un’intervista su Io mi chiamo Yorsh

Dall’11 al 13 gennaio al Teatro Baretti terrà una lectio magistralis intitolata come il suo ultimo scritto “Io mi chiamo Yorsh”: Silvana De Mari, medico chirurgo, scrittrice e psicoterapeuta è un vulcano di consapevolezza che emoziona e destabilizza, anche attraverso la linea telefonica.
L’abbiamo intervistata alla vigilia del debutto.

In che modo il Fantasy nella sua evoluzione attraverso i  miti, leggende e fiabe, romanzi cavallereschi, il genere moderno con  J. R. R. Tolkien può avere la capacità di esorcizzare il dolore e la morte?
Il dolore raccontato su una pagina, protetto dal lieto fine, obbligatorio in ogni Fantasy, è una possibilità di consolazione, che invece non sempre può esserci nella letteratura storica o realistica. La morte e il dolore in un libro Fantasy sono eventi che permettono un’elaborazione e quindi ci possono aiutare a capire come elaborare un lutto o la sofferenza: attraverso il pianto, il pianto collettivo che determini anche un contatto fisico significativo come l’abbraccio, altrimenti il lutto resta irrisolto e non si trasforma in sofferenza “pulita”, una sofferenza che dona forza invece di sottrarla. E’ un’informazione banale, che però abbiamo dimenticato.
Fortunatamente la morte esiste molto meno nella nostra vita rispetto alle epoche precedenti”…”Oggi molte persone hanno il primo lutto da adulti, alla morte del genitore e non sanno affrontarlo perché nessuno ha insegnato loro a ripercorrere le tappe di un’elaborazione.
Il genere Fantasy  è in sintesi composto da due parti, il poema epico che rappresenta l’insieme dei valori e virtù maschili e le fiabe che ne rappresentano la parte femminile: questa letteratura ha anche avuto il merito di includere per prima, il dramma della violenza subita dai bambini, quindi ha incluso la più indicibile delle brutalità. Per questo motivo veicola dolore e conforta l’infante e l’adulto, certo con modalità estremamente diverse.

Cos’è un Elfo, chi potrebbe essere un Elfo oggi, trasfigurato nella realtà?
Gli Elfi sono figure mitologiche apparse nelle leggende, nei racconti di Shakespeare per arrivare fino al moderno genere Fantasy grazie agli scritti di John Ronald Reuel Tolkien, autore de Il signore degli Anelli. Essi sono spiriti simili agli umani, alti e magri ma forti e velocissimi, volto pulito, sereno, orecchie leggermente a punta. Sono descritti con una grande vista e un udito molto sensibile. Non hanno barba, hanno capelli perlopiù biondi e occhi chiari che si dice penetrino la persona fino a conoscerne i pensieri, si dice che siano dotati di telepatia. Nella trasposizione moderna li  associo invece, in maniera simbolica, alle vittime di tutti i genocidi e nel particolare delle popolazioni Ebrea, Armena e Tutsi: sono anime “superiori”, dotate, intelligenti che hanno subito il complesso di inferiorità dei loro carnefici.

Perché non si riesce a parlare del “Male” chiamandolo con il proprio nome?
Perché viviamo nell’epoca in cui il nostro demone è il “politically correct” ossia quella linea di opinione e atteggiamento sociale che riserva estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone o verso una “decenza” precostituita e spesso iperprotettiva. Viviamo soggiogati ad una dittatura “morale” che allontana i sentimenti negativi anche se puri per relegarci ad una vita sterile, illusoria, effimera. Tutto ciò risulta deleterio nel momento in cui ci priva delle difese necessarie ad elaborare e affrontare la paura e il dolore.

In che modo ha trasposto il suo libro in un monologo?
Il testo teatrale parlerà di tutta la narrazione fantastica, dal poema epico alla fiaba: mischieremo citazione o recitazione di testi al loro commento.
Io mi chiamo Yorsh è il racconto fatto dal Regno dei Morti: questo permette al protagonista di mischiare il racconto a considerazioni sulla vita e sulla morte.
Sarà un’esplorazione tormentata, perché “non è un evento abituale che qualcuno del Mondo dei Morti possa fare sentire la sua voce e narrare la danza della sua esistenza. Perché è una danza, il gioco di un attore su un palcoscenico incastonato in un fiume di eternità…”.

Esercita ancora la professione di chirurgo?
Non esercito più la professione di chirurgo dal momento in cui è mancata mia madre: la sua scelta di non ricorrere alla medicina per curarsi ha indebolito la dedizione al mio lavoro, ha scalfito la totale fiducia nei mezzi della scienza portandomi a dubitare della nostra facoltà di scelta sulla vita e sulla morte. E’ stato doloroso ammetterlo anche a me stessa, ma questa è la ragione.

Le donne quale arma hanno per riprendere quel ruolo-guida che per secoli è stato loro negato?
Il maschio e la femmina sono esseri complementari ma completamente diversi: hanno entrambi e in egual misura il diritto di avere un ruolo guida contribuendo al progresso umano attraverso caratteristiche proprie. La donna deve rimanere se stessa mettendo in gioco le proprie attitudini.

Esistono rapporti tra il genere Fantasy e i valori della spiritualità biblico-evangelica, se si quali?
Assolutamente si: innanzi tutto ereditano il valore della responsabilità personale di fronte al peccato (per meglio affrontarlo per avere un buon metro di giudizio rispetto ai peccati altrui), del rispetto della “Legge” sia essa civile o divina, l’importanza del sacrificio come rinuncia, come privazione, su tutti, il ricorrente tema del “viaggio”. L’uomo infatti si trova ad essere il centro di più percorsi come crocevia: c’è un percorso verso il finito, il mondo concreto, ed uno verso l’infinito, dove regnano le forze invisibili, più grandi dell’uomo.