Silvana De Mari e i buchi neri

Non fa male, di tanto in tanto, subire le prevaricazioni di quell’inquisizione da operetta chiamata Facebook: serve tanto a chi le subisce quanto a chi ne è spettatore a ricordare che quella di essere a casa propria, su quella piattaforma, è una pura illusione.

D’altro canto si possono trovare centomila ragioni per essere grati ai social, che permettono alle idee di volare in tempo reale su tutto l’orbe terracqueo, e parimenti alle persone di incontrarsi. E magari dagli incontri/scontri tra idee e persone viene fuori qualcosa di buono, come in questo post attesta Silvana De Mari (esperta, tra le altre cose, anche di intimidazione mediatica e di stato di censura).

 

 

Ha ragione, il “sistema”, di temere voci così, perché appena l’indicibile viene detto e la sacralità del tabù viene spezzata crolla l’argine dei silenzî e delle omertà. Si liberano così degli adolescenti a cui dei pazzi incoscienti o dei lucidi criminali mettono in testa la domanda “forse sono omosessuale?”: certo che no, ragazzo, non lo sei, nessuno vuole andarsi a beccare ragadi, lacerazioni, batteri e incontinenza. Nessuno considera “naturale” lubrificarsi artificialmente con un flacone di prodotto miorilassante per ogni rapporto.

Ma la cosa è così poco “omofoba” (quante chimere nel Pantheon di questi pagani!) che arriva a liberare anche tanti uomini e tante donne che vivevano fino a oggi nell’indiscutibile convinzione che l’affermazione della mascolinità e della femminilità passasse (anche) attraverso pratiche sodomitiche. Nelle quali l’uomo si conferma nelle sue ambizioni predatorie e la donna nel suo “piacere di piacere e dar piacere”. Tutta roba malsana e inquinante non solo perché sporca (Dante diceva “lercia”) foriera di dolore, infezioni e malattie, ma principalmente perché eteronormativa: tutti questi che credono di essersi liberati da chissà che hanno semplicemente abbracciato un comandamento (quello della “liberazione”) che ne contraddice un altro (quello della “repressione”), senza peraltro indagare le ragioni né del primo né del secondo – e sono diventati così meno liberi di quelli rispetto ai quali volevano affrancarsi.

La forza del primo comandamento, invece, sta nel fatto che ha l’ambizione di corrispondere a ciò che ciascuno desidera. E la riprova viene fuori quando scienziati e medici coscienziosi come Silvana ricevono confidenze di persone che finalmente osano rompere il silenzio in cui si trovavano rinchiusi per mezzo di una legge stabilita da altri.

Poi, certo, c’è anche chi prova a passare alla leva dei soldi, una volta che ha sperimentato il fallimento della macchina del fango: «Pelle per pelle», dice Satana a Dio parlando di Giobbe. Alla fine una deve mangiare. A quei libraî che pensano di punirci non vendendo i libri di Silvana non possiamo fare a meno di ricordare che – specialmente nell’epoca di Amazon – sono loro a mangiare grazie a noi, e non il contrario. Lo tengano a mente.

 

Grazie Silvana: il tuo lavoro e le tue parole smantellano buchi neri di omertà culturale.

Giovanni Marcotullio

Sorgente: Silvana De Mari e i buchi neri – Breviarium