Studi per un’omosessualità genetica, che non dimostrano nulla

Secondo l’ideologia gay, l’omosessualità deve essere assolutamente ed esclusivamente biologica. Nessuno può farci niente, nessuno ne ha responsabilità. Non poteva andare diversamente. Si afferma che capita, è fisiologica, immutabile, naturale, normale, persino buona, per cui l’unica cosa che si può fare è accettarla e farsene una ragione. Poiché non è una scelta, non è possibile formulare dei giudizi di valore.

Data questa impostazione ideologica, le ricerche delle possibili cause biologiche si moltiplicano e i mass media propongono  studi definitivi, sempre più fantasiosi e bislacchi come quelli condotti da Antony Bogaert su 944 soggetti maschi, il quale conclude che, se un bambino nasce dopo due o più fratelli maschi, la probabilità che sia omosessuale è del 30%, rispetto ad un 6-8% del resto della popolazione. La logica vorrebbe che si studiassero le relazioni familiari nelle famiglie con diversi figli, uno dei quai con tendenze omosessuali e non concludere con cause biologiche, senza alcuna dimostrazione scientifica.

Vi sono altri tre studi, su cui si basano le teorie innatiste dell’omosessualità, che vengono costantemente citati a prova indiscussa di un’omosessualità biologica.

1) Studio condotto nel 1991 da Siomon Le Vay,biologo stutunitense, omosessuale e attivista gay, il quale sezionò alcuni cadaveri, fra i quali quelli di uomini presumibilmente omosessuali e scoprì che il terzo nucleo interstiziale dell’ipotalamo (INAH-3) aveva dimensioni simili nelle donne e negli omosessuali, mentre mostrava dimensioni maggiori nel caso degli uomini dei quali non era possibile alcuna affermazione sull’orientamento omosessuale. Di fronte allo sbandieramento dei mass media circa la dimostrazione dell’origine biologica dell’omosessualità, lo stesso Le Vay dichiara: “Non bisogna considerare ciò che non sono riuscito a dimostrare. Non ho provato che l’omosessualità è genetica, né ho trovato la causa genetica dell’omosessualità. Non ho dimostrato che omosessuali si nasce”  (Cit. in David Nimmons, Sex and the brain, in “Discover”, marzo 1994, pp. 64/71).

2) J. Michael Bailey e Richard Pillard hanno pubblicato uno studio nel 1991, secondo il quale hanno dimostrato l’origine genetica dell’omosessualità. Hanno, invece, dimostrato il contrario. Essi avevano preso in esame coppie di fratelli, nelle quali almeno uno dei due aveva un orientamento omosessuale, cioè: i gemelli omozigoti – che condividono l’identico patrimonio genetico – erano entrambi omosessuali nel 52% dei casi. E’ una percentuale tutt’altro che trascurabile, ma se  l’omosessualità avesse un’origine genetica avrebbe dovuto essere il 100% dei casi, mentre i fratelli non gemelli lo erano nel 9.2% dei casi. Non solo, ma, curiosamente, nel caso di fratelli adottivi – che non condividono nulla del patrimonio genetico – la percentuale era del 10.5%, cioè, superiore a quella dei gemelli biologici. I dati permettono di ipotizzare ragionevolmente che le condizioni ambientali, in particolare le relazioni famigliari, abbiano a che fare con lo sviluppo dell’omosessualità. La ricerca non ha considerato la variante familiare, ma solo quella genetica. Non ha neppure inserito un gruppo di controllo con fratelli cresciuti in ambienti diversi. Questo non è fare scienza, ma esporre delle ideologie e volerne dimostrare i presupposti a tutti i consti.

3) Dean Hamer, genetista, omosessuale e attivista gay, si concentrò su un marcatore genetico, che secondo lui giocava “qualche ruolo” in una minoranza di uomini omosessuali (dal 5 al 30%). Che cosa si può dire del 70/95% di uomini omosessuali? Non dà risposte. In più la ricerca non prevedeva la presenza di alcun gruppo di controllo, per cui lo stesso Hamer dovette ammettere: “Da studi effettuati su fratelli gemelli, sappiamo già che nella maggior parte dei casi l’orientamento sessuale non è ereditario”.

I casi sopracitati sono quelli costantemente portati come dimostrazione dell’ereditarietà dell’orientamento omosessuale. Molto spesso, però, vengono fatte delle affermazioni generiche, senza alcuna dimostrazione scientifica. Dovrebbe esserci l’onestà scientifica di lasciare aperta la ricerca nei vari ambiti: quello genetico e quello ambientale/familiare, per cogliere l’intrinseca interdipendenza dei fattori nella strutturazione della personalità e quindi anche dell’orientamento omosessuale. L’onestà scientifica richiede questo: una ricerca aperta nei vari ambiti che attengono la sessualità umana,   che non sia preclusa o completamente chiusa e anche vietata. A volte le ricerche possono ottenere dei risultati che non sono “politicamente corretti”.

Gilberto Gobbi

 

Sorgente: Studi per un’omosessualità genetica, che non dimostrano nulla – G.G. | Tempo e Spazio. Il blog di Gilberto Gobbi

Rispondi