un articolo di oggi su La Stampa di Quirico.

Le parole di papa Francesco mi hanno ricordato quelle di uno dei miei carcerieri, in Siria, quest’anno. Quando mi raccontò come aveva ucciso la famiglia dei suoi padroni, padre, madre e la figlia adolescente che scriveva diari, che ho visto, fitti di cuori rossi come il sangue e di vertigini, di slanci innocenti che gettano la vita al di là di noi stessi; e che li aveva sepolti nel loro frutteto, cose gettate via. Mi disse così: «Li ho ammazzati, erano cristiani… »: non maroniti, cattolici, melchiti, caldei, ortodossi, appunto soltanto cristiani. Che bisogno c’era di specificare, nel loro esser cristiani era la condanna inappellabile e senza vie d’uscita; perfino la sua giustificazione a uccidere.

Sì, la Siria è uno dei luoghi in cui galoppa, nei numeri e nei martiri, senza distinzione e senza nome, l’ecumenismo del sangue, come lo definisce il Papa. Il sangue è davvero mischiato dagli assassini, il nominarsi è un liso privilegio: nel Nord della Nigeria la terra dove sbraveggiano i Boko haram, i sanculotti dell’islamismo scelgono le chiese da bruciare, dove i fedeli ogni domenica aspettano immobili che il loro destino si compia; cercano la croce, quelli, senza badare se la storia ha portato lì i seguaci di Roma o quelli che hanno imparato a sillabare il nome del loro dio dai missionari delle confessioni protestanti. Tutti affratellati nel Vangelo, questo documento che respira come diceva Claudel.
In Kenya separano i cristiani dagli altri, come ai tempi delle persecuzioni, per ucciderli. Per rileggere la guerra dei nuovi fanatici bisogna risalire un fiume di disperazione, un fiume così potente, così rapido che la creatura sarebbe presto travolta. Ma non è sola, immobile, è legata al suo Dio, inchiodata come Lui. Ci sono luoghi madidi di odi per la guerra in cui ai cristiani è impossibile diventare dei rentiers della fede, fatto di giaculatorie sempre più ripetute a memoria, dove l’egoismo polverosamente si è cristallizzato. Conservano puro l’amore, come una fiamma.
Una volta in Congo ho incontrato un missionario che viveva assediato nella sua piccola chiesa nella foresta, attendendo la notte, quella del passaggio della soldataglia, o dei ribelli, dei banditi. L’ora della disperazione e della preghiera. Il giorno dopo: chissà se l’avrebbe ancora visto nascere. Ma ciò non scalfiva quello che per lui era sacro, i doveri intransigibili. Gli chiesi: non hai paura? Mi rispose: non ho più paura ecco tutto. Non è la stessa cosa.
E il salafita che ha tentato di convertirmi non mi ha chiesto se ero cattolico romano o protestante: «cristiano, i tuoi vangeli sono libri falsi, pieni di menzogne scritti per ingannare…». Il distinguo il fanatico, lo riservava ad altri musulmani, gli alauiti gli sciiti, iraniani e di hezbollah: «Quelli, seguaci di satana, noi sunniti li ammazzeremo uno ad uno, fino all’ultimo empio…». Il Male, contro tutti, si alza irresistibile, onnipotente, eterno.

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