Racconto 1997

Un posto dove ci sono le lucciole

 

Mammografia.
Ieri ho fatto la mammografia. Forse c’è una lesione. Forse.
Torni domani, per l’agobiopsia, signora.
Domani sarebbe oggi. La signora sarei io.
Il tiket devo pagarlo anche per l’agobiopsia? Se ho il cancro non dovrebbe essere gratis? Se ho il cancro non mi dovrebbero anche dare indietro i quattrini di ieri per la mammografia?
Forse è benigno.
Fino a ieri avevo una vita magnifica.
Io neanche lo sapevo quanto era magnifica.
Mi sembrava nei suoi momenti migliori una broda insulsa.
Sui momenti peggiori stendiamo un velo.
Però anche quelli, i momenti peggiori, adesso mi sembrano migliori di quello che ho adesso, questa sala d’aspetto color verdolino e la sempre più esile attesa che qualcuno arrivi a dirmi che è benigno.
Rivoglio indietro la mia vita di ieri.
Ditemi che è benigno così me ne torno ai miei scazzi, alle multe per parcheggio vietato, quelli che ti mettono le ganasce perché ti va un pezzo delle ruote davanti sulle strisce pedonali, mia suocera che viene a prendere la bambina e mi spiega che le donne per bene non si separano mai, e mia madre che non me lo spiega perché, visto che le donne per bene non si separano mai, non viene più neanche a prendere la bambina.
Però anche mia madre e il bastardo che non mi paga gli alimenti, sono meglio di qualcuno che entri da quella porta e non mi dica che è benigno.
Il bastardo non mi paga gli alimenti. E mi aspetta sotto le scale.
E se voglio i soldi dell’affitto devo farlo salire.
E mi riempie di lividi. È la sola maniera di non concludere. Però mi dà i soldi. Pensandoci bene, la mia, è una vita avventurosa. Rischio, coraggio e avventura. Sopravvivenza. Rafting. Una via di mezzo tra Tarzan, Cita e Indiana Jones.
Nei miei momenti migliori la mia vita è una broda insulsa, dove tutto quello che eccelle è la noia e la rottura di coglioni, poi improvvisamente si vivacizza, e cambiamo genere.
Più documentario sociale che rafting.
Ma comunque non film dell’orrore. Non ancora almeno. Però un paio di volte che il bastardo mi ha preso un po’ deciso per il collo, ci siamo arrivati vicino. Adesso è uno dei giorni che porto il foulard di Hermes intorno al collo. Il foulard me lo ha regalato la mamma quando ancora ci parlavamo.
Comprato in una boutique seconda mano, ma di Hermes. Nasconde i livide dei mancati strangolamenti e dà un tocco di classe ai jeans catalogo Postal Market.
Forse è benigno.
Ce la potevo fare a arrivare alla fine del mese; ce l’avrei fatta se non mi avessero messo le ganasce.
Ce l’avrei fatta, non avrei dovuto telefonare al bastardo, adesso non avrei i lividi.
Uno deve essere una bella carogna per mettere le ganasce a una Panda dell’86. Ce l’avrei fatta a fare il rafting fino alla fine del mese. Ce l’avevo praticamente fatta. Adesso sono fuori per tre mesi, questo e i due dopo.
Altre due volte dovrò telefonare al bastardo.
Che mi aspetterà sotto le scale. Non perché senza di me non possa vivere, ma per la rabbia di una cosa che prima era sua e poi ha smesso senza autorizzazione di far parte delle proprietà.
Il divieto di parcheggio è rimasto l’ultimo baluardo di uno stato che per il resto ha calato le brache su tutto, dalla mafia a quelli che non pagano gli alimenti, passando per quelli che ti fanno lavorare in nero.
Vedrai che è benigno.
Aspetto le parole magiche. Adesso qualcuno aprirà la porta e dice:
-Ci scusi signora, che l’abbiamo fatta tornare per niente. Ci dispiace tanto che lei è dovuta tornare, siamo mortificati che lei stanotte non ha dormito, siamo desolati per l’inutile buchetto dell’inutile agobiopsia; oggi ha parcheggiato male? Non si preoccupi, ci porti la multa; gliela facciamo pagare dal Sistema Sanitario Nazionale. Anche stanotte che non ha dormito il Sistema Sanitario Nazionale gliela risarcisce: si chiama sindrome post traumatica. Ci farà tanti di quei quattrini che rafterà fino alla fine del mese senza lividi per i prossimi duemila fine di mese. Anche queste due ore di attesa in questa sala d’aspetto color verdolino vomito, con le sedie di formica e le cicche schiacciate per terra, il Sistema Sanitario Nazionale gliele ripagherà: il tempo degli utenti è sacro, va ripagato, lei cosa fa signora? Il disoccupato con saltuari lavori in nero? Il tempo dei disoccupati con saltuari lavori in nero è puro oro: con quello che le risarcirà il Sistema Sanitario Nazionale sarà come avere vinto al lotto.
Adesso entra qualcuno e dice che, veramente, forse, guardando bene, c’è una lesione, sì è lesione la parola che si usa, una lesione piccola, piccola, è stata una fortuna accorgersi di una lesione ancora così piccola. Che fortuna fare la mammografia! Che fortuna venire qui, che loro sono tanto bravi, i più bravi della nazione (regione provincia, città, quartiere, condominio, scala; ci sarà qualcosa di cui loro sono i più bravi; hanno le sedie di formica nelle stanze color vomito con le cicche per terra, ma sono i più bravi di qualche cosa). È stata una tale botta di culo che è inutile che si disturbi ancora a giocare al lotto signora, la fortuna che le toccava nella vita se l’è già sperperata oggi, ad avere il cancro qui in questa sala d’aspetto color merdolina.
Mi faranno anche la multa.
Non è parcheggiata bene. È un parcheggio un po’ creativo; ero di corsa, dovevo venire qui a aspettare su questa sedia. E su questa sedia, lo giuro, non me ne strafotte un fico che forse dovrò essere operata, forse dovrò fare la radioterapia come mia nonna che vomitava anche l’anima, forse perderò i capelli, forse schiatterò e allora dovranno lasciarmi in pace.
La vera tragedia è domani, dopodomani, lunedì.
Chi farà la spesa, chi consegnerà le traduzioni già fatte, chi porterà in banca i soldi di quelle già pagate, chi andrà i giro a mendicare traduzioni da fare?
Chi porterà la bambina a scuola?
Chi potrà portare la bambina alla sua strafottuta scuola, che è dall’altra parte della città, è una scuola bene, e la scuola dove il bastardo, lui, ha fatto le scuole, e ora ci manda sua figlia. Gli alimenti non li paga, se lei campa o schiatta mangiata viva dalle piattole va bene lo stesso, ma è sua figlia e deve fare la sua scuola. Che è dall’altra parte della città. Io traverso la città, parcheggio la mia Panda dell’86 in mezzo ai fuoristrada e ci resto dentro, nella Panda dell’86, fino a quando Ilaria non arriva, perché tanto se scendessi nessuno mi cagherebbe. Le madri dei fuoristrada resterebbero tutte di schiena, sui loro tacchi a spillo, sotto le loro chiome di parrucchiere (coiffeur), dentro i loro tailleur firmati, con in mostra le loro ossa, i loro gioielli, le rughe che stagioni e stagioni di neve e Caraibi gli hanno scavato sulla faccia. Sono magrissime, abbronzatissime, piene di rughe e gioielli enormi. Oltre che le più stronze, sono le donne più brutte che abbia mai visto. Sembrano un assembramento di prugne secche ingioiellate. Ma non si era detto che il sole fa venire il cancro? E perché me lo sono beccato io, che l’ultima volta che sono stata andata al mare era il ’92 e pioveva?
E poi fanno il regalo alla maestra. Bisogna fare il regalo alla maestra.
Chiedono a me trentamila lire per fare il regalo alla maestra.
Trentamila lire: è un pomeriggio di traduzioni in nero. Mentre il parcheggio vietato e le ganasce sono sette giorni di traduzioni in nero.
Avevo due ruote sulle strisce. Non è giusto. Lui non paga gli alimenti; sono cazzi miei quando lui non paga gli alimenti, dove sono gli avvocati i giudici, le assistenti sociali quando lui non paga gli alimenti? Dove sono i vigili urbani? Dove sono le prugne secche? Ce l’avrei fatta questo mese, ce l’avevo fatta; mi hanno mandato fuori di tre fine del mese. Mi metto a piangere. Le lacrime cominciano a colare. Cominciano a cadere sul pavimento di linoleum su cui le cicche spente hanno scavato innumerevoli piccoli immondi crateri, cadono sulle mie scarpe, sui jeans del catalogo Postal Market (saldo 30%), sul maglione dell’Oviesse (saldo al 40%). Cadono sui miei ottantatre chili.
Adesso che ho il cancro magari dimagrisco.
Mentre piango sento che qualcuno mi guarda. Percepisco lo sguardo di qualcuno. Alzo gli occhi.
C’è una vecchissima dottoressa che mi guarda. Ha l’aria di una che dovrebbe essere in pensione da almeno cinque anni; forse semplicemente si porta male l’età, visto che è ancora in servizio. È piccola piccola, sembra uno gnomo. Ha delle carte in mano con il mio nome sopra. Mi dice che ho il cancro. Cacchio, non si diceva lesione? Una lesione piccola piccina, piccina, piccola come il mignolo di Pollicina, i lacci della scarpa di Cenerentola, i baffi del Gatto con gli stivali.
La dottoressa, qui, dice che ho il cancro. Come l’oroscopo? Sì, come l’oroscopo. Cancro viene dal latino: vuol dire granchio. Perché ha le chele, che distruggono, si espandono. Scavano. Però si curano, guariscono. Lei mi dice che, se voglio, mi accompagna lei al reparto di chirurgia, per prendere gli accordi. Il ricovero prima lo faccio meglio è. I granchi si possono schiacciare mi dice con un sorriso timido, si possono estirpare per sempre, ma bisogna fare in fretta.
Ci avviamo insieme. Ci sono i suoi passi e i miei sul corridoio. È un ospedale senza parcheggi, ma c’è qualcuno che prende il suo tempo per accompagnarti a schiacciare i granchi. Ripenso a questa parola, cancro, decentemente atroce, decorosamente spaventosa: contro le cose spaventose e atroci ci si arma e si combatte. Sono le lesioni piccole piccole, la trappola mortale; questo linguaggio da Grande Fratello, il non buono al posto del cattivo, non sano al posto di malato, lesione al posto di cancro, non corretto al posto di stronzo maledetto che non ti paga gli alimenti e ti aspetta sotto le scale.
Era tanto tempo che camminavo ovunque sola, che non provavo più la sensazione di avere i passi di qualcun altro vicino ai miei.
I granchi si possono schiacciare. Bella metafora.
Suona senz’altro meglio di una lesione piccina piccina. Cancro, come granchio: si può schiacciare.
Oppure no, c’è il rischio che vinca lui.
Col cancro si può anche telefonare alla mamma, dire Mamma ho il cancro, va a prendere Ilaria a scuola. Sì, si può fare. E si fa in fretta, direttamente stasera, perché anche quando si possono schiacciare i granchi ti ricordano che di vita ce n’è una sola e che ogni giorno sprecato è sprecato per sempre. Sia che vinca il granchio, sia che vinca io non devo dimenticarmi mai più che i miei giorni non sono infiniti, ergo unici, preziosi e irripetibili. Giuro che li passerò tutti, fino all’ultimo, meglio che posso.
Il corridoio è finito. Traversiamo insieme un cortile interno, che ha il tradizionale aspetto di discarica dei cortili interni degli ospedali nazionali. Ci sono scatoloni vuotati, vecchi letti arrugginiti, un pezzo di tavolo operatorio, con la sua sinistra aria di strumento di tortura. La vecchia dottoressa ha un’aria di gnomo triste; fa un sorriso imbarazzato accennando alla discarica. -Però qui ci sono le lucciole – mi dice indicando due cespugli di gelsomino.
Sì, è un posto con i cortili discarica e i cespugli di gelsomino dove vivono le lucciole, le sale d’aspetto color merdolina, e qualcuno che mi accompagna perché i miei passi fino al reparto di chirurgia non siano soli.
Andiamo a schiacciare i granchi. Granchi. Scorpioni . Scarafaggi. Vermi.
Non so se sia l’urgenza del granchio, che può essere schiacciato oppure no, o la consolazione dei miei passi che per la prima volta da tempo immemore non sono soli, ma per la prima volta, lo giuro, per la prima volta, mi viene in mente che, se passo al pronto soccorso a far vedere i miei lividi a qualcuno, poi si può fare denuncia.
Dico alla dottoressa gnomo che prima di andare in chirurgia, già che sono qui, vorrei passare in pronto soccorso. Lei mi guarda. Il suo sguardo si sposta dai lividi del collo dove il foulard Hermes si è scompisciato alla faccia dove si è scompisciato il rimmel.
Continua a guardarmi.
Poi dice:- Ma certo. L’accompagno-.
Sì, accompagnami. Se qualcuno mi accompagna e mette i suoi passi vicino ai miei potrei farcela.
Potrei riuscire a arrivare fino al Pronto Soccorso. Fino alla Chirurgia.
Potrei riuscire a schiacciare i granchi, gli scorpioni, gli scarafaggi e i vermi.
Potrei traversare i deserti. Vedere le lucciole.
Forse la multa non me l’hanno fatta.

 

sdm

 

Comments

  1. Lo rileggo sempre volentieri, pur consapevole che alla fine mi sfugge sempre una sana lacrimuccia di commozione… Grazie!

  2. Grazie a te, Simona!

    sdm

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