Primo capitolo Il libro è pubblicato da Fanucci con il titolo ( orrendo) L’ultima profezia del mondo degli Uomini, l’epilogo

Il suo vero titolo è

L’ultimo giro della spirale.

 

 

 

 

 

 

A Diego, che ha letto L’ultimo elfo, L’ultimo orco

 e non è riuscito a finire Gli Ultimi Incantesimi,

con il nostro grazie per aver sottratto i suoi 11 anni all’eternità

così da permetterci di conoscere il suo sorriso.



Capitolo 1

Kail lo Stolto

 

1

Kail era vissuto in mezzo agli alberi, sua madre ci campava raccogliendo la legna.

Un’unica grande foresta copriva le poche, ripide e appuntite colline a occidente della Grande Piana, la terra degli yurdioni.

In basso c’erano i boschi di betulle e larici, più in alto cominciavano quelli di abeti e di pini. Invece che in una tenda di feltro nero, loro vivevano in una capanna circolare, fatta di rami di betulla e pino, che era aperta in alto nella parte centrale, così che il fumo del braciere potesse andare fuori.

Scandita da qualche radura, la imponente selva era infestata dalle linci e dai lupi, che non solo erano creature cui era facile tenere testa, ma anche buone da mangiare. Le colline boscose, quindi, erano di gran lunga la terra migliore di tutta la nazione degli yurdioni, popolo guerriero per antonomasia, per scelta, per vocazione, per passione e per destino, e perché oltre la guerra mai avevano saputo fare altro.

Gli yurdioni erano i signori del nulla, i padroni degli orizzonti vuoti: nella loro sconfinata terra, paludi si alternavano a steppe desolate dove si crepava dal caldo nella corta estate, e di freddo in tutto il resto del tempo dell’anno. Tre mesi di inferno e tutto il resto inverno, era il detto. Nell’inferno, nugoli di zanzare talmente fitti da oscurare il sole. Le zanzare portavano le febbri, si spartivano il poco sangue che ancora non era stato versato sui campi di battaglia, riducevano la faccia di tutti ad una ininterrotta profusione di pruriginosi bubboni. Per questo gli yurdioni erano così fanaticamente entusiasti, fantasticamente contenti di fare la guerra. La teoria, quotidianamente ripetuta dalle gerarchie militari, era che gli dei avevano dato ai loro antenati una terra così squisitamente inospitale per preservare, anche nelle generazioni a venire, le virtù guerriere dalla tentazione di non fare la guerra a nessuno e starsene a casa propria a godersi uno scranno sotto le terga davanti al focolare e qualcosa di buono da mangiare.

Tutte le loro sempiterne guerre fratricide avevano la promessa che, alla fine, la tribù che avrebbe riportato la definitiva vittoria, avrebbe guidato il riscatto, la conquista del paradiso, terre verdi, accoglienti, piacevoli, affettuosamente miti, ragionevolmente fertili e senza troppe zanzare: luoghi dove vivere potesse essere una gioia, perlomeno non una dannazione.

Tutte le loro guerre di occupazione cominciavano con la promessa di una terra opulenta che altro non aspettava che di essere conquistata, abitata da popoli meno abili nella nobile arte della guerra, che altro non attendevano che di essere sterminati o resi schiavi: un preannunciato destino.

L’altra ipotesi che spiegava la scarsa appetibilità del paese era che, tutto sommato, con tutta la loro armata in fermento permanente, con tutto il loro ardore per ogni possibile declinazione di morte violenta, gli yurdioni agli dei non stessero poi così grandiosamente simpatici, che non fossero loro i figli più amati. Questo, però, era meglio non pronunciarlo e tenerselo per se medesimi: uno di quei pensieri in cui la mente inciampava da sola, al momento di scivolare nel sonno, e che , se tirato fuori al momento inopportuno, poteva procurare una fine particolarmente precoce e particolarmente dolorosa.

Le colline occidentali erano di gran lunga la parte migliore di tutta la sterminata contrada. Infestate dai lupi, ma risparmiate dalle zanzare, erano uno dei pochi posti che fosse verde e che disponesse di ruscelli, cascate, stagni di acqua pulita e minuscoli pesciolini facili da acchiappare. Di inverno si bruciava la legna per scaldarsi e nel resto dell’anno si stava all’ombra dei grandi pini e delle betulle: l’alternanza gelo e inferno che dannava il resto del paese lì era mitigata, ingentilita, addolcita: un clima duro, ma non spietato, una terra aspra, ma non nemica. Proprio in quanto luogo di non eccessiva scomodità, oltretutto inadatte a qualsiasi parata o esercitazione, le colline erano spregiativamente classificate come posto da femmine se non da traditori, da gente con pericolose tendenze al mettersi comoda, deviazione che, prima o poi, se non contrastata, avrebbe portato a preferire lo scranno e il fuocherello alle virtù guerriere.

Tutte le volte in cui, paragonandosi ai suoi commilitoni, Kail si era posto la domanda del perché lui fosse così ostinatamente diverso, una delle risposte che gli veniva allo spirito era quella: essere cresciuto in una capanna di legno che profumava di resina messa in mezzo agli alberi, invece che, come tutti, in una tenda di feltro nero in mezzo alle steppe, intrisa di puzza di orina e carne marcita.

 

2

Tra gli yurdioni, femmine e maschi erano tenuti decorosamente separati. I maschi erano occupati nella sempiterna arte della guerra, le femmine in quella di coltivare, irrigare, costruire, fornire la generazione successiva di guerrieri, tessere, dissodare, tagliare i tronchi, spaccare la legna e raccoglierla.

La madre di Kail faceva quello.

La legna serviva per i focolari, per le capanne, ma soprattutto per le catapulte e gli arieti. Per quello erano necessari i tronchi dei grandi pini alti, i più forti e antichi: le colline dei lupi erano l’unico luogo che poteva fornirli.

La madre di Kail era una donna grossa, ossuta, spigolosa, con un viso normalmente inespressivo, che non sarebbe stato particolarmente brutto se non fosse stato bruciato: la metà sinistra era ormai deformata dalla cicatrice di una mostruosa ustione, l’occhio era stirato, ma si apriva ancora, una parte del padiglione auricolare invece mancava.

La donna aveva avuto due unici figli, Kail e Ranail, il secondo di un anno minore del primo, poi aveva avuto l’incidente, e il suo diventare madre si era interrotto per sempre. La dinamica dell’ infortunio per la verità non era mai stata del tutto chiarita: la madre era caduta, inciampata nel braciere, rimasta incastrata in qualche maniera, così che il fuoco l’aveva deturpata. Questo l’aveva resa inadatta per eccesso di bruttezza alle case dove si accoglievano i soldati e si fabbricava la generazione successiva di guerrieri, i luoghi dove tra una guerra e l’altra i maschi raggiungevano le femmine, le ingravidavano e poi ripartivano. Gli yurdioni erano di bocca buona, ma anche tra le loro truppe c’erano dei limiti alla tolleranza estetica. Le bruciature nel loro mondo erano considerate con orrore, un segno della maledizione, il segno della sconfitta: era con il fuoco che si punivano coloro che non erano nati Yurdioni.

Il fuoco era la punizione per la disobbedienza, il crimine supremo del mondo yurdione.

La madre di Kail era stata esonerata dal soddisfare i soldati e fabbricare soldati o altre fattrici. Aveva quindi potuto allontanarsi dalla piana, rifugiarsi in mezzo ai boschi, che era il luogo dove stavano le femmine troppo brutte e troppo vecchie per le case, ma forti abbastanza per i tronchi degli altissimi pini.

Kail aveva un ricordo vaghissimo e confuso dei suoi primi anni, in un grosso accampamento di femmine adibite ai campi. Aveva circa tre anni quando si erano finalmente spostati nel bosco ed era stato bellissimo. Era un bambino molto piccolo ma ricordava la festa nel suo cuore e anche nella faccia della madre quando erano entrati in quel mondo vivo e frondoso, che sembrava accoglierli come una tana. Dal primo istante aveva amato ferocemente il bosco, la solitudine, il silenzio, l’ombra verde degli alberi, l’ombra grigia del lupo che scivolava via tra i tronchi.

La madre possedeva, unico e supremo bene, un’enorme ascia bipenne, rosa dalla ruggine, con il manico inciso di profonde e corte tacche parallele, vestigia evidenti di un passato militare: le scalfitture erano il mezzo con cui, da sempre, si segnavano i nemici abbattuti.

La donna era in grado con quella grossa accetta di abbattere un tronco largo quanto i suoi fianchi in mezza giornata. Accumulava tronchi e fascine davanti casa, per poi scambiarli con il capo villaggio che aveva un carro e passava ogni paio di lune, lasciando in cambio sacchi di patate e rape, a volte, ma raramente, qualche manciata di preziosa farina. Kail e Ranail facevano il lavoro di rifinitura, spaccavano i ciocchi, sfrondavano, raccoglievano la legna piccola. I due bambini avevano, come tutti, diritto a un giorno di svago a ogni plenilunio. In realtà quella giornata era una situazione di addestramento al successivo e sempiterno servizio militare. Quando finalmente fossero giunti a dieci anni di età avrebbero lasciato alle femmine i lavori donneschi come dissodare la terra e abbattere i tronchi, e sarebbero finalmente diventati proprietari del loro vero destino: appartenere all’armata. Quell’unico giorno si andava al villaggio, ci si mostrava al capo villaggio, che era un reclutatore, colui che poi consegnava i futuri soldati all’esercito, che valutasse il numero di anni in cui il bambino poteva essere ancora affidato alla madre, poi ci si azzuffava, si imparavano tecniche primordiali sull’uso della spada e lo scudo. Erano anche momenti di modesto divertimento, venivano distribuite piccole focacce col miele che nell’aspro mondo degli yurdioni erano il massimo dei piaceri terreni che poteva capitare a un bambino.

Kail e Ranail avevano sempre giudiziosamente fatto le loro esercitazioni, con la pioggia, il sole, la grandine e la buriana, avevano mangiato le loro focaccine, avevano giurato, le loro voci con quelle degli altri, che altro non attendevano che poter uccidere e morire, e se ne erano tornati a casa, lieti che la giornata fosse finita e che per un’intera luna potevano considerarsi liberi da quello strazio. Ranail, che era il più piccolo e di gran lunga il più trasgressivo, osava persino dirlo ad alta voce, mentre Kail piuttosto si sarebbe mangiato la lingua, e scandalizzato redarguiva l’altro, che no, non si doveva dirlo, nemmeno pensarlo, essere yurdioni, la yurdionità, lo spirito guerriero erano il giusto destino, la corretta strada.

Ranail alle esercitazioni aveva una vocazione a mettersi nei guai, era svogliato, sfrontato e pigro, un atteggiamento che ispirava ad ogni istante l’idea che di tutta quella roba a lui non importasse un accidenti e che avrebbe preferito trovarsi altrove. La terminazione in ail dei loro nomi non piaceva, faceva poco yurdione, e a Ranail non piaceva che non piacesse, era un altro dei numerosi punti a loro sfavore. Kail sarebbe stato il più dotato dei due nelle nobili arti della guerra e dell’obbedienza, ma spesso affrontava aggressioni di marmocchi o peggio del capo villaggio per proteggere il fratellino, e questo lo squalificava.

Ogni volta Kail si riprometteva che ce l’avrebbe messa tutta a cercare di diventare uno yurdione migliore, così da trascinarsi dietro il fratellino reprobo sulla retta via.

 Anche essere figlio di sua madre era una squalifica.

Anche gli altri marmocchi erano pargoli di femmine troppo vecchie o imbruttite, ma nessuna come la loro. L’ustione della madre poneva il sospetto, peraltro non certo fugato dal troppo confuso racconto di come l’incidente era avvenuto, che si fosse trattato di una punizione per un rifiuto, una disubbidienza, il massimo dell’abominio. In un mondo di uguali, i due fratelli erano i senza casta, i reietti, quindi gli aggrediti, i più facilmente malmenati, dal capo villaggio soprattutto, che spesso ricordava come fossero figli di una sfregiata, una sfigurata, una bruciata, una che aveva avuto pochi figli, ulteriore demerito, come un maschio che non vantasse di aver partecipato che a due battaglie. Una volta additati dal capo villaggio come aggredibili, i pugni e i calci di tutti quelli che cercavano qualcuno da malmenare venivano da sé, come la grandine dopo il tuono.

Erano le ingiurie alla madre che spingevano Ranail a voler essere sempre meno bravo, per vendicarle e Kail a voler essere sempre più bravo per riscattarle.

I due fratelli si somigliavano molto, anche di statura erano quasi uguali. Spesso alle esercitazioni li scambiavano l’uno per l’altro. Tutti chiamavano Kail entrambi, nessuno usò mai il nome di Ranail, tanto ambedue i nomi finivano in ail e quindi ambedue non valevano niente come niente valevano i proprietari. Una volta che si erano presi il disturbo di impararne uno di quei nomi del cavolo non era il caso si scomodassero con il secondo. Essere confusi era una cosa che irritava molto i due fratelli di un’irritazione che avevano imparato a non manifestare, perché ritenuta scandalosa e anomala. Uno yurdione era uno yurdione, uno qualsiasi, sé stesso o un altro avrebbe dovuto essere la stessa cosa.

La seconda cosa che veniva in mente a Kail per giustificare il suo essere disastrosamente poco compatibile con tutto il resto della sua nazione era quel suo essere sempre stato inferiore, e quindi diverso, in un mondo di rigidamente uguali. Tra l’altro l’essere figlio di una madre sfigurata aveva fatto sì che lui avesse avuto un unico fratello: non era mai stato disperso, confuso, dimenticato nella bolgia di marmocchi e mocciosi sbadatamente messi al mondo, che inevitabilmente si creava nei grandi accampamenti di tende di feltro nero della Grande Piana.

Quindi lui non aveva mai completamente assorbito, interiorizzato il concetto base dell’essere yurdione che era essere “uno” yurdione. Uno qualsiasi. Sé stesso o un altro: la stessa cosa. Si rese conto che, nella sua testa certo, non ad alta voce, lui usava in continuazione l’io, che nella lingua yurdione era quasi bandito. Si diceva noi.

 

3

Un padre dovevano avercelo avuto anche loro, lui e il fratello, ognuno dei due un padre diverso, due dei tanti soldati eternamente deportati a fare una qualche guerra infinita, da qualche parte, contro popoli e paesi di cui neanche riuscivano a ricordarsi il nome.

La madre ebbe una terribile tosse durante un inverno particolarmente lungo. La febbre la devastò per due lune e se ne andò solo a primavera. La tosse si prolungò a lungo e le lasciò un dolore a tutto il torace e le spalle che del tutto non guarì mai, e una debolezza che la spossava, lasciandola coperta di sudore gelido se appena cercava di sollevare la sua scure.

Kail aveva smesso da pochissimo di essere un bambino piccolo e la sostituì nel lavoro maggiore. All’inizio riusciva appena a sollevare l’ascia. Le sue mani si riempirono di piaghe. Sua madre le curò mettendogli sopra un intruglio fatto mischiando bava di chiocciola, fiori di malva e fiori di arnica. Le piaghe guarirono, le mani si ricoprirono di calli, e smisero di fare male. Divenne sempre più abile e forte. A sua madre e a Ranail restò il lavoro più facile, lungo e noioso: sfrondare i rami, raccoglierli in fascine, fare i fastelli di corteccia e pigne, che servivano ad accendere i fuochi.

Kail passava giornate lunghissime a spaccare tronchi e accatastarli, in mezzo alle ombre che la luce disegnava sulle radure. Era sempre più forte, e sempre più solitario: la sua ascia era una parte di lui. La solitudine non gli pesava, però la sera tornava volentieri alla capanna, dalla madre e dal fratellino.

L’ultima estate che Kail avrebbe potuto passare a casa fu un’estate talmente torrida e secca, che anche i ruscelli si azzittirono.

Una febbre improvvisa e uno straziante dolore al ventre uccisero Ranail.

Successe tutto in pochi giorni. Il bambino cominciò a vomitare, il suo ventre divenne duro come una tavola e dolente come una ferita aperta, la sua bocca divenne secca e aspra come un pezzo di corteccia bruciata. La madre gli diede decotto di papavero e poi ancora decotto di papavero, a piccolissimi sorsi perché il meccanismo del vomito non si innescasse, perché il dolore diminuisse. Il decotto di papavero era una cosa che fabbricavano a volte le femmine di nascosto, ma quelle perbene non lo facevano. Kail sussultò vedendo la scena, ma non osò fiatare.

Alla fine Ranail si addormentò sfinito tra le braccia della madre.

Morì all’alba, un’alba già calda e senza un alito di brezza, senza più essersi svegliato.

La madre si allontanò, sola, giù fino al torrente che ormai era solo terra secca e fango.

I suoi singhiozzi disperati risuonarono in mezzo ai rumori del bosco che si svegliava. Kail ce la stava facendo a non mettersi a piangere, ma a quel punto crollò anche lui. Il labbro inferiore gli tremò, le lacrime arrivarono: si coprì la faccia con le mani perché nessuno, nemmeno il bosco lo vedesse piangere e riuscì a soffocare il rumore dei singulti che lo squassavano.

Gli yurdioni non piangevano mai. Non ridevano nemmeno, se era per quello. Di sicuro non piangevano, nemmeno le femmine, era la prima cosa che si insegnava ai bambini.

Poi la madre tornò, Kail si asciugò in fretta gli occhi e il naso, e insieme, lei e Kail, scavarono la buca, più profonda possibile, ci misero dentro Ranail, dopo averlo spogliato perché qualsiasi straccio prima o poi sarebbe tornato utile. Il corpo del fratellino, nudo, sembrò ancora più fragile, ancora più esile. Ad ogni palata di terra che si abbatteva su di lui, diventava sempre più piccolo fino a scomparire il sogno che da un momento all’altro si alzasse, dicesse che era stato tutto uno scherzo o tutto un errore, che invece era vivo. Il fratellino non si rialzò. Kail e la madre ricoprirono la tomba di grosse pietre, ché il corpo del fratellino fosse al riparo dalle linci e dai lupi.

Quando ebbero finito tornarono alla loro capanna e se ne restarono lì, in silenzio. Quando scese di nuovo la notte, i tuoni squarciarono il cielo e una pioggia torrenziale venne a bagnare le colline. La madre si alzò, prese l’ultima fascina di corteccia preparata dalle mani del figlio minore, la mise sulla grossa pietra nella parte centrale della capanna e accese il fuoco, così che si interrompesse il buio. La luce dorata della fiamma li avvolse. La faccia della madre era seria e grave.

«Ti faccio un regalo», disse a Kail. Aveva appena sussurrato. La frase era singolare. Gli unici regali possibili tra gli yurdioni erano roba da mangiare: un favo di miele, mezza focaccia, ma non c’era nulla del genere in casa, Kail lo sapeva.

La madre si guardò attorno come per controllare che non ci fosse nessuno. Era un gesto assurdo: erano loro due, soli, in una capanna in mezzo a un bosco, sotto un temporale, ma la madre non riuscì a trattenersi da quel gesto di precauzione, poi tirò fuori uno strano oggetto di vecchio legno, piccolo e circolare, appuntito da un lato, con strani segni bruni.

«Io lo chiamo cosa che gira», gli disse trionfante. «Me lo ha regalato mia madre, a lei lo aveva dato la madre di lei e così via. E’ vecchissimo. Ce lo passiamo di madre in figlia, Ognuna deve darlo a sua figlia, ma io non ho avuto figlie, e quindi lo avrai tu».

Quella lunga fila di madri che si passavano qualcosa lasciò stordito Kail. Era un’informazione sconvolgente. Bizzarra. Vagamente oscena. Sbagliata. Non era vagamente oscena, era oscena e basta. Ed era sbagliata. Per un curioso scherzo dell’universo, fuori da qualsiasi decenza e da qualsiasi logica, i guerrieri, che erano le massime creature possibili, invece che nascere dal torace di un altro guerriero, come avrebbe dovuto essere, nascevano dal ventre di una femmina, e le femmine erano la creatura minima. Ogni femmina era stata nel ventre di un’altra femmina, questo era ovvio, ma proprio perché era ovvio non era il caso di sottolinearlo e ricordarlo, era già abbastanza ripugnante così.

Quindi c’era questa cosa buffa che ogni guerriero aveva una madre, che però restava buffa, al massimo bizzarra, se il guerriero alla madre non ci si affezionava. Lui alla sua ci si era affezionato.

Kail voleva essere uguale, uno yurdione qualsiasi che non doveva vergognarsi di niente, e ogni istante che passava si allontanava sempre di più dall’ideale, come una foglia caduta nel torrente, inesorabilmente portata via verso il buio e il basso.

Inoltre, finale crollo di un onore a quel punto già vacillante, Kail era omaggiato di un oggetto che sarebbe dovuto andare ad una femmina: per scendere più in basso avrebbe dovuto essere considerato dello stesso livello di un verme.

Non solo suo fratello era morto e mai più avrebbero corso insieme nel profumo dei pini, ma sua madre stava equiparando la sua esistenza a quella di una femmina, anzi di una femmina mancata.

Non c’era tra gli yurdioni il concetto di dinastia, nemmeno quello di famiglia: Kail li avrebbe poi scoperti tra gli uomini e gli orchi, insieme al nome del minuscolo oggetto: era una trottola. Anche la consolazione non esisteva tra gli yurdioni. Anche quella parola l’avrebbe scoperta più tardi, da soldato invasore. Tra gli yurdioni c’era lenire e voleva dire dare il decotto di papavero a qualcuno che stava urlando per il dolore, ed era vietato, o, se non proprio vietato, era disdicevole e non incoraggiato. Il dolore era un dono degli dei per rendere più forte il popolo degli yurdioni. Fu lenire che lui usò nella sua testa per chiarire quello che stava succedendo. La madre stava cercando di lenire il suo dolore con quell’oggetto. Lenire, come per l’addome del fratellino.

Qualcosa che non era consentito, ma poteva essere tollerato.

Kail ebbe l’impressione di avere l’anima spaccata in due. Da un lato c’era la sua volontà di essere yurdione, la sua fedeltà assoluta al suo popolo, l’unica appartenenza che dava un senso al suo esistere. Dall’altro lato, c’era nella sua testa, pieno di vergogna, il dolore per la morte di Ranail, che non era nella sua testa uno yurdione qualsiasi, ma Ranail. Quando l’anno prima era morto un ragazzo compagno alle esercitazioni, un bestione odioso che Kail e Ranail evitavano accuratamente, lui aveva sopportato con stoico coraggio la perdita. Kail si era ammirato da solo per quanto non gliene importasse niente, mentre aver perso Ranail era ogni istante uno strazio. Era sbagliato, Ranail per lui avrebbe dovuto essere uno yurdione qualsiasi, invece era suo fratello Ranail. E avrebbe dovuto indignarsi per il decotto, e invece no: era sollevato che alla fine Ranail non avesse più sofferto, si fosse semplicemente addormentato tra le braccia della madre come un passero nel nido.

Non era morto uno yurdione qualsiasi, era morto Ranail. Kail era in ginocchio, con l’orrore che gli riempiva l’essere per il vuoto del fratellino che non c’era più e mai più ci sarebbe stato. E ad aumentarlo, c’era il dolore per il dolore della madre, che anche quello non avrebbe dovuto esserci. Per non offendere sua madre già addolorata, per non ferirla ulteriormente, lui restava lì ad ascoltare quelle cose sbagliate. Kail giurò a sé stesso che nessuno ne avrebbe saputo mai nulla di tutta quell’orrida storia.

Nel suo lato pieno di vergogna, c’era l’essere figlio di sua madre, l’amare essere figlio di sua madre, che già così, in astratto, sarebbe stato sbagliato, in più, nel concreto, sua madre era particolarmente sbagliata, la più sbagliata delle madri.

 

4

«Guarda è una specie di cosa strana», gli spiegò la madre.

Fece ruotare la trottola che restò in equilibrio sulla sua parte appuntita, girando e girando e nella rotazione le macchie brunastre crearono l’immagine circolare che ricopre il guscio delle chiocciole.

Kail si mise le mani alla bocca per non gridare.

Era un oggetto incredibile, che faceva cose straordinarie.

«Non ho figlie femmine, e così lo avrai tu. Per farlo girare devi solo imparare: un movimento secco col polso, vedrai imparerai. Tuo fratello aveva imparato subito». Si interruppe, sorrise e arrossì. Nello stesso giorno aveva pianto, quasi sorriso ed era arrossita. Se a quel punto fosse comparso un asino che volava, Kail non si sarebbe stupito più di quanto già era.  E nulla poteva succedere che lo spingesse a vergognarsi più grandiosamente di quanto non stesse facendo.

«Sai», si giustificò sua madre,«eravamo io e lui e lui era così triste quando tu eri lontano.» Kail annuì. In realtà era ogni istante più scandalizzato. Se quando erano insieme, invece di mostragli cose che giravano la madre, avesse parlato a Ranail dell’onore yurdione, il fratellino sarebbe stato più disciplinato, più decoroso. E insieme Kail fu vergognosamente geloso di quella complicità che c’era stata tra gli altri due, vergognosamente contento di esserne finalmente messo a parte e vergognosamente disperato perché il fratellino che era stato per anni il suo doppio e la sua ombra non era lì con lui a far girare la trottola.

E dopo tutto quello, la madre aggiunse una frase ancora più folle, e, benché fossero solo loro due dispersi in una foresta, sotto un temporale, per pronunciarla abbassò ulteriormente la voce.

«Non mostrarla a nessuno, mai. Non dirlo a nessuno, mai».

Il segreto, come il mentire, era in un certo senso una delle colpe assolute, come scappare su un campo di battaglia o disubbidire agli ordini di andare a morire. Era la dissonanza al concetto base dell’essere yurdione, che era far parte di un corpo unico, come il formicaio, l’alveare, il nido di vespe, dove quello che contava era l’insieme e i componenti avevano senso solo in quanto parti dell’insieme. Il popolo degli yurdioni costituiva un corpo, un unico corpo. Tenere qualcosa segreto era staccarsi dagli altri, non farne parte. Come un dito o un orecchio o un braccio o un naso che improvvisamente se ne andasse per conto suo, una formica che si tenesse un granello per sé invece che portarlo al formicaio. Un crimine. L’origine di tutti i crimini, l’inizio di tutti i tradimenti. Era sbagliato.

Kail era violentemente scandalizzato, brutalmente sdegnato, ma anche affascinato dall’accenno di sorriso della madre. Era straordinariamente bella la faccia di una persona che sorride, persino una faccia sfregiata. Osò pensare, ed era un pensiero vagamente blasfemo, essendo, in fondo, la yurdionità una religione, che era un peccato che tra loro sorridere fosse così accoratamente disapprovato, anche se non proprio vietato come piangere. Soprattutto, però, era abbagliato, stregato dal ruotare della trottola, l’equilibrio, la velocità, il disegno del guscio della chiocciola che ci formava nel movimento. Era qualcosa che entrava dentro.

Era piacere, piacere puro, un piacere che non aveva nessun senso, non era da mangiare, non era vittoria su un avversario, non era mettersi vicino al fuoco quando nevicava.

Era piacere e basta.

Lui e la madre si guardarono. La madre stava facendo un gesto grave, Kail se ne rese conto. Creando un patto tra di loro, stava staccando loro due dalla fedeltà assoluta, incondizionata al corpo degli yurdioni.

Eppure non protestò, si indignò certo, ma solo dentro di sé e più che altro perché se no pareva brutto non indignarsi, ma era un’indignazione di dovere e di facciata.

In quel giorno di dolore per la perdita di Ranail, le infinite sfaccettature dell’onore yurdione si disperdevano come il fumo della fascina. Il movimento della trottola gli piaceva troppo, era genio, talento, ingegno. Anche suo fratello lo aveva amato. Lui e suo fratello erano stati uniti anche in quello, anche in quello separati dagli altri. La sua yurdionità si stava infrangendo, era meno granitica di quanto avrebbe dovuto, era così e bisognava prenderne atto.

Kail abbassò gli occhi con tutto il suo indicibile imbarazzo, il suo strisciante voltastomaco, e restò a lungo a cercare di riprodurre il movimento della trottola.

«Mia madre mi ha anche passato i vostro nomi. Li aveva avuti da sua madre e lei dalla sua. Tutti nomi che finiscono in ail, non sono frequenti tra gli yurdioni, così potete riconoscere quando incontrate qualcuno con lo stesso sangue. E loro, mia madre, sua madre, e le madri prima di loro dicevano che così si ripete il nome di un antichissimo guerriero che era stato, ecco come dire, quello che aveva cominciato questo fiume di gente».

Il voltastomaco smise di strisciare e divenne delle dimensioni di un porcospino, uno di quelli belli grossi, grassi, panciuti e spinosi. «Capisci? C’è stato un guerriero che è riuscito in un accampamento a identificare e riconoscere la bambina che aveva messo al mondo. Non è straordinario?».

Straordinario? Era nauseante, Faceva schifo solo pensarci. Perché cercare una figlia? Uno yurdione era uno yurdione, una bambina yurdione o un’altra, che differenza faceva?

A meno che essere il maschio che ha ingravidato una femmina non fosse come essere fratello. Come Kail non sentiva Ranail come uno qualsiasi così doveva essere successo a quell’antico guerriero. Era vergognoso, imbarazzante, ma anche oscuramente affascinante.

«Un antichissimo guerriero, tanto, tanto, tanto tempo fa, un tale quantitativo di anni fa che nemmeno il capo villaggio sarebbe capace di contarli, rintracciò la femmina che aveva generato, le consegnò la trottola, l’ascia e le disse che lui conosceva il nome di sua madre e di quello che l’aveva ingravidata e che voleva che lei chiamasse i figli maschi con quel nome, qualcosa che finiva in ail, e le figlie femmine come quella madre, e le insegnò a fabbricare la trottola, perché ognuna delle sue bambine potesse averne una».

Quel guerriero lì come accidenti faceva a sapere il nome del tizio che aveva ingravidato sua madre?