Psicologia, sociologia, antropologia? Per l’Etica non sono normative.

Siamo nell’epoca in cui ricordare l’ovvio, perfino il banale, sembra quasi un atto rivoluzionario. Controcorrente.

Così, c’è perfino da discutere che non siano l’antropologia o la sociologia o la psicologia a definire ciò che è eticamente accettabile, buono, oppure no.

Che tristezza quando a sostenere che avere una madre o non averla è la stessa cosa è proprio una donna.
E che tristezza aggiuntiva, quando le sue considerazioni muovono da presupposti etici aberranti, il primo dei quali è credere che sia tutto lecito ciò non comporta danni misurabili (che la scienza è in grado di valutare in modo quantitativo, ovvero confrontabile e comprovabile).
E’ così che l’ “esperta” di turno, tale Eugenia Romanelli, ci avvisa che sta per arrivare un nuovo studio sui bambini inseriti in coppie same-sex, ovvero sugli effetti della deprivazione genitoriale. E allora, tutto sarà chiarito: i bambini, deprivati di padre o madre, stanno benissimo. Sì, perché di questo si tratterebbe: appurare che la deprivazione non provochi danni misurabili.

Dopo di che, nulla osta.

Noi, invece, partiamo da qui: il bambino trapiantato artificiosamente in una coppia dello stesso sesso è un bambino abusato, privato del padre o della madre per far piacere a due o più adulti.

Un’azione eticamente insostenibile, che riduce l’essere umano a oggetto: progettato, deciso a tavolino, fabbricato, deprivato di padre o di madre. Quindi reso orfano, volontariamene, e venduto.

E’ così che abbiamo reso possibile il peggio che si possa immaginare.

Perché la realtà, diciamolo, è più o meno questa (guarda il video).

E la commercializzazione non finisce qui.

Quanto costa una foto del figlio ottenuto dal politico Niki Vendola e dal compagno mediante l’utero in affitto?

 

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Scrive a questo proposito il giovane e brillante filosofo Diego Fusaro: “Bambini che diventano merci on demand, donne che diventano incubatrici, povere ragazze costrette ad affittare il grembo per arrivare a fine mese, e masse lobotomizzate che difendono questo orrore classista per individui ricchi e senza valori. Ecco spiegato, in due parole, l’abominio dell’utero in affitto, crimine ai danni dell’umanità“.

Merci “on demand”.

Si può scegliere.

Anche il colore degli occhi:

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 Vogliamo parlare di listino prezzi?

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Il listino prezzi per l’acquisto di un bambino. Basta digitare su Google.

E perché mai nessuno parla delle testimonianze di chi è stato messo al mondo e poi venduto in questo modo?

Una per tutte: il caso di Stephanie Raeymaekers.

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Diciamolo subito: è il coronamento dell’ideologia gender. Una volta mostrato che per un bambino non è fondamentale avere un padre e una madre, maschio e femmina, sessualmente e psicologicamente differenziati ed identificati, non ci saranno più storie. Contro i fatti avrà vinto l’ideologia: uomini e donne sono uguali.

Da lì in poi potremo fare quello che vogliamo: stravolgere natura, psicologia, logica, diritto. Buon senso. Fare di tutto un prodotto-merce di cui disporre secondo i capricci, le voglie, i sentimenti del momento.

Pure i bambini.

Che importa?

Giocoforza, la buttano sull’analisi psicometrica.
Vi ricordate quando dicevo che la via del confronto psicologico era infruttuosa per almeno tre motivi? Quello che avevo previsto si sta puntualmente verificando. Prima di tutto non esiste alcuna unanimità nel dibattito tra le diverse scuole psicologiche su ciò che consegue dalla deprivazione genitoriale nei bambini. Diverse teorie di riferimento, diversi approcci, diverse metodologie (a partire dalla scelta dei “campioni”), i limiti invalicabili dell’intervista su cui si basano queste ricerche, fanno del territorio della Psicologia una palude dalla quale neppure i più preparati riescono talvolta ad uscire senza impantanarsi.? Penso solo al fatto che esistono oltre un centinaio di indirizzi terapeutici diversi. Figuriamoci. Chissà come mai si dimenticano di dirlo. Chissà che cos’è quest’amnesia generale, per cui nessuno si ricorda più che la Psicologia è una scienza molle, mollissima, che non dimostra un bel niente, ma che al massimo costruisce “oggi” una teoria adeguatamente strutturata, in base a ciò che “oggi” sappiamo, ipotizziamo, crediamo e che “domani” verrà inevitabilmente considerato perlomeno “superato” (se non radicalmente sbagliato).
La Psicologia, scusate se mi ripeto ma il silenzio su questo nodo cruciale è assordante, non è la Matematica: non “dimostra” nulla. Glielo impediscono sia il metodo che l’oggetto. Al massimo congettura.

Ma non è finita.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’industria miliardaria (è ormai un fenomeno mondiale) delle agenzie della fertilità (ovvero il mercato della fabbricazione e vendita dei bambini) ha fiutato l’affare ed è oggi il primo sponsor di ricerche mirate a convincere le masse della teoria del “nessun danno per i bambini” (deprivati, resi  volontariamente orfani e costretti a crescere in un contesto oggettivamente discriminante).

Non potremo mai competere con una forza di questo tipo.

Gli studi che mostrano i danni misurabili saranno sempre meno, sono costosi e nessuno li paga. Alla fine scompariranno. È una forza terribile, quella del Mercato globale, che usa la tecnica per mercificare l’uomo e che da tempo si è impadronita dei Mass Media. Ha saputo creare un vera e propria corrente di pensiero-unico, alimentando una sorta di psicosi sociale per cui da una parte l’ideologia gender non esiste dall’altra essere padre o madre è la stessa cosa, per cui per un bambino vanno ugualmente bene “due papà” o “diciotto genitori”.
E se qualcuno osa ricordare che nessuno al mondo è figlio di due padri, prima viene etichettato come “omofobo”, quindi costretto a chiedere scusa o esposto alla pubblica Gogna. Presto, verrà ri-educato.

Il fatto è che non possiamo tacere.
Contro la disarmante superficialità dilagante (l’ultimo caso è, come abbiamo visto, quello di Eugenia Romanelli) occorre un Family-day in versione settimanale ed informazione, informazione, informazione, come se piovesse. Come fanno benissimo gli amici di Documentazione.info

Dobbiamo insistere.

Di fronte allo scempio  che stanno portando a termine, sulla pelle dei bambini, io credo sia impossibile voltarsi dall’altra parte.
Gli studi, ci informa la specialista Romanelli, dicono che “non sussistono differenze significative tra figli di genitori omosessuali e di quelli eterosessuali”.
Ma dai.
Non lo sapevamo.

E giù la sfilza di analisi psico-socio metriche. Ovvero di misurazioni tramite interviste e analisi comparate di risultati scolastici, in base a domande scelte (non a caso, ovviamente), che ci dicono come stanno i bambini.

Risultato: non sono malati.
A scuola non vanno poi male.
Non sono insoddisfatti del modo in cui vengono accuditi, degli amici, dei parenti, dei “due papà” o delle “due mamme”.

Ma ci credete davvero?
Davvero siamo così ingenui da sottovalutare il terrore di un bambino che già si pensa abbandonato dalla madre o dal padre (o peggio sa che l’altro genitore gli è stato tolto perché così hanno deciso gli adulti) ed ora sospetta che in base al suo racconto la sua situazione potrebbe anche peggiorare?
Davvero qualcuno è così inebetito da pensare che sia lecito far crescere un bambino senza la mamma “perché tanto le ricerche ci dicono che a scuola gli orfani vanno bene come gli altri?

Davvero riusciamo ad immaginare che il dolore, la rassegnazione, la rabbia (che presto o tardi esploderà, come i cresciuti in coppie same sex testimoniano), siano quantificabili con una checklist telefonica?
Peraltro, non trovo una sola domanda sul genitore mancante: “sei contento di non avere la mamma?”
Sei contento di non avere un papà, come tutti gli altri bambini del mondo?”
Domande così: alle quali tutti possiamo rispondere.
Elementari.

Quali sono poi le differenze che sono state analizzate?
E che importanza ha se non sussistono differenze significative? Di quali “differenze” stiamo parlando?
Che cosa dovremmo notare di strano, esteriormente, in bambini che crescono di fatto orfani di uno dei due genitori? Lo sappiamo da sempre: i bambini sopravvivono.

La psicologia ha da tempo messo a fuoco il concetto di resilienza: anche nelle situazioni più terribili qualcuno addirittura riesce a vincere su tutto, anche sul proprio dolore, e perfino a raggiungere mete considerevoli. Qualcuno parla anche di “ipercompensazione” < ingl. overcompensation > “forma estremizzata di compensazione del complesso di inferiorità”.

Che dite, basta per cancellare la madre dalla vita di un bambino?

Basta per accettare che in Italia ci sia una legge che vieta di separare il cucciolo di cane entro i sessanta giorni dalla madre ma per l’uomo si possa tranquillamente far finta che non ci sia alcun legame, a partire da quello intrauterino?

Un aneddoto, per capirci.
Avevo un amico, che soffriva come un cane per essere stato lasciato dalla fidanzata. Me lo aveva confidato in segreto: nonostante ci frequentassimo assiduamente non mi ero accorto di nulla.
Era anche stato da uno Psicologo per un po’, temeva di essere depresso ma dai test non risultava niente.
Anche questo, non lo sospettava nessuno. Dall’esterno non si vedeva niente: sempre sorridente, in palestra, in compagnia, al sabato sera. Impeccabile sul lavoro.
Sembrava lo stesso di sempre.
Fino a quando non si è impiccato.
Che cosa misura la Psicologia?
Misura il dolore segreto, profondo, nascosto? Al massimo ci può aiutare – se il terapeuta è davvero bravo – a farci capire da dove viene, qual è la natura del dolore e della sofferenza che proviamo. A proposito: esistono oltre 100 scuole terapeutiche diverse. Così, per dire come “la psicologia” non sia affatto quel blocco monolitico di sapere affidabile che i media voglio farci credere. Tutt’altro. Basti dire che solo pochi anni fa si usava la Terapia elettro convulsivante: sì l’elettroshock.
Per non dire, come ricordava il filosofo della scienza Larry Laudan, che molte “teorie scientifiche”, un tempo considerate di successo, si sono poi rivelate discutibili o addirittura sbagliate (come per esempio la teoria medica degli umori, la teoria della forza vitale, la teoria della generazione spontanea, etc.).

Il fatto è che la Psicologia non può dirci ciò che è moralmente accettabile, ciò giusto e ciò che è sbagliato.

Detto altrimenti: la Psicologia non è normativa per l’Etica.

Farò un esempio, per spiegarmi meglio.
Se l’unico metro di stabilire ciò che si può fare e ciò che non si può fare è la “misurazione scientifica” allora se ne deduce che potremmo anzi dovremmo accettare anche la pedofilia, qualora si arrivasse a stabilire che non ci sono poi danni psicologici rilevanti nel caso di rapporti tra adulti e minori.
Perché no?
Ipotesi tutt’altro che irrealistica.
Visto?

A me sembra che chi ragiona così o è di una superficialità imbarazzante o un analfabetismo epistemologico stupefacente (chi non conosce la distinzione tra scienze dure e scienze molli?) o di una crudeltà agghiacciante o palesemente in mala-fede. O tutte queste cose insieme.
Come tutti sappiamo, la Psicologia nasce con Aristotele ed è ancora in pieno sviluppo: ha alle spalle una storia lunghissima, fatta di continui mutamenti teorici. In realtà nessuno oggi sottoscriverebbe una teoria psicologica dell’Ottocento, mentre – sempre per fare un esempio – il teorema di Pitagora è ancora lì com’è stato inizialmente definito, da oltre duemila anni, a ricordarci ogni giorno la differenza che c’è tra “dimostrazione” e “congettura”. Mentre la prima non ammette negazioni (pena la contraddizione logico-formale), la seconda è sempre perfettibile o addirittura passibile di radicale ritrattazione. Dipende da una complessa molteplicità di fattori: da come i dati sono stati raccolti, dall’osservazione e dall’osservatore, dal metodo, dalle teorie di riferimento, e così via. Insomma: dipende.
In base a questo “forse”, “probabilmente”, o “dipende”, è lecito privare un bambino della madre o del padre? Nel suo interesse o per far piacere a due adulti dall’egoismo sfrenato?

Colpisce, la sfacciataggine con cui ci dicono che la scienza dimostra che “i bambini stanno bene”.

A parte che non è vero (ripetiamolo: esiste una montagna di studi che affermano il bisogno del bambino di crescere con madre e padre e sottolineano i danni della deprivazione materna ma anche paterna, studi ai quali si aggiungono le considerazioni di psicologi, sociologi, filosofi e giuristi, oltre che ricerche più mirate e settoriali, perfino di stampo etologico)

E’ chiaro che un bambino (reso volontariamente) orfano sopravvive.

Ma la domanda è: sarà mai sensato fargli tutto questo “perché tanto sopravvive“?

E soprattutto: perché gli facciamo questo?
Perché lo priviamo volontariamente della mamma?
Nel suo interesse? Nell’interesse di chi?

La schizofrenia del mainstream è evidente: si dà per scontato che padre e madre siano ininfluenti, poi però si pretende l’assunzione del ruolo genitoriale. Ma com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, e “i bambini hanno solo bisogno d’affetto”, allo stesso tempo le coppie omosessuali rivendicano le stesse facoltà genitoriali delle famiglie naturali? Come abbiamo visto, infatti, per questa via si conclude che entrambi i genitori non servono affatto e che quindi i bambini possono farne tranquillamente a meno.
E niente.
Ormai il ragionamento non basta più: nella deriva etica generalizzata in cui stiamo precipitando, condita con una preoccupante dose di “lotta-all’omofobia” (quasi come se la lotta all’omofobia fosse collegata alla difesa dei diritti del bambino, come da art. 7 della CONVENZIONE INTERNAZIONALE DEIDIRITTI DEL FANCIULLO: “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”), non si sa davvero più cosa dire, cosa fare.

Ci informa, l’esperta Romanelli, che intende “farci una lezione”. Ci fa sapere che lo studio di Regnerus non va bene e che “addirittura, la rivista che lo aveva pubblicato ha aperto una indagine e, verificate le incongruenze scientifiche e l’impostazione ideologica, ha chiesto all’autore di ritrattare le proprie conclusioni, cosa che Regnerus ha poi in effetti fatto”.

Che strano.

A noi invece risulta che nel Luglio 2012 il sociologo Mark Regnerus dell’Università del Texas, basandosi sul più grande campione rappresentativo casuale a livello nazionale, ha pubblicato uno studio intitolato “How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study” sulla rivista online Social Science Research con il quale, interrogando direttamente i ‘figli’ ormai cresciuti di genitori omosessuali, ha dimostrato un significativo aumento di problematiche psico-fisiche rispetto ai figli di coppie eterosessuali. Lo studio ha ricevuto già prima della pubblicazione formale numerose critiche su alcuni quotidiani internazionali da parte di alcune fazioni di parte (come associazioni gay, militanti e anche scienziati ecc.) ma avendo superato la revisione anonima in peer-review lo studio può essere confutato soltanto attraverso una pubblicazione a sua volta pubblicata su una rivista scientifica di pari livello, confutazione finora mai arrivata. Poco prima della publicazione ufficiale (in attesa che ne venisse confermata la adeguatezza) l’ indagine di Regnerus ha trovato il sostegno di un gruppo di 24 scienziati e docenti universitari attraverso un comunicato pubblicato sul sito della Baylor University. In ogni caso, l’ Università del Texas ha comunque avviato una indagine interna per analizzare nuovamente lo studio di Regnerus, pubblicando un comunicato finale con il quale si rileva che “nessuna indagine formale può essere giustificata sulle accuse di cattiva condotta scientifica” e che “non ci sono prove sufficienti per giustificare un’ inchiesta”.

L’ indagine interna ha riconosciuto la legittimità del lavoro e la fedeltà al protocollo seguita dalla metodologia utilizzata. Occorre infine ricordare che, come accade in tutti gli studi scientifici, anche in quello di Regnerus esistono delle imprecisioni e lo stesso sociologo lo ha tranquillamente ammesso. Questa ammissione è stata divulgata come un riconoscimento da parte dello studioso dell’inattendibilità del suo lavoro, ma in realtà egli ha semplicemente affermato: “Io ho parlato di madri lesbiche e padri gay, quando in realtà, non conoscevo il loro orientamento sessuale, conoscevo solo il loro comportamento di relazione omosessuale. Ma per quanto riguarda gli stessi risultati, io li confermo”. Nell’ Ottobre 2012 Regnerus ha rilasciato tramite il suo sito e in  varie interviste la sua risposta ufficiale alle critiche di ‘ritrattazione’.

Fonti: 

Link allo studio

Link al comunicato di 24 scienziati in favore dello studio Regnerus

Link alla risposta di Regnerus

E, a dirla tutta, ci risulta che casomai siano gli studi “no differences” ad essere gravemente viziati.

Qui di seguito una breve rassegna:

  1. https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/08/adozioni-gay-gli-esperti-dicono-no/
  2. http://www.enzopennetta.it/2015/06/adozioni-omosessuali-il-consenso-scientifico-poggia-su-un-castello-di-carte/
  3. https://ontologismi.wordpress.com/2016/01/21/minori-affidati-a-coppie-omosessuali-il-punto-della-ricerca/
  4. https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/08/adozioni-gay-gli-esperti-dicono-no/
  5. https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/19/mamma-e-papa-servono-ancora-lanalisi-di-massimo-gandolfini/
  6. https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/28/ci-possiamo-fidare-dellapa/

Chissà perché non vengono mai citati quei cattivoni omofobi della Società Italiana Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), secondo i quali una crescita armoniosa richiede mamma e papà.

Ci dice che presto avremo un nuovo studio australiano, da Melbourne. Ho capito bene? Un altro? Non bastava lo studio-bufala-di-Melbourne dell’anno scorso?

Penso alla psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in età infantile: ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». In questo dibattito, inoltre, «il bambino come persona, come un “soggetto” è assente». Ed ecco il vero punto della questione: «ignorando un secolo di ricerche, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull”amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore» perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

Dobbiamo ripeterlo: L’amore è tutto. Ma non tutto è amore.

 

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D’altra parte, se per essere genitore conta solo l’amore, che succede quando l’amore finisce?

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Non è certamente meno gravo l’abuso o peggio l’uso strumentale delle analisi sociometriche o dell’antropologia per cercare di “dimostrare” conseguenze in campo Etico.

La prossima frontiera?

Probabilmente i genitori con uno o più figli in multiproprietà.

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Miseria dell’antropologia (di quella pseudo-filosofica: nemmeno l’antropologia è infatti normativa per l’Etica)

Ormai i casi si contano a bizzeffe.

Siamo così di fronte al culmine, o meglio al fondo delle pseudo argomentazioni a sostegno della dissoluzione della famiglia naturale.

 

Colpisce, c’è da dirlo, la miseria dell’antropologia. Un esempio? eccolo: quell’antropologia pseudo-filosofica, ovvero della solita poltiglia, del meltin’pot con cui alcuni “maestri del pensiero”, i cosiddetti “tecnici”, quelli che dovrebbero spiegarci “le cose, come stanno”, confondono nozioni e para-argomenti (para-razionali), per conviverci di ciò che vogliono.

Una delle fallacie più gettonate è così quella che possiamo dire “antropologica”. Un ricalco quasi perfetto di quella “naturalistica”.

2923931544_e4d27c997f.jpgRicordate la storia dei bonobo? Siccome in natura, tra gli animali, si riscontrano casi di atteggiamenti omosessuali *allora* se ne deduce che anche per il mondo umano siano “naturali”. Slittamento semantico: “naturale” come un cibio biologico o il latte della mamma. Quindi “buono”. Ovviamente. Perché di “naturale”, nel mondo animale c’è anche il maltrattamento infantile, fino all’infanticidio (emblematico è proprio il caso delle scimmie, guaracaso: nei gruppi di macaco rhesus il nuovo maschio dominante ammazza tutti i piccoli per poter disperdere il proprio patrimonio genetico, per esempio). Si danno poi stupri di gruppo, omicidi, bla bla bla: tutta roba “naturale”, no?

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Perché non istituirla o ripristinarla anche da noi?

 

Così, allo stesso modo, seguendo il profondo pensiero dell’antropologa di turno, *siccome* in qualche villaggio sul cucuzzolo tibetano tal dei tali gli antropologi hanno scoperto che esistono tribù basate sulla poliandria, a beh, *allora* se ne deduce che “non esiste un modello universale di famiglia”.
Logico, vero?
Eppure un modello massimamente diffuso, con omogeneità impressionante, in tutti i continenti, esiste eccome.
E non credo occorra una curva di Gauss per mostrare, anche qui, dove sta la normalità: coppia uomo-donna e figli. Punto.
Il resto? Variazioni, da considerare, certo, ma complessivamente irrilevanti al fine di una discussione che non è statistico-antropologica, ma etica.
Tutta e solamente etica.
Pericoloso (e strumentalmente pericoloso, intendo dire) mescolare i piani.

L’antropologia, infatti, non è normativa.

La prova?

Se lo fosse, proprio in base al bislacco argomento della “studiosa” dovremmo accettare come “normali” che ne so, i riti di iniziazione che si fanno in qualche parte del mondo, oppure i matrimoni tra vecchi barbuti e bambine.
Per dire.
Alla domanda “perché no?” (che guardacaso *mai* sorge spontanea da questi “saggi” che ci spiegano come stanno e *quindi* come dovrebbero stare le cose), si capisce subito che la questione è etica e nessuna socio-metria (o psicologia) potrà mai dire qualcosa di normativo in merito.

La verità, invece, è un’altra. Ed è dura, perfino volgare: c’è un sintomatico bisogno di minare l’identità e dunque la complementarietà sessuale, e con esse la famiglia, unica “struttura-strutturante” che garantisce all’individuo una possibilità di saltarci fuori.
Di *riuscire*, di nascere veramente, nella sua identità.
La mia conclusione è che – proprio per quello che abbiamo visto – da un mondo così perverso, solo la famiglia ci può salvare.
Perché?

Perché la famiglia è la struttura-strutturante, che educa all’alterità e al principio di realtà. Sempre a patto di riconoscerne l’essenza.

Per questo occorre recuperarne la definizione:

Che cos’è una famiglia?

La famiglia è un «Insieme stabile di persone, che ha come dato fondativo la cura dei figli. Non è dunque “prima” un’unione o un contratto e poi un ambito di accoglienza dei figli; ma viceversa il suo prerequisito sono i figli (cioè tutta la famiglia è costruita allo scopo di averli, che siano adottati o che addirittura non arrivino)».

Tre ne sono gli elementi fondanti: realismo, ragione e patto, più che sentimento.

Realismo: la parola famiglia viene da famulus, cioè coloro che collaborano all’andamento della casa. La parola matrimonio, invece, deriva dal latino matrimonium, ossia dall’unione di due parole latine: mater, madre, genitrice e munus, compito, dovere; il matrimonium era nel diritto romano un « compito della madre », intendendosi il matrimonio come un legame che rendeva legittimi i figli nati dall’unione. Analogamente la parola patrimonium indicava il « compito del padre » di provvedere al sostentamento della famiglia. La famiglia ha dunque la sua radice storica in una separazione complementare dei compiti tra uomo e donna, e nella protezione del debole che, un tempo, era per definizione la donna e il figlio. La società è cambiata e mentre la donna si è ben emancipata socialmente, il figlio è restato il soggetto fisiologicamente debole, e per questo è il fulcro della ragione d’essere della famiglia, ne costituisce la definizione. Altre forme di convivenza, che non prevedono almeno come possibilità il concepimento di figli e che non sono contrattualmente fondate in maniera da non essere scioglibili con un semplice saluto non hanno questa caratteristica «figliocentrica» e dunque sono rispettabili ma non sono una famiglia in senso stretto.

La ragione
Cosa ci importa realmente della famiglia? È un legame naturale indissolubile quello che lega i genitori ai figli, anche nelle famiglie più burrascose e disorganizzate ed è un legame che crea benessere; per questo la società ha interesse di tutelarlo e di agevolarlo.
Il fulcro della famiglia dunque non è la coppia, ma sono i figli; la famiglia ha la funzione e l’obbligo di facilitarne la cura e lo sviluppo nella maniera migliore.
Il legame tra uomo e donna nel matrimonio, pur non essendo genetico, non ha solo una funzione di protezione del debole, ma di parabiosi, cioè di somministrazione reciproca di vita. In altre parole, chi si sposa acquista una natura diversa, perché allarga il suo essere al coniuge.
Tutelare la famiglia rispetto ad altre forme di convivenza? La famiglia è base di consistenza della società, sia per un fatto etico sia per un fatto economico; per questo sostenere le famiglie e favorirne la costituzione è un atto che la società fa nel suo stesso interesse. Una società non può essere ugualmente incline a favorire con le identiche facilitazioni famiglie e single per scelta, dato che sono le prime a far marciare la società, a garantirne la forza morale e a esercitare l’azione di ammortizzatore economico in momenti di crisi. Certo: il matrimonio può diventare una caricatura e spesso lo è diventato, quando le dimensioni contrattuale, erotica e affettiva « si distaccano completamente l’una dall’altra ». Questo si è sempre verificato, con matrimoni combinati, di convenienza, imposti; ed è urgente ripartire dal dato fondativo: il figlio (presente o potenziale). Altre forme di presenza sociale – persone che scelgono di vivere da sole o coppie che non accettano un legame stabile – trovano spazio nella società, ma difficilmente è possibile applicare ad esse il termine “famiglia”.

Il patto, più che il sentimento
Non si può pensare alla famiglia solo in termini di  «amore» o «innamoramento», perché ci sono periodi duri in cui nella famiglia scoppiano conflitti, pur restando una famiglia. La natura di contratto è necessaria non per annullare la natura di amore, ma per dare tutela ai figli.

Per questi motivi, con le parole di Giussani, occorre ribadire che ciascuno è chiamato a difendere in ogni modo, non solo con argomenti ma anche con precise scelte politiche, la realtà della famiglia naturale. «Non si può dire amo i miei figli permettendo alla società di farne man bassa. Non si può dire amo la mia famiglia, ci tengo alla mia famiglia, permettendo al costume sociale di distruggerla. Occorre il coraggio di difendere questi riferimenti in pubblico associandosi perché senza l’associarsi la debolezza del singolo o del particolare è travolta da qualsiasi forma di potere». [Don Luigi Giussani]

Si tratta di un atto della ragione, che è particolarmente richiesto a chi, oltre alla ragione, esercita l’atto di fede.

Com’è possibile che oggi alcuni sedicenti cattolici sono a favore di questo scempio e delle mostruosità che logicamente ne derivano e ne deriveranno (sempre peggiori) in futuro?

Eppure il Magistero – almeno per i Cattolici – è chiarissimo.

La “Congregazione per la Dottrina della Fede” (cattolica!) – nel Documento redatto il 3 giugno 2003 e intitolato “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” – al Punto 10 – recita:

«Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale».

 

Alessandro Benigni

Sorgente: 73. Psicologia, sociologia, antropologia? Per l’Etica non sono normative. – Ontologismi

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