Riprendiamoci le nostre anime!

Riprendiamoci le nostre anime!

Se resterò tetraplegica non ammazzatemi.

Se resterò tetraplegica e cieca non ammazzatemi, perché la vita è bellissima e straordinaria anche nell’immobilità.

Noi siamo creature umane. La nostra potenza è la nostra mente, la nostra libertà è la nostra anima. Da immobile e da cieca potrò essere felice a ogni istante ancora di più, potrò cercare la felicità che è dentro di noi. Solo nell’immobilità la preghiera e la meditazione acquistano una potenza totale. Da tetraplegica e da cieca potrei ascoltare la voce di coloro che amo, sentire il magnificat di Bach e il Requiem di Mozart. Per la prima volta potrei avere il tempo e la calma immobile che sono necessari a costruire una poesia.  Gli dei ci visitano nella malattia, è il dolore l’accidentata strada della nostra grandezza, la sfida estrema dove le nostre anime diventano di acciaio.

Com’è possibile che nessuna delle persone che hanno affollato la vita dell’uomo che ha scelto di morire sia stato capace di dirgli queste cose?  Com’è possibile che nessuno gli abbia spiegato che lui non era un corpo, un corpo in passato bello e forte, e ora malato e piegato, quindi di nessun valore, da buttare.

Lui era un’anima rimasta intatta che l’immobilità poteva rendere ancora più forte. Mi chiedo quanti saranno gli abusi, una volta che, grazie a questo caso, sarà passata la legge. Quante persone fragili accetteranno di firmare sulla spinta del genero mafioso, della nuora insopportabile, del timore di pesare, e poi semplicemente dello stato: l’eutanasia costa pochissimo, seguire un malato costa una fortuna. Nella civile Olanda siamo già all’eutanasia del non consenziente.

Era cominciata con l’eutanasia del consenziente anche in Germania ai tempi di Hitler: l’eutanasia fu pubblicizzata da un film, dal geniale titolo “Io accuso” con protagonista una pianista che scopriva i primi segni dell’Alzheimer.  L’accusa del titolo è diretta a tutti i malvagi che non vogliono l’eutanasia. Il film è del 41. La soluzione finale del febbraio del 42: il concetto che la vita è sacra, una volta che è saltato è saltato. Per chi non se lo ricorda, è finita malissimo.

http://www.tempi.it/canada-eutanasia-usate-i-soldi-per-curare-i-malati-come-me-non-per-ucciderli#.WLRuHRqQpPY
«Usate i soldi per curare i malati come me, non per ucciderli»

L’abuso maggiore, però, è la dichiarazione pubblica che la vita in un corpo lesionato non ha valore, che l’anima sia talmente piccola che nella menomazione si perde e invece è il contrario: è nella menomazione, nell’immobilità coatta, nel buio della cecità che la goccia può diventare oceano. Là dove c’è il dolore, il suolo è sacro, ha scritto Oscar Wilde. Il dolore è una delle strade che possono condurci a Dio. Quest’uomo ha ridotto la sua vita a un corpo. Il dolore, la perdita, diventano insopportabili. Perché vivere con il prodotto fallato? Perché essere il prodotto fallato? Dove Dio non c’è, dove l’anima non è considerata, un uomo è solo un corpo.

Interrotta la via che ci porta a Dio attraverso la nostra grandezza, resta solo la strada per la Svizzera. Il corpo come identificazione: se il corpo è rotto, o vecchio o inabile nulla ha più senso, e allora tanto vale buttarlo. Ritroviamo la via che porta a Dio.

Riprendiamoci la grandezza delle nostre anime.  Per quanto infinita possa essere la notte che ci circonda da tutti i lati, restiamo gli unici capitani della nostra anima. Impariamo a essere invincibili, impariamo a essere infrangibili, diventiamo inossidabili.

Niente può farci paura, nemmeno la tetraplegia, la cecità, nulla, le nostre anime conducono il timone verso l’aurora.

Silvana De Mari