Il percorso dell’identità psicosessuale – IV Parte

Continuiamo la nostra digressione sulla identità psicosesuale iniziato qui (I Parte) , qui (II Parte) e qui (III Parte)

10 – Il processo di separazione dalla madre – Con la nascita la relazione fusionale, che il bambino ha con la madre, si trasforma in un’interdipendenza simbiotica che avvolge i due protagonisti: per quel periodo è una situazione ritenuta normale. La dipendenza fisica e psichica del bambino dalla madre è totale ed ha la funzione di riorganizzare la vita secondo i ritmi e i bisogni dello sviluppo psicologico del bambino stesso, per la sua umanizzazione.
Il legame tra madre e bambino crea una relazione privilegiata, a cui il padre assiste e partecipa, ma con un ruolo tutto suo, oppure può stare a guardare. Ciò, a volte, lo porta a distanziarsi e anche ad allontanarsi, in quanto non percepisce la sua collocazione in questo speciale rapporto duale madre-bambino. Queste due vite – madre/bambino -, intrinsecamente legate, condizionano profondamente la dinamica del nucleo familiare, in cui la presenza del padre viene in ogni modo ridimensionata e deve trovare una sua specifica collocazione.
E’ evidente che, con la nascita, il bambino instauri con la madre una dipendenza simbiotica. Sappiamo, però, che, per un equilibrato sviluppo del bambino e un ridimensionamento della stessa funzione materna, occorre che la relazione da simbiotica sia destrutturata e reimpostata. Cioè, l’identificazione psicosessuale di sé del maschietto esige la separazione psicologica dalla madre. Quando è protratta, la simbiosi impedisce l’identificazione e si ripercuote sulla varie fasi della vita.
Il ridimensionamento della simbiosi permette al bambino di differenziarsi dalla identità femminile della madre e sviluppare la propria identità maschile. Questo processo di differenziazione richiede al bambino di ottenere un proprio spazio psicologico interno ed esterno. Ciò comporta l’acquisizione di una propria differenziata collocazione psicoaffettiva di fronte alla figura materna, ai suoi pensieri, comportamenti e vissuti.
In questo percorso di differenziazione e di identità, il bambino arriva a percepire ciò che appartiene psicologicamente a se stesso e alla propria identità, lo fa suo e sa distinguerlo da ciò che è degli altri. Nello specifico, sa discernere ciò che è proprio della femminilità materna e vivere quello che è proprio della sua mascolinità. In una prospettiva futura questo processo lo abilita a saper distinguere, nelle varie fasi della vita, se stesso dagli altri ed attribuire a ciascuno le sue caratteristiche.
Come abbiamo visto, il legame privilegiato tra madre e figlio crea nel primo mese un’intimità primitiva fusionale, completa ed esclusiva, che diviene successivamente simbiotica e quindi diversificata. Ora, durante la crescita può capitare che il bambino cerchi di protrarre il rapporto simbiotico oltre il tempo previsto, anzi di mantenere il cordone ombelicale attaccato a sé per sempre. Ma, nel contempo, anche la madre può voler continuare questo legame attraverso una serie di strategie ambigue, in cui tiene il figlio incatenato a sé, mentre contemporaneamente lo desidererebbe indipendente. Si instaura una modalità circolare, in cui i due si tengono fortemente legati, mentre ciascuno pensa di ricercare la propria indipendenza. In particolare, la madre ritiene che il figlio sia libero nelle sue scelte, mentre gli è costantemente col fiato sul collo, attivando una protezione visibilmente vischiosa e soffocante, intrisa di ricatti affettivi.
11 – Il padre nella triangolazione – In questa dinamica di separazione e individuazione, vi è spesso la necessità, per il bene del figlio, che il padre intervenga e s’imponga d’interrompere questo legame. Il padre può dimostrare alla madre e al figlio che nella triangolazione vi può essere un rapporto intimo e nel contempo autonomo: essere profondamente legati e indipendenti, interdipendenti e distinti.
Spetta al padre stemperare con la sua delicata e ferma presenza il rapporto simbiotico tra madre e figlio e proporsi al bambino come figura “altra”, a cui fare riferimento sempre più con il passare dei mesi e con cui identificarsi nella sua mascolinità. Nel frattempo egli è di aiuto alla madre, le fa da contenimento, la supporta nelle possibili difficoltà psicologiche legate alla gestione di un bambino piccolo e della casa. Il suo è un ruolo molto delicato e prezioso.
Là dove il padre assume una sua chiara, visibile e esclusiva presenza, la situazione triangolare si ridimensiona. La stessa tenerezza nella coppia è determinante per la ripresa della vita relazionale affettiva della coppia stessa e ricollocare ciascuno nella propria funzione. Nel processo di crescita, il padre è essere presente con la sua masco-linità per accompagnare il figlio nel suo spostamento dalla sfera femminile alla sua identità maschile.
Come si diceva, ciò che ostacola questo distacco è in particolare l’iperprotezione materna, che diviene un rifugio sicuro per il figlio di fronte alle difficoltà e alle insidie dell’ambiente circostante e alle frustrazioni, dovute anche ad un padre psicologicamente assente o duro. Una madre meno protettiva permette al bambino di essere più disponibile alle frustrazioni, che gli possono derivare da un rapporto insoddisfacente con il padre, specialmente tra i due e i tre anni.
La madre, che opera un’eccessiva protezione del figlio, che ha un rapporto difficile con il padre, e si sente difeso dalla madre nei confronti di un padre “cattivo e persecutorio”, può bloccare o ritardare l’identificazione del bambino con il padre. In effetti, ostacola o frena l’acquisizione dell’identità psicosessuale maschile del bambino, facilitando la sua permanenza nella sfera del femminile, oltre il previsto. Le probabili, successive, conseguenze sono di un possibile orientamento omosessuale.
In sintesi, il padre diviene un ostacolo allo sviluppo della personalità del figlio quando non si assume la responsabilità di essere padre e non lotta per esercitare il suo ruolo.
12 – L’identificazione con il padre – Gli studiosi insistono molto sull’importanza della figura paterna nel processo di separazione del maschietto dalla madre e nell’acquisizione dell’identità maschile. La Mahler, per esempio, accentua l’importanza dell’”abbandono della madre” e insiste su una costante presenza del padre per aiutare i due, madre e figlio, a sciogliere la simbiosi. In tale senso è determinante che il padre si dedichi alla formazione della ma¬scolinità del figlio, il quale, un volta identificatosi nella sfera maschile, è disponibile a identificarsi con gli altri uomini e ad aprirsi alla relazione con il femminile in modo sereno. Questo fa comprendere quanto siano importanti e fondamentali i primi tre anni di vita per l’identificazione psicosessuale e, pertanto, per l’orientamento eterosessuale.
In mancanza del padre, può svolgere una funzione rilevante un uomo che mantenga rapporti affettivi con il bambino, come un nuovo compagno della madre che accetti la presenza del bambino come parte integrante della relazione e che lo aiuti a distaccarsi dalla madre, uno zio, e nelle fasi successive un insegnante maschio, un animatore sportivo, ecc. Il bambino ha bisogno di figure maschili, che siano per lui un modello di comportamento maschile, non in conflitto con il femminile, ma con una posizione di chiara differenziazione e di esplicita valorizzazione dell’eterosessualità, come dimensione decisiva e fondamentale della personalità.
All’inizio della psicoanalisi, l’importanza della figura del padre sullo sviluppo dell’identità psicosessuale non aveva avuto molta attenzione, ma da tempo ormai la valenza emotiva del padre è considerata essenziale per la crescita e lo sviluppo del bambino e in particolare per l’acquisizione della sua identità psicosessuale.
Il bambino imita la figura più significativa e si identifica con essa, plasma la sua identità sul modello che sente più affine a sé. Ora, come è già stato detto, per lui il padre è la figura maschile più significativa nei primi anni di vita, spesso lo è anche negli anni successivi. A lui si conforma e si identifica. Ne interiorizza valori e comportamenti. Può capitare ciò anche nei confronti di uno zio, di un uomo legato affettivamente al nucleo familiare, o anche di un fratello maggiore.
L’identificazione avviene attraverso i comportamenti, tra cui anche le punizioni, ma in particolare, tramite l’affetto, il calore, il coinvolgimento personale, la partecipazione alla vita di gioco e agli interessi del bambino. Le ricerche confermano che la presenza di un padre affettivo facilita l’identificazione maschile, più della presenza di un padre freddo. Per gli adolescenti, per esempio, il riconoscimento delle qualità affettive, gratificanti e anche delle punizioni del padre facilitano una buona ed equilibrata mascolinità.

Continua nel prossimo articolo.

Gilberto Gobbi

Sorgente: Gilberto Gobbi Blog

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