poema epico

Qual è il poema epico degli italiani?

 

Dunque, spagnoli il Cid Campeador, francesi Chanson de Roland, inglesi Re Artù, quegli altri di sopra c’hanno la Terra di Mezzo e noi? La Divina Commedia. No, non è vero la Divina Commedia non è un poema epico è un poema allegorico. La divina Commedia è un poema epico perché serve a ridare coraggio, ce lo dice de Sanctis che è un critico, uno può essere d’accordo o non essere d’accordo, ce lo dice Primo Levi. Disperso nel campo di sterminio di Auschwitz, Primo Levi riprende il suo coraggio e la sua umanità perduta raccontando nel suo smozzicato francese il canto di Ulisse a un compagno alsaziano. Il canto di Ulisse: Ulisse è un eroe straordinario che cambia ogni tanto, dal suo poema epico l’Odissea è arrivato al nostro poema epico. Ulisse era partito, era già vecchio e aveva violato le regole, le regole che Dio aveva dato: non andare oltre le colonne d’Ercole, ma lui c’era andato. Oltre le colonne d’Ercole trovano una grandissima montagna  che è il purgatorio, dove una tempesta li fa affondare, muoiono tutti annegati, dopo esser morto annegato Ulisse finisce nel fondo dell’inferno, è andato da schifo, l’happy end ce lo siamo giocato. Dal fondo dell’inferno ci fa sapere che, chissenefrega, aveva ragione lui. La sua vita valeva quello che lui aveva fatto, addirittura l’eternità, aveva ragione lui. Lui doveva andare oltre le colonne d’Ercole. Chi è Ulisse? Ulisse è un figlio di Dio, non è un suo servo, è qualcuno che osa sostenere lo sguardo, è qualcuno che s’è arrogato la responsabilità, ha preso l’ultimo dei doni, che era: viola le regole. Il peccato, il libero arbitrio. Qual è la seconda storia che ci raccontano: quella di Adamo ed Eva e del frutto proibito che non è la mela, andate a vedere – giuro, parola di scout  -controllate, non è la mela, non c’erano le mele in medio oriente, la mela è un frutto proibito che diventa mela nel medioevo per l’assonanza con malus, cioè tra mela e male, però insomma ormai siamo abituati con la mela,  teniamoci la mela, che comunque non è il sesso, Adamo ed Eva nel paradiso terrestre stavano nudi come vermi e ci davano dentro come mandrilli. Crescete e moltiplicatevi quello voleva dire. La mela è il pensiero astratto, la mela è aver perso l’istinto,  ed è un linguaggio metaforico geniale: tu partorirai con dolore – certo – perché quando siamo scesi dall’albero per dire: “Io sono perché penso”, cosa è successo? Che ci siamo tirati su da quattro zampe a due, quindi abbiamo angolato il canale del parto – insieme alla neurofisiologia anche l’ostetricia, scusate, i dieci euro meglio spesi della vostra vita – e il parto è diventato un castigo di Dio, in più essendo intelligenti i nostri feti c’hanno una capoccia così … e per passare è un altro castigo di Dio. E per non farli nascere con una capoccia più grande di così, che se no non passavano più, nascono che sono completamente inabili, non sanno fare un accidente, ci vuole un anno perché imparino a camminare, due perché imparino a parlare e trentacinque perché si trovino casa per conto loro. Quindi hanno assolutamente bisogno di un papà che si spacchi la schiena per mantenerli, quindi vedete che ci siamo. Allora ci fanno questi due grandiosi doni, ma prima di farci questi grandiosi doni, ci han fatto il dono per eccellenza, l’ultimo dei grandi doni, il primo era stata la luce, l’ultimo grande dono è stato il peccato, cioè il libero arbitrio. E noi possiamo immaginare Dio che chiama Lucifero, portatore di luce, il più grande dei suoi angeli, e gli dice:

«Luci’ … noi a questi gli dobbiamo dare il peccato»

Lucifero dice:

« Santità … scusate … per carità … ma chi caspita ce lo fa fare, sono già perfetti come sono: guardate, “seduto” e sta seduto, “in piedi” e sta in piedi … »

E dio rispose:

«No, per quello ho già i cani. Io voglio dei figli non dei servi e quindi dobbiamo fare l’ultimo dono: il libero arbitrio»

 E dopo che il frutto fu mangiato arrivò un angelo, che non sono i nostri angioletti tutto culetto e guanciotte, è un angelo della bibbia, che erano dei bestioni di un metro e novanta per un metro di spalle, somigliavano a Shwarzenegger, arriva quest’angelo e dice agli esseri umani : “אתה יכול” “thi kzl”  (27:04?)  in ebraico tu puoi. Tu puoi fare tu puoi non fare. E noi abbiamo questo meraviglioso eroe del libero arbitrio che è Ulisse  …

 

…..  attrice ….

 

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica; 87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: "Quando 90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse, 93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta, 96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore; 99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto. 102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna. 105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi 108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta. 111

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia 114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. 117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza". 120

 

 Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti; 123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino. 126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo. 129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo, 132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna. 135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto. 138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 141

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".

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