Quando la censura politicamente corretta è ridicola

QUANDO LA CENSURA POLITICAMENTE CORRETTA E’ RIDICOLA

Madamina, il catalogo è questo / Delle belle che amò il padron mio; / un catalogo egli è che ho fatt’io; / Osservate, leggete con me. / In Italia seicento e quaranta; / In Alemagna duecento e trentuna; / Cento in Francia, in Turchia novantuna; / Ma in Ispagna son già mille e tre.

E’ la famosa aria del Catalogo che il librettista Lorenzo Da Ponte e Mozart fanno cantare al servitore di Don Giovanni, Leporello, che così vorrebbe far capire all’ingenua Donna Elvira chi sia in verità il suo amato: un impenitente libertino, che tiene addirittura il conto delle sue conquiste sparse in tutto il mondo.

Il “Don Giovanni” è del 1787 e, a quei tempi, quell’aria non infastidì nessuno, nella versione che è giunta fino a noi: oggi è diventato un caso nazionale in Germania. La ragione? Quelle 91 donne turche, vittime 230 anni fa del fascino di Don Giovanni, potrebbero turbare la sensibilità dei Musulmani presenti in Germania, nonché irritare il governo di Erdogan, l’attuale Presidente turco. Dunque il Teatro di Berlino, che ospiterà l’allestimento dell’opera mozartiana, dovrà per forza operare un cambiamento e quelle 91 turche diventeranno, con buona pace di Da Ponte, 91 Persiane, naturalmente sempre che non si inalberi il governo dell’Iran, attuale nome dell’antica Persia…

Ma chi ha avuto questa brillante idea?

Pare che la direttiva sia arrivata proprio dalla Cancelleria tedesca, visto che la Turchia deve aiutare adesso l’Europa a gestire i flussi migratori e non è bene irritarla, in questo momento.

Ma questa è un’altra storia e non me ne vorrei occupare, anche se, a dire il vero, nemmeno la politica avrebbe dovuto occuparsi dell’opera, almeno non in questo modo…

In effetti questo allestimento berlinese del “Don Giovanni” una censura la meriterebbe: la regia sarebbe da bocciare in pieno, vista la chiave di lettura prettamente erotica adottata dal creativo di turno, come pure la scelta di far cantare il testo originale in italiano in lingua tedesca.

Questione di gusti e di interpretazioni, tutto qui: e poi c’è la libertà di espressione, sacrosanta.

Il regista è libero di agire come crede nell’allestimento e noi liberissimi di criticarlo.

Del resto, in passato, l’opera si è dovuta spesso piegare ai voleri dei potenti: nemmeno il cosiddetto primo melodramma, l’”Euridice” di Jacopo Peri si era salvato, perché, dal momento che la sua rappresentazione (Firenze, 6 ottobre 1600) era prevista per festeggiare il matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia, non si poteva permettere che Euridice, la sposa, morisse prima delle nozze con Orfeo, come prescrive il mito, per cui il librettista Ottavio Rinuccini dovette scrivere un finale che vedeva il figlio di Apollo riportare sulla terra l’amata, di nuovo viva e vegeta, dal mondo degli Inferi. E fino a qui, poco male.

“Le Nozze di Figaro” di Mozart, opera basata su una commedia di Beaumarchais che conteneva fermenti della Rivoluzione Francese ed esplicite critiche alla nobiltà, attirò le attenzioni della censura austriaca, tanto più che Maria Antonietta, regina di Francia grazie al matrimonio con Luigi XVI, era la sorella dell’Imperatore Giuseppe II; e non dimentichiamoci che molte delle opere di Verdi, che inneggiavano alla libertà, contro la tirannia, vennero per questo censurate in modo assai pesante.

Significativa la storia dell’opera “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk” del compositore russo Dmitrij Dmitrievič Šostakovič. Rappresentata per la prima volta nel 1934 al Leningrad Maly Operny, l’opera fu avversata dal regime comunista, sebbene fosse nata proprio come espressione di critica nei confronti della società borghese, tanto che in Russia non fu più eseguita perché “inadatta al pubblico sovietico” e tutta la musica di Šostakovič, in generale, fu attaccata violentemente dalla stampa del suo paese. Il compositore, nonostante la sua “Lady Macbeth” fosse rappresentata con successo in Europa, temendo ritorsioni, approntò un’altra versione del lavoro, che, finalmente senza più problemi, debuttò a Mosca nel 1963 nella sua nuova veste e con un altro titolo (“Katerina Izmajlova”).

Censure, veti e ritorsioni erano usuali nei regimi totalitari, ma ora, a sorpresa, sta succedendo qualcosa di simile nella “democratica” (?) Europa: è il politicamente corretto, bellezza!

Immagino cosa direbbero Mozart e Da Ponte del loro “Don Giovanni” berlinese, e ve lo tradurrò in un linguaggio politicamente corretto: chi ha voluto censurare l’aria di Leporello è proprio “diversamente intelligente”. Anche se “imbecille” sarebbe la parola più adatta. E più vera. Ops, l’ho detto…