Questione di metodo

Questione di metodo

di Giorgio Masiero

Confronto tra la “correttezza politica” di oggi e la dialettica nella Scolastica del Medioevo

In nome del politically correct i bambini d’una scuola elementare di Brescia si sono rifiutati (o sono stati istruiti a rifiutarsi) di cantare una tradizionale canzone natalizia, “per non urtare la sensibilità” dei bambini di altre confessioni. Poco importa che nessuno dei potenziali offesi, o dei loro genitori, avesse manifestato delle riserve: per metodo, la correttezza politica si fa anticipatamente carico di autocensura nel modo di parlare, così da evitare ogni conflitto, anche improbabile e soltanto di opinione. La correttezza politica distingue o all’opposto confonde i concetti, complica o al contrario semplifica la grammatica secondo i suoi moti dettati dalla logica dell’omologazione, che è divenuta una necessità del potere politico: così esso supplisce alla sua impotenza a superare la disparità reale abissale tra le classi sociali con il surrogato di una parità formale. Il lessico istituzionale si arricchisce del neologismo di sindaca negli atti del comune, mentre vi s’impoverisce all’ufficio anagrafe con il generico vocabolo di genitore, che va a sostituire i più specifici padre e madre; o la persona con handicap è chiamata diversamente abile in un luogo, mentre in un altro una commissione di esperti ne stabilisce metricamente l’indice d’inabilità con un numero da 1 a 100. Avrà dallo stato un’assistenza misera, ma almeno nessuno potrà chiamarlo handicappato. La correttezza politica è fasulla, ma procede irrefrenabile nel suo programma di finta parificazione universale.

Poiché a partire dal 1945 gli USA anticipano le mode che poi dilagano anche da noi, un’occhiata a ciò che succede oggi al di là dell’Atlantico ci permette di predire scientificamente ciò che succederà domani di qua. Là ora tocca alle statue di loro eroi, come il generale Robert E. Lee (nato nel 1807), di essere abbattute, perché gli effigiati si sarebbero macchiati di sessismo, razzismo o altre nefandezze, così giudicate secondo i canoni relativisti del nuovo assolutismo. Tocca ai grandi capolavori della letteratura e della filosofia nei testi adottati a scuola, dall’Huckleberry Finn di Twain a Cuore di Tenebra di Conrad fino… alla Critica della Ragion Pura di Kant di essere compulsivamente sovrascritti di note – nelle prefazioni, a fondo pagina, a fine capitolo e finanche in copertina – dove “le lettrici ed i lettori” sono messi (pardon, messe-i) in guardia da contenuti omofobi, classisti, ecc., ecc. College ed università costruiscono “spazi sicuri” dove gli studenti più sensibili possano ritirarsi dopo lo shock derivante dalla conoscenza dei costumi barbari e dei pregiudizi ignobili degli antenati: in questi rifugi, i nervi delicati dei giovani americani si rilassano giocando con pupazzi di gomma, o disegnando su lavagnette elettroniche, o guardando video di amorevoli cuccioli. La sola prospettiva di partecipare ad un duro confronto sull’orario di lezione o sulla meta dell’annuale gita scolastica spedisce molti studenti alle suddette varianti di day hospital.

Paradossalmente, al timore esasperato di alcuni studenti di ferire le opinioni altrui, si scatena in altri (o nei medesimi in altri contesti) l’inclinazione a ferire i corpi altrui: di qui la violenza fisica, che esplode in risse, stupri e sparatorie nei campus. Che sia perché il dissenso non ha altri sbocchi, quando non è risolto nelle forme della democrazia e viene artificiosamente soffocato dall’autocensura?

Eppure nella storia dell’Occidente ci fu un’epoca in cui la gente sapeva come dibattere nelle scuole pubbliche tutte le questioni, senza tabu. Sarà una sorpresa per qualcuno, ma quest’epoca sta nel Medioevo e guarda caso è il tempo in cui nacque in Europa il sistema universitario (XIII secolo). Universitas vuol dire che qui si discute di tutto. Nell’università medievale l’insegnamento non era fondato sulla Lectio (= lettura) dalla cattedra – che è il metodo in cui uno parla e gli altri ascoltano, transitato dalla Prussia militaresca alle altre scuole europee molto più tardi, nel XIX secolo –, ma sulla Quaestio disputata (= la questione contesa), che consisteva in uno scambio intellettuale, pubblico, vivace, a volte anche rancoroso, su una questione qualsiasi tra gli “scolari”, moderato dal “baccelliere”. Questi era l’assistente del “maestro”, il quale sceglieva la questione e il giorno dopo la discussione ne sintetizzava i termini esponendo la sua tesi. Rispetto ad oggi, il rapporto fra docenti e discenti era più sfumato, non solo perché la disputa prevedeva la partecipazione degli studenti, ma anche perché i maestri d’una disciplina (“arte”) erano spesso, contemporaneamente, studenti in un’altra.

Nessuna posizione, per quanto eretica rispetto alle credenze dominanti, era esclusa dalla disputa. Per esempio, nel quinquennio (1263-‘68) del rettorato di Étienne Tempier, all’università di Parigi ci si trovò a dibattere sulle seguenti questioni:

  • se la religione cristiana ostacoli l’istruzione (“quod lex christiana impedit addiscere”);
  • se ci siano favole ed errori nella religione cristiana come nelle altre religioni (“quod fabulae et falsa sunt in lege christiana sicut in aliis”);
  • se a studiare teologia non s’impari niente (“quod nihil plus scitur propter scire theologiam”);
  • se i discorsi dei teologi siano fondati su favole (“quod sermones theologi fundati sunt in fabulis”);
  • se qualcosa possa accadere a caso rispetto a Dio (“quod aliqua possunt casualiter evenire respectu causae primae”);
  • ecc…

Come si vede, nulla di nuovo sarebbe stato inventato contro il cristianesimo nei secoli moderni, che non fosse già stato discusso nel Medioevo nelle cattolicissime università di Parigi, Oxford, Salamanca o Padova! Ci si può invece chiedere quale università in Occidente oserebbe oggi dibattere pubblicamente questioni simili a quelle di Tempier, con riguardo all’islam piuttosto che al cristianesimo o alle ideologie di moda piuttosto che alla teologia! La medievale “universa universis libertas” (libertà su tutto per tutti, il motto dell’università di Padova dal 1222) liberò la fantasia anche sulle questioni più eteree, del tipo: se il mondo sia finito o infinito, se sia sempre esistito o no, se esistano o no infiniti universi, abitati o no, ecc. Io non conosco congettura scientifica che non sia stata dibattuta nelle università medievali e talvolta mi chiedo se l’abito all’autocensura non sia una delle cause dell’attuale crisi della scienza, così a corto di nuove idee…

Per capire ed apprezzare il metodo medievale, bisogna leggere i testi degli autori di quel tempo (gli Scolastici) direttamente. Rispetto alla spettacolarità cui ci hanno assuefatto i talk show in televisione e le tecnologie mediatiche, di primo acchito gli Scolastici possono spaventare per la loro severa scarnezza; però subentra gradualmente in chi li legge un’educazione al ragionamento mista ad ammirazione verso una forma di confronto duro, ma disciplinato.

A questo punto, non posso esemplificare senza ricorrere al capolavoro della Scolastica, la Summa theologiae di S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), del quale i cristiani festeggiano domani la ricorrenza liturgica. La Summa tratta un migliaio di grandi questioni contese, che spaziano dalla teologia all’etica, dall’estetica alla gnoseologia alla filosofia naturale. Per esempio, la questione 2 della Parte I tratta l’esistenza di Dio, la questione 6 la verità, la 58 della Parte II la giustizia, ecc. Ogni questione viene analizzata in diversi “articoli”, che corrispondono ad altrettanti problemi che la riguardano. Così la quaestio dell’esistenza di Dio è suddivisa in 3 articoli – se l’esistenza di Dio sia evidente, se l’esistenza di Dio sia dimostrabile, se Dio esista o no –, la quaestio della verità è divisa in 8 articoli, quella della giustizia in 12. Per ogni articolo di ogni questione si ripete la medesima struttura logica in 5 fasi, rappresentata nella figura sottostante. Osservala, Lettore, attentamente, in particolare nella colonna di destra.

La struttura in 5 fasi di ogni articolo di ogni questione nella Summa di Tommaso d’Aquino

Con tale metodo, il filosofo scolastico dimostra di prendere in seria considerazione ogni obiezione, s’impegna a chiarire bene gli argomenti a sostegno della sua tesi e ribatte alle obiezioni. C’è un’opera moderna che, pur riguardante tutt’altra scienza codificata in tutt’altro linguaggio, mi ricorda per taluni aspetti la struttura della Summa. Sono i Fondamenti della Geometria (1899) di David Hilbert: in questo capolavoro della matematica moderna Hilbert ricostruisce la geometria con un metodo assiomatico-deduttivo rigoroso, cercando di evitare (come Tommaso) le assunzioni implicite, le ambiguità di significato e le lacune di rigore logico degli autori precedenti, nel suo caso gli errori degli Elementi di Euclide. Ancora come Tommaso, Hilbert divide il suo campo di studio in grandi questioni, che svolge in altrettanti capitoli del libro e suddivide in problemi particolari, cui fa corrispondere i paragrafi del capitolo. I problemi sono infine risolti attraverso un sistema strutturato di spiegazioni, assiomi, definizioni e teoremi.

In [Ia q. 2 a. 3], cioè nell’articolo 3 della questione 2 della Parte I di cui ho riportato una frazione del testo originale nella colonna di sinistra della figura, Tommaso si chiede, semplicemente, se Dio esista. Se si poteva pubblicamente porre nel XIII secolo tale domanda, accompagnandola con due argomenti vigorosamente contrari, significa che nelle università europee non c’erano allora autocensure a dibattere di checchessia. Non basta: prendiamo il primo dei due argomenti ateistici scelti da Tommaso, quello che oggi chiameremmo dell’esistenza del male: “Se di due contrari uno è infinito, l’altro è azzerato. Ora col nome ‘Dio’ s’intende affermato un bene infinito. Se dunque Dio esistesse non dovrebbe esserci il male. Viceversa nel mondo c’è il male. Quindi Dio non esiste”. Questo argomento, insieme all’altro che qui non riporto per ragioni di spazio (oggi lo chiameremmo l’argomento scientista), è il miglior distillato di un teorico ateismo medievale e forma un insieme argomentativo così asciutto e accattivante che non sarà mai più superato, al punto che sarà ripreso parola per parola dai filosofi illuministi 5 secoli dopo per sostenere le loro tesi irreligiose…, e ancora dagli ateisti di oggi senza alcun apporto originale. Nel prosieguo dell’articolo, Tommaso, si capisce, espone la sua tesi teistica, la motiva (con le famose “5 vie”) e chiude con la confutazione dei due argomenti ateistici secondo lo schema che abbiamo sopra esplicitato: ma non è il merito che qui m’interessa, quanto piuttosto rilevare che i dibattiti odierni sarebbero facilitati in ogni sede – politica, scientifica, economica, aziendale,… – se i contendenti avessero la capacità (ed il rispetto) degli Scolastici nel presentare le tesi dell’avversario in maniera altrettanto chiara e vigorosa.

Per ogni problema esaminato Tommaso presenta la sua soluzione corredandola di ragioni. Anche in ciò il metodo medievale ha forse qualcosa da insegnare alla didattica moderna, rispetto alla tendenza al rinvio sine die che caratterizza oggi tanta parte dell’amministrazione pubblica e privata. Nelle scuole di business management, si adottano testi che insegnano la tecnica del rinvio… per l’istruzione di quei dirigenti che, stretti tra gli stakeholder e i lavoratori, cercano disperatamente di non offendere nessuna delle parti e trovano rifugio proprio nell’indecisione permanente. Per Tommaso invece, una mente aperta è come una bocca aperta, per dirla con Chesterton, progettata per chiudersi su qualcosa di concreto e nutriente, mai su niente. In chiusura della discussione infine, Tommaso ritorna alle obiezioni iniziali confutandole, o spesso mostrando che certe posizioni sono contrastanti solo in apparenza e si possono conciliare quando i termini del contendere siano propriamente intesi. L’arte dialettica di Tommaso sta nel cercare elementi di verità anche nelle posizioni avversarie, da utilizzare per correggere ciò che gli pare sbagliato. Nel processo dialettico fatto di obiezioni e contro-obiezioni, in particolare nella fase 3, il dottore angelico fa ricorso alle fonti più disparate: alle Scritture e ai Padri della Chiesa in primo luogo, ma anche ai filosofi pagani come Aristotele, Platone, Cicerone, ai maestri ebrei come Maimonide e arabi come Avicenna e Averroè, che sono sempre trattati con grande riverenza. Anche quando si trova in disaccordo con loro su importanti questioni, ciò non gli impedisce di dialogarci, di ascoltarli e di prendere seriamente i loro argomenti.

Il metodo della Scolastica può essere uno spazio sicuro di educazione ed apprendimento anche nelle scuole dei nostri tempi, ma è adatto solo a persone (docenti e discenti) che credono nella ragione e cercano sinceramente la verità, non a ragazzini paurosi né a gente allevata dalla correttezza politica a non pensare.

Tratto dal sito Critica scientifica di

Enzo Pennetta

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