno per accollarsi i nostri passivi e per pagare i nostri debiti. Potremo fermare gli ingranaggi, tappare le ciminiere. Le caligini potrebbero diradarsi, si ricomincerebbe a vedere brillare il sole.-
Si era fiondata giù dalle scale malferme in mezzo a una nuvola di pipistrelli e solo arrivata a metà della prima rampa si accorse che non sapeva dove andare.
E meno male che, putacaso, le tre streghe si erano messe a continuare la conversazione urlando, fuori dalle finestre, giusto nella sua direzione, con quanto fiato avevano in gola
-…si passa dal sentiero che comincia dietro la reggia-
-…il sentiero che discende –
-…dove prima c’era il torrente-
-…si contano sette passi poi si gira si gira dalla parte del cuore –
-….e ancora nove passi e poi dove tramonta il sole.
-..per la grotta c’è l’apertura……….
-.. l’ingresso che non fa paura……….
-….delle strade la più sicura.-
-…poi bisogna andare al mare…-
-… e cercare e cercare…-
-…e ancora cercare…-
 
La principessa corse come il vento, ripetendosi la strada nella sua testa: prima a sinistra, poi a ovest.
L’alba era vicina. Il buio diventava penetrabile.
Vicino alla reggia sbatté contro qualcuno: era il bibliotecario che la stava cercando.
Lui si era accorto della sua assenza.
Tutte le sere, da dodici anni, senza mai saltarne una, lei passava in biblioteca a fare due chiacchiere con lui, su gli ultimi libri che avevano letto e sugli ultimo sogni che aveva sognato
Quella sera lei non era venuta, lui la aveva aspettata invano e poi aveva passato tutta la notte a cercarla, sempre più disperato visto che lei non c’era da nessuna parte, né della reggia né dei giardini reali di cemento e plastica colorata.
Quando finalmente si ritrovarono, al bibliotecario vennero le lacrime agli occhi per la gioia.
La principessa gli raccontò confusamente la storia.
Le tre mele? Certo che ne aveva sentito parlare, ne aveva letto da qualche parte: la mela della bellezza, quella del turpiloquio e quella del carattere cattivo. Ne parlavano antiche leggende che aveva trovato su un’ antica pergamena, mai più avrebbe immaginato che erano vere.
Si avviarono insieme. Nella luce che nasceva si aiutarono a vicenda, girarono dove dovevano girare e trovarono la porta, anzi erano tre porte su una c’era un cane rabbioso che mostrava i denti, su una un serpente velenoso, sull’ultima un drago orrendo che sputava fiamme dal naso e che voleva su una città dove tutti gridavano e scappavano.
– I draghi non possono far del male perché non ne esistono più. I cani e le vipere sì. Bisogna avere paura solo delle cose reali- intuì la principessa. Spinsero la porta. Entrarono. La strada scendeva, poi saliva di nuovo, poi scendeva. Finalmente si allargava in un posto pieno di voci e di luci. C’era gente che lavorava.
-Questa è la cava di Pietraforata- disse il bibliotecario. Rimasero nascosti al buio a guardare. C’era una specie di titanico schiacciasassi, che, come un lombrico gigantesco dotato di ganasce d’acciaio, per scavare le gallerie, faceva tremare il suolo come se un drago avesse preso la montagna a spallate. Al di sopra di un burrone stava la prima delle tre mele. Era attaccata all’estremità di una scaletta di legno fatta di vecchie assi mezze marcite tenute insieme dallo spago, nel punto dove il cronico terremoto e l’annesso polverone erano al peggio, in mezzo a uno scintillio
dorato.
 


 
-Questo è un lavoro da uomo- disse il bibliotecario. Poi si avviò, valorosamente, perché non era quasi mai uscito dalla sua biblioteca e già gli venivano le vertigini a prendere i libri sugli scaffali alti. Cominciò a arrampicarsi piolo dopo piolo. La polvere gli ostruì i polmoni e lo accecò posandosi sui suoi occhiali. Gli scossoni che prendeva il suolo dallo schiacciasassi gli facevano perdere l’equilibrio, e quando non erano gli scossoni erano i pioli che si schiantavano. Mille volte rischiò di cadere nel burrone e di ammazzarsi.
Trave dopo trave, centimetro dopo centimetro, il bibliotecario dette fondo a tutto il suo coraggio e si arrampicò.
E arrivò.
E quando ebbe la mela tra le sue mani per un attimo sognò di farla cadere, che si schiantasse nel burrone, perché se era quella buona lei sarebbe andata sposa a un re ricco e lontano che non la avrebbe amata se non per la sua pelle perfetta e i suoi capelli d’oro, mentre lui la amava con tutto il suo cuore per quello che lei era, per la sua maniera di ridere, per la dolcezza che aveva quando gli parlava, i sogni che le riempivano gli occhi quando leggeva. Ma eseguì il compito come doveva. Consegnò la mela. Lei la addentò.-
-Sono diventata bella? chiese
-Ieri non lo era meno, Altezza- rispose il bibliotecario
-Ma porca miseria!- esclamò la principessa
-Credo che questo fosse la mela del turpiloquio- concluse il bibliotecario sollevato.
Ripresero la strada, che a un certo punto si divideva in tre alternative. Una era facile, piana, normale e poco illuminata; una era piena di sassi, ma ci si vedeva meglio, la terza era una scarpata micidiale, bisognava attaccarsi a una corda per sostenersi, ma ci si vedeva bene.
– A fare la prima ci spacchiamo la faccia, disse la principessa- si prende un passo normale perché è tutto liscio e al primo sasso o alla prima buca finiamo in frantumi. La seconda è un po’ meglio, ci si fa più attenzione ed è più illuminata, ma è la terza quella dove non ci si distrae un attimo e si ha abbastanza luce per guardare, é quella buona per portare le terga al sicuro-
-Sì maestà – rispose il bibliotecario.
Arrivarono alle fornaci di Battilastra, senza un graffio e senza mai avere messo un piede in fallo. Lì migliaia di operai fondevano le pietre estratte a Pietraforata per trasformarle in lingotti e sbarre. Il rumore era insopportabile, il caldo pure.
-Ma esattamente la nostra economia come accidente funziona?- si informò la principessa-
-Prima degli gnomi producevamo olive, uva e aranci e poi dal mare si pescavano pesci che si potevano mangiare. E pare che nei tempi antichi gli stranieri pagassero per venire a vedere le nostre arance e le nostre olive; e le splendide rovine di antichi templi che poi abbiamo tolto per costruirci officine.
E dopo non lo so: gli ultimi libri di economia sono di tre secoli fa-
-Forse leggere i libri non basta- disse la principessa- Qualche volta bisogna spostare il deretano e venire a verificare di persona.-
Davanti a loro sembrava l’inferno.
C’era un mastodontico calderone dentro cui si buttava la sabbia perché fondesse. Poi, attirati come da stelline di luce alzarono lo sguardo al soffitto.
 





 
 
Su una delle travi c’era una mela..
Tutti lavoravano, la luce era poca, nessuno li notò.
Il bibliotecario andò. Senza dire niente perché non aveva più fiato, fiero e disperato perché lei vedeva tutto il coraggio che lui neanche sapeva di avere mai avuto e perché di nuovo, con quella mela, rischiava di perderla per un re lontano.
Il fumo del calderone era terribile, come l’alito degli ultimi draghi; lo soffocò e gli appannò gli occhiali, le vertigini gli fecero venire voglia di vomitare, ma lei era lì che lo guardava.
Riportò la mela. Lei la mangiò fino all’ultima briciola
-Sono bella?- domandò-
-Sì maestà, come sempre lo siete stata-
-Ma cavolo!- imprecò la principessa- Gli venisse il vermocane a quelle tre fetentissime fattucchiere. Se gli metto le mani addosso le metto al forno con le castagne.
-Credo che questa fosse la mela del carattere aggressivo- disse il bibliotecario
-Chiudi quella bocca se ci tieni a spegnere ancora la prossima candelina- intimò la principessa sempre più furiosa.
-Sì maestà -disse il bibliotecario sempre più sollevato.
Andarono avanti e arrivarono al mare.
Il mare era ricoperto di una melma grigiastra. La strada che li aveva condotti fino lì dal centro della montagna sbucava nei magazzini del porto dove milioni e milioni di lastre si accumulavano.
Non c’era nessuna mela. Girarono e girarono e videro milioni e milioni di lastre accumulate, ma nessuna mela.
– Se metto le mani su quelle tre vecchiacce le metto al forno a fare cibo per cani- Disse la principessa che ne aveva veramente abbastanza.
Trovarono un magazziniere che le spiegò che quelle lastre nessuna nave veniva a imbarcarle mai e nessuno più ricordava a chi e perché potessero servire, ma comunque continuavano a produrle perché altro non sapevano fare.
La principessa se ne tornò alla sua reggia, fulcro del reame. Radunò consiglieri e cortigiani nella sala del trono.
-Siamo nei guai, disse il Gran Ciambellano- siamo senza denaro, il popolo muore di fame-
-Basta coltivare la terra, piantare grano, viti e ulivi- disse il bibliotecario.
-Noi siamo una nazione industriale- disse sdegnato il Gran Ciambellano-
-Si può sapere che accidenti produciamo in questo sciagurato reame?- urlò la principessa
Calò un silenzio di tomba, sia perché nessuno ci era abituato, a quella maniera di fare; l’unica dote di quella disgraziata principessa era stata di avere un carattere gentile; e poi perché in effetti nessuno lo sapeva..
-Mi serve un mese per trovare la risposta- chiese il Gran Ciambellano.
-Ti do tre minuti, poi ti faccio appendere in una gabbia da canarino alla torre più alta, e tutti gli altri mangiapane a tradimento che fanno da cortigiani con te. A parte le principesse, noi, che diavolo vendiamo?-
Si scatenò un’attività frenetica. Si aprirono gli archivi di stato. Chili di pergamene rotolarono per terra. Due minuti e cinquantanove secondi dopo, la risposta era stata trovata. Producevano piastrelle per tane di gnomi e non le vendevano a nessuno perché duecento anni prima gli gnomi si erano estinti.
-Vi do tre ore per trovare un acquirente- disse la principessa- poi vi appendo ai torrioni-
Due ore e mezzo dopo c’erano tre idee: vendere le piastrelle ai paesi di mare come materiale ideale per lastricare i moli, venderle ai paesi di montagna per isolare le case dal gelo, e ai paesi di pianura per fare i ponti sui fiumi.
La principessa approvò, il bibliotecario si sarebbe occupato di fare le reti commerciali e dei lanci pubblicitari. Il Gran Ciambellano dei mezzi di produzione alternativi non inquinanti e a ridurre la produzione al minimo indispensabile, senza eccessi, accumuli e sprechi.
Con i primi soldi si sarebbe cominciato a piantare grano e ulivi. E poi aranci, meli e susini-
-Ma ci vuole del denaro immediatamente- disse il Gran Ciambellano- Non possiamo aspettare.-
L’unico che aveva i quattrini necessari era il re del reame di fianco. Si convocò il suo ambasciatore. L’ambasciatore arrivò sdegnato che si fosse osato disturbarlo mentre si faceva la maschera al cetriolo contro le rughe e le occhiaie.
Gli spiegarono che in cambio di un prestito avrebbero dato la loro eterna gratitudine e anche qualche soldino di interesse composto da addizionare.
-Non se ne parla nemmeno disse l’ambasciatore; non siete solvibili. L’unica maniera di fare quattrini in questo regno è l’eventuale matrimonio della principessa, che è fuori questione: il suo naso e il suo deretano sono di dimensioni spropositati.-
-Vero- disse la principessa- sono in tinta con il cervello. Devo dire che voi avete un coraggio da leone-
-Gli ambasciatori sono protetti dall’immunità diplomatica maestà-
-Vero, ma si può sempre cadere dalle scale. In tutti i casi il prossimo che accenna a una qualsiasi caratteristica fisica della mia maestà andrà a fare un giro turistico dell’interno delle prigioni talmente lungo da potersi considerare definitivo.
A parte questo saremo solvibili tra non molto perché riconvertiamo la nostra economia.-
– Né io ne il mio sovrano ci occupiamo di queste volgarità- rispose l’Ambasciatore- l’economia fa venire le occhiaie e la finanza le rughe-
In quel momento uno scintillio attirò l’attenzione. Sopra il trono levitava la terza mela: svolazzava a mezz’aria in uno sciame di stelline dorate che levava ogni dubbio sulle sue proprietà e la sua magia.
La principessa si illuminò. Prese la terza mela tra le sue mani e la guardò, mentre il suo sorriso si allargava e il suo sguardo scintillava di gioia al punto tale che persino il Gran Ciambellano pensò che lei non era poi tanto male, o comunque non poi così peggio della maggioranza delle persone. Sorridere migliora le persone molto più della chirurgia facciale. Il cuore del bibliotecario per un attimo si fermò.
La principessa consegnò la mela all’ambasciatore.
-Questa mela dà una bellezza sovrumana. La vendiamo al vostro re per tutti i quattrini che ci servono più ancora qualcuno. –
L’ambasciatore accettò.
Il re del reame di fianco fu bello come un dio e felice come una Pasqua
Loro fecero soldi a palate.
Il regno si risollevò e, sia pure tra alterne vicende e fortune, ricominciò a funzionare.
Gli aranceti ricoprirono le coste, il mare ritornò pulito, gli uccelli ricominciarono a cantare.
Anche gli abitanti diventarono un po’ più belli: smisero di essere giallastri e si abbronzarono un pochino, e quando sorridevano i denti sembravano più bianchi e gli occhi si illuminavano.
La principessa e il bibliotecario si sposarono. Ebbero un bimbo che divenne l’erede del regno e che aveva un carattere lievemente migliore di quello della sua mamma, ma non di molto, perché se non sei capace di andare fuori dai gangheri non sei neanche capace di batterti e l’ingiustizia resterà imbattuta.



Le tre streghe ricominciarono a fare piccoli dispetti gentili.

Comments

  1. Lontana antenata di Rosalba? E la logica del prestatore è già tutta qua. Peccato che a distanza di vent’anni noi siamo ancora all’inizio della  fiaba. Aspettando la profezia e la regina dal mare, dovremo muoverci anche noi, io ho iniziato a comprare verdura e frutta a chilometro zero. Un abbraccio Caterina

Rispondi