PERCORSO DELL’IDENTITA’ PSICOSESSUALE – 3

PERCORSO DELL’IDENTITA’ PSICOSESSUALE – 3

5 – Il percorso dell’identità psicosessuale femminile  – Dopo questi necessari chiarimenti sull’identità, sul suo significato e contenuto, passiamo ad analizzare, sempre brevemente, il percorso che il maschietto e la femminuccia fanno psicologico per acquisire la propria identità di genere o psicosessuale. Partiamo dal percorso femminile.

Per ciò che riguarda l’identità femminile, la bambina, attraverso varie fasi, continua a mante­nere con la mamma l’identificazione iniziata con la nascita. Anzi, è fondamentale che questa identificazione si radichi pro­fondamente, perché permette la strutturazione della propria identità psicosessuale e quindi della propria femminilità, cioè, lei è femmina come la mamma.

Sappiamo che diverse difficoltà possono interferire sulla crescita affettiva della bambina prima e della ra­gazza poi. Sono difficoltà che, se non superate, lasciano tracce disfunzionali sul percorso di identificazione e di con­fronto con la madre-femmina e sul necessario distacco da lei.

Per la bambina, acquisire l’identità significa confrontarsi con gli aspetti po­sitivi e negativi della propria madre,  assumere questi  ele­menti come costitutivi della propria personalità, percepire l’immagine positiva femmi­nile del proprio corpo e identificarsi in esso, vivere in po­sitivo la femminilità come costitu­tiva della propria identità di persona, differenziarsi dalla madre come persona diversa. Tale processo psicologico non è facile né così immediato, ma è un percorso che comprende l’accettazione costante nel tempo dell’ambivalenza delle caratteristiche della madre e l’accettazione della propria ambivalenza.

L’ambivalenza è una delle caratteristiche fondamentali della realtà umana: cioè, avere contemporaneamente la dimensione positiva e quella negativa. Essere limitati e tendere all’infinito, sentire l’attrazione al bene e anche la tensione al male. L’ambivalenza è propria dell’essere umano.

Nel processo di crescita psicologica, l’accettazione o meno  dell’ambivalenza generale della realtà umana e di quella specifica individuale, è un fattore determinante della maturità della persona.[1]

Ora, per la bimba la madre, il padre e le varie figure importanti si presentano con due dimensioni, il lato positivo, che gratifica e soddisfa (la parte buona della mamma), e quello negativo, che impedisce, condiziona, pone dei limiti, anche castiga (la parte cattiva della mamma). La madre è costituita dell’uno e dell’altro aspetto, e come tale si presenta ed è percepita dalla bimba, anche se essa è costantemente la ricerca della gratificazione da parte della “mamma buona”.

L’assunzione della realtà e delle dimensioni della madre, positiva e negativa, da parte della bambina è fondamentale per la costruzione della propria personalità, perché nel processo di identificazione lei stessa si deve percepire nelle due dimensioni (positiva e negativa) e accettarle come elementi costanti della vita personale e sociale. Si tratta dell’accettazione dei limiti della madre e quindi dei limiti della realtà circostante. E’ un meccanismo molto sottile, impercettibile, ma reale, che permea la crescita della bambina. Ciò crea i presupposti necessari per l’accettazione dei propri limiti.

In sintesi, l’identificazione con la madre da parte della bambina facilita l’armonizzazione della sua realtà profonda, cioè sviluppa l’individuazione interiore, che diviene parte integrante della realtà personale. Così il vissuto sessuale, il sentirsi psicologicamente femmina, collima con l’identità corporea. Ciò implica la percezione e la maturazione della propria femminilità, in cui il sentire di avere un corpo femminile corrisponde al proprio essere e viversi come corpo femminile.

Così, l’identificazione femminile comporta l’assunzione del proprio corpo sessuato, che apre un percorso di crescita, in cui il vissuto sessuale diviene parte essenziale della maturazione femminile interna e di un’apertura equilibrata verso la realtà maschile esterna, senza contrapposizioni né rivalse.

L’identificazione della figlia con la madre inizia con questa relazione privilegiata tra donne, in cui l’immagine di donna, che viene proiettata dalla madre alla figlia, si confronta, si mescola e a volte si scontra con l’immagine che il padre-uomo proietta della propria donna alla figlia stessa. La bambina si confronta con il comportamento del padre e con l’immagine di donna che le rimanda. La conformità e/o la disconformità di queste immagini giocano un ruolo fondamentale sulla bambina, che sta costruendo la propria identità psicosessuale attraverso il processo identificatorio con la madre e il confronto con il padre.

In questo processo di crescita vi sono degli aspetti vitali da sottolineare.

6 – Aspetti dell’identificazione femminile – Un primo aspetto è relativo alla donna/madre. Innanzitutto vi è l’esigenza che la madre si senta, si perce­pisca e si viva donna e proietti ai figli che l’essere donna è un valore. Ciò comporta che vi sia una buona identificazione della madre tra la propria identità corpora e quella psicolo­gica. Le eventuali difficoltà, titubanze e insicurezze della madre con se stessa vengono percepite, in particolare,  dalla figlia. Il sentirsi e viversi donna da parte della madre proietta sulla figlia un’immagine di sicurezza e di tranquillità, che facilita in lei l’identificazione con la propria identità psicofisica. Altrimenti viene rimandata una immagine confusa e non ben identificabile, che certamente non  facilita il lavorio psicologico della figlia.

Vi un altro aspetto importante, spesso viene trascurato, che è connesso alla stessa bambina. Come la donna/mamma ha  bisogno di essere riconfermata nella sua identità psicosessuale di donna dal suo uomo, così anche la figlia/donna necessita di essere riconosciuta e con­fermata nella sua femminilità dal padre. Questo aspetto relazionale  richiede che egli, durante l’infanzia e l’adolescenza della figlia, convalidi costantemente, con il suo comporta­mento,  l’importanza dell’identità sessuale femminile attra­verso la valoriz­zazione  delle proprie donne (moglie e figlia). Teniamo presente che, nell’ambito  psicoaffettivo, il padre per ogni figlia è il primo uomo, come la madre per ogni figlio è la prima donna. E’ una realtà da non sottovalutare, che ha notevoli implicazioni psicologiche sulla formazione della personalità e sulle future relazioni tra i sessi.

Diviene chiaro che l’acquisizione dell’identità femminile è dovuta ad un lento, pro­fondo,  im­percettibile, concreto  processo psicolo­gico di assimilazione ed elaborazione da parte della bambina, stimolato e favo­rito dall’intersecarsi degli atteggiamenti della madre e del padre circa il valore/disvalore della femminilità e della ma­scolinità. La bambina vede, sente, percepisce, immagazzina, elabora, reagisce a suo modo all’ambiente circostante e agli stimoli degli adulti.

Da quanto detto si evidenzia che l’identità della bambina procede in via li­neare, di madre in figlia, con la presenza e il contributo determinante del pa­dre. Per la bambina non vi sono altri percorsi.

Questo processo di identificazione opera in concomitanza con l’altra dimensione dello sviluppo:  l’esigenza di diffe­renziarsi, cioè di perce­pirsi, sentirsi e viversi differente da sua madre. Identificata con l’originaria identità femminile, si sente dif­ferente da tutte le altre persone e contemporaneamente uguale a loro nel valore come persona.  In questo percorso di identifica­zione e di differenziazione, come si diceva, è presente, il padre con la sua con­ferma o discon­ferma della femminilità della propria donna e quindi della propria figlia, che è donna.

Gilberto Gobbi

[1] G. Gobbi, Modelli di maturità psicoaffettiva, Quaderno ReS n. 1, Verona 2000.

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