Il percorso dell’identità psicosessuale – II Parte

Continuiamo la nostra digressione sulla identità psicosesuale iniziato qui.

2 – La ricerca dell’identità psicosessuale – In un precedente libro su I bambini e la sessualità[1] dicevo che tra le mille domande dei bambini vi è anche quella sull’identità sessuale: l’essere maschio o femmina e il sentirsi maschio o femmina. I bambini si pongono queste ed altre domande e a volte chiedono agli adulti perché si è maschio o perché si è femmina. I bambini pongono le domande con una intensità diversa a seconda dell’età e si soffermano in particolare sulla diversità anatomica. Per loro ciò che è evidente è pure reale, ed è ovvio che per loro la connotazione anatomica sia indice di identità psicosessuale, peccato che i grandi siano oggi decisamente confusi e che ciò che per loro era evidente ieri, non lo sappiano più confermare ai loro figli, oggi.
I bambini, nel periodo della loro crescita e della percezione della loro identità psicocorporea, hanno una particolare sensibilità alla identità corporea dei propri compagni e compagne. “I giochi, le prese in giro, le affermazioni esplicite, le allusioni e la ripetizione di epiteti segnalano che nella seconda infanzia il problema è presente. I bambini ridono, si coprono la faccia, canzonano, fanno gesti irrisori, ripetono cattiverie”[2].
E’ risaputo che l’identità urge dentro la psiche e il corpo della persona, sin dai primi momenti della vita ed è più evidente in particolari fasi dello sviluppo della personalità. Per una equilibrata formazione della personalità, occorre da parte degli adulti il saper cogliere gli aspetti profondi dell’identità personale e creare un clima psicoaffettivo che favorisca una crescita armonica delle varie dimensioni della personalità, tra cui quella dell’identità sessuale. E’ nella realtà dei fatti che lo sviluppo dell’identità comporta un’articolata interazione tra mente e corpo, tra aspetti intrapsichici ed extrapsichici, e tra l’individuale e il sociale.
Il feto si sviluppa come maschio o come femmina a partire dal patrimonio genetico e dall’apparato ormonale. Alla nascita, ora anche prima con l’ecografia, ogni individuo viene identificato come maschio o come femmina, dalla conformazione degli organi sessuali esterni e come tale gli viene attribuito un nome e codificato con un’identità maschile o femminile. L’identità sessuale biologica è legata al fatto di avere un assetto ormonale a prevalenza di testosterone o di estrogeni primari o secondari morfologicamente di tipo maschile o femminile.
Benché non siano solo i genitali che fare un uomo o una donna, tuttavia essi sono la struttura da cui si parte per costruire l’identità psicosessuale. Il bambino e la bambina con la nascita entrano a far parte dell’interazione familiare e del contesto sociale, si immergono in un insieme di regole e di comportamenti e si confrontano con le attese familiari e sociali, relative al proprio genere di appartenenza. In ogni gruppo sociale si sono codificati nel tempo dei ruoli, che sono attribuiti a ciascun sesso, a cui ognuno si deve adeguare. I ruoli sono modificabili nell’arco della storia: i ruoli non la realtà profonda dell’identità.
In ogni famiglia vi è una percezione particolare sull’identità di ogni membro. Così, con la nascita inizia il percorso individuale di acquisizione, di strutturazione, di elaborazione e di consolidamento dell’identità psicosessuale (identità di genere), che prevede fasi differenti.
Tra i 2 e 3 anni, con l’acquisizione del linguaggio, il bambino maschio parla di sé al maschile o la bambina al femminile. E’ in questa età che il bambino ha la percezione della propria identità sessuale (sesso maschile o femminile) e, pertanto, si identifica o come maschio o come femmina. E’ questo un fenomeno che è davanti agli occhi degli adulti tutti i giorni. E’ un dato di realtà.
Tra i 6 e 7 anni, alla conclusione della fase edipica, vi è un altro periodo in cui i bambini acquisiscono la continuità temporale e nello stesso tempo strutturano la costanza e la permanenza di genere, per cui il bambino percepisce che è maschio o è femmina e sarà maschio o femmina, per sempre. E’ logico che in tutto questo periodo la relazione psicoaffettiva e il confronto con le figure primarie sono determinanti per processo di acquisizione della propria identità psicosessuale. Detta influenza verrà approfondita nelle pagine successive.
L’altro periodo determinante per l’identità psicosessuale è quello dell’adolescenza, in cui si struttura e si definisce sia l’identità sia l’orientamento sessuale, cioè si raggiunge l’intima convinzione della propria mascolinità o femminilità.

3 – L’attesa – Vi è un altro fenomeno da sottolineare, che è comune sia al maschio che alla femmina: l’attesa prima della nascita.
Il bambino (maschio o femminina) è presente in positivo e/o in negativo nella mente e nell’affettività dei due genitori prima della sua nascita. Viene pensato e verbalizzato un nome. Con l’ecografia la percezione del genere maschile o femminile si concretizza. Dopo di allora il figlio viene pensato e vissuto con questo genere. Alla nascita è presentato e registrato con il genere, proprio della conforma¬zione corporea e così il bambino acquista la sua vi¬sibilità psicosociale, maschile o femminile. Da quel mo¬mento ognuno comincia il suo cammino nel mondo interno ed esterno e la sua collo¬cazione sociale con la propria identità.
Il linguaggio, in cui è immerso e con cui si confronta, rinforza costante¬mente la distinzione di base fra soggetti di sesso maschile e di sesso femminile: egli si conferma nella propria identità psicosessuale. A lui ci si ri¬volge con la sua identità, maschile o femminile: il nome lo connota, dandogli si¬gnificato e valore. Ciò avviene per i maschi e per le femmine.

4 – Che cosa si intende per identità – Per una effettiva comprensione del processo evolutivo e di quando verrà successivamente detto, è fondamentale intendersi sul significato e sul contenuto di identità.
L’identità personale ed ontologica – Ogni individuo è ed ha una sua identità personale. E’ il proprio quid, che comprende tutta la realtà della persona nei suoi vari e molteplici aspetti. Da questo quid derivano la percezione e la coscienza che la persona ha di sé e della propria esistenza come soggetto umano nel mondo.
L’identità personale è ciò che la persona è, prima ancora di sentirsi e di viversi, con le sue varie e articolate dimensioni.
E’ il nucleo profondo, in cui la persona si riconosce come se stessa, differente da tutte le altre. A questo nucleo profondo appartengono le dinamiche individuali e sociali, soggettive e intersoggettive, i processi consci e inconsci.
E’ l’identità che sta alla radice dell’essere, dell’esistere come persona, in quanto appartenente al genere umano. Come tale è soggetto di diritti, fonte di significati prettamente umani, che la differenziano dagli altri animali, e la accomunano nella parità con tutti gli altri uomini, da cui nello stesso tempo si diversifica nella sua identicità.
L’identità ontologica sta alla radice dell’esistenza, dell’essere persona, dell’essere valore. La persona non si fa, ma si trova, ha solo da riconoscersi, da scoprirsi e partire da questa profonda identità originaria per il proprio cammino di realizzazione. La persona costituisce la radice etica della vita individuale e sociale.
A tale proposito scrivevo e ripropongo che “Il soggetto-persona è valore in sé dal momento della sua genesi e durante tutto il percorso della sua vita, al di là della direzione in cui si può orientare, e della considerazione che in varie epoche la società gli può attribuire. La comprensione di tale identità personale mette in moto tutto l’apparato psichico e valoriale dell’uomo per portare a maturazione il progetto insito nella persona, nel tempo e nello spazio concesso dalla vita. E’ sulle coordinate spazio-tempo che l’uomo vive la sua avventura terrena”[3].
Identità di genere o psicosessuale – L’identità di genere è la convinzione personale, basilare, di essere un maschio o una femmina, che si costruisce sulla base della identità e della percezione corporea a confronto con l’ambiente psicosociale.
Di norma, sin dalla primissima infanzia, il bambino e la bambina riconoscono l’appartenenza all’uno o all’altro sesso e comin¬ciano a identificarsi, differenziando le relative caratte¬ristiche psicologiche dell’uno o dell’altro sesso.
Inizia col sentirsi profondamente femmina o maschio. Il bambino ha la percezione del proprio Sé corporeo già tra i due e tre anni.
Nella stragrande maggioranza dei casi, la percezione co¬mincia con l’i¬dentità di sesso (corporea) e diviene completa con l’identità psicosessuale. Si può affermare che per la maggior parte delle persone, se si na¬sce maschi ci si sente maschi, se si nasce femmina ci si sente femmina.
Vi sono i casi in cui vi è un “errore”, come nel transessuale, per cui il soggetto nasce maschio, ma ha l’identità di genere femminile (si sente e si vive donna) e viceversa per la fem¬mina, per cui vi è un’i¬dentità maschile in un corpo di donna.
In sintesi, l’identità di genere fa parte della componente es¬senziale della costruzione dell’identità individuale. Si riferisce al vissuto di apparte¬nenza ad un genere o ad un altro (maschile o fem¬mi¬nile) o in modo ambivalente ad entrambi (bisessualità, in cui l’identificazione non è chiara e determinata, ma oscilla tra il maschile e il femminile).
L’i¬dentità di genere o psicoses¬suale, proprio perché è un perce¬pirsi e un viversi partendo dall’identità di sessuale biologica, si presenta come un’esperienza di per¬cezione sessuata di se stessi a se stessi e agli altri, di apparte¬nere ad un sesso e non ad un al¬tro. Questa identità implica di per sé la continuità, la persistenza dell’essere, non la fluidità, la modifica, il cambiamento a seconda dell’umore, del sentirsi o di desideri mutevoli.
Da tale identità scaturisce l’esigenza dell’accettazione integrale di sé, del proprio corpo, della propria identificazione, dell’appartenenza al maschile o al femminile.
Vi sono delle tappe attraverso cui si forma l’identità, che costituiscono i processi d’autoidentificazione sessuale, cioè l’intima convinzione della propria mascolinità o femminilità a partire dalla base biologica. Per la maggioranza dei soggetti, tale pro¬cesso d’autoidentificazione sfocia o nel maschile o nel femminile.
Anche nella transessualità l’identificazione psicosessuale (il sentirsi e il viversi maschio o femmina) sembra essere molto chiaro, non vi è un terzo sesso, ma solo una persona con un corpo maschile che si connota come femmina, o una persona con un corpo femminile, che si vive come uomo. Con questi presupposti il transessuale non è un omo-sessuale.

5 – Il percorso dell’identità psicosessuale femminile – Dopo questi necessari chiarimenti sull’identità, sul suo significato e contenuto, passiamo ad analizzare, sempre brevemente, il percorso psicologico che il maschietto e la femminuccia fanno per acquisire la propria identità di genere (secondo l’accezione sopra spiegata) o psicosessuale. Partiamo dal percorso femminile.
Per ciò che riguarda l’identità femminile, la bambina, attraverso varie fasi, continua a mante¬nere con la mamma l’identificazione iniziata con la nascita. Anzi, è fondamentale che questa identificazione si radichi pro¬fondamente, perché permette la strutturazione della propria identità psicosessuale e quindi della propria femminilità, cioè, lei è femmina come la mamma. Sappiamo che diverse difficoltà possono interferire sulla crescita affettiva della bambina prima e della ra¬gazza poi. Sono difficoltà che, se non superate, lasciano tracce disfunzionali sul percorso di identificazione e di con¬fronto con la madre-femmina e sul necessario distacco da lei.
Per la bambina, acquisire l’identità significa confrontarsi con gli aspetti po¬sitivi e negativi della propria madre, assumere questi ele¬menti come costitutivi della propria personalità, percepire l’immagine positiva femmi¬nile del proprio corpo e identificarsi in esso, vivere in po¬sitivo la femminilità come costitu¬tiva della propria identità di persona, differenziarsi dalla madre come persona diversa. Tale processo psicologico non è facile né così immediato, ma è un percorso che comprende l’accettazione costante nel tempo dell’ambivalenza delle caratteristiche della madre e l’accettazione della propria ambivalenza.
L’ambivalenza è una delle caratteristiche fondamentali della realtà umana: cioè, avere contemporaneamente la dimensione positiva e quella negativa. Essere limitati e tendere all’infinito, sentire l’attrazione al bene e anche la tensione al male. L’ambivalenza è propria dell’essere umano. Nel processo di crescita psicologica, l’accettazione o meno dell’ambivalenza generale della realtà umana e di quella specifica individuale, è un fattore determinante della maturità della persona.[4]
Ora, per la bimba la madre, il padre e le varie figure importanti si presentano con due dimensioni, il lato positivo, che gratifica e soddisfa (la parte buona della mamma), e quello negativo, che impedisce, condiziona, pone dei limiti, anche castiga (la parte cattiva della mamma). La madre è costituita dell’uno e dell’altro aspetto, e come tale si presenta ed è percepita dalla bimba, anche se essa è costantemente alla ricerca della gratificazione da parte della “mamma buona”.
L’assunzione della realtà e delle dimensioni della madre, positiva e negativa, da parte della bambina è fondamentale per la costruzione della propria personalità, perché nel processo di identificazione lei stessa si deve percepire nelle due dimensioni (positiva e negativa) e accettarle come elementi costanti della vita personale e sociale. Si tratta dell’accettazione dei limiti della madre e quindi dei limiti della realtà circostante. E’ un meccanismo molto sottile, impercettibile, ma reale, che permea la crescita della bambina. Ciò crea i presupposti necessari per l’accettazione dei propri limiti.
In sintesi, l’identificazione con la madre da parte della bambina facilita l’armonizzazione della sua realtà profonda, cioè sviluppa l’individuazione interiore, che diviene parte integrante della realtà personale. Così il vissuto sessuale, il sentirsi psicologicamente femmina, collima con l’identità corporea. Ciò implica la percezione e la maturazione della propria femminilità, in cui il sentire di avere un corpo femminile corrisponde al proprio essere e viversi come corpo femminile.
Così, l’identificazione femminile comporta l’assunzione del proprio corpo sessuato, che apre un percorso di crescita, in cui il vissuto sessuale diviene parte essenziale della maturazione femminile interna e di un’apertura equilibrata verso la realtà maschile esterna, senza contrapposizioni né rivalse.
L’identificazione della figlia con la madre inizia con questa relazione privilegiata tra donne, in cui l’immagine di donna, che viene proiettata dalla madre alla figlia, si confronta, si mescola e a volte si scontra con l’immagine che il padre-uomo proietta della propria donna alla figlia stessa. La bambina si confronta con il comportamento del padre e con l’immagine di donna che le rimanda. La conformità e/o la disconformità di queste immagini giocano un ruolo fondamentale sulla bambina, che sta costruendo la propria identità psicosessuale attraverso il processo identificatorio con la madre e il confronto con il padre.
In questo processo di crescita vi sono degli aspetti vitali da sottolineare.

Continua nel prossimo articolo.

Gilberto Gobbi

Sorgente: Gilberto Gobbi Blog