Per la povera Ilaria

Nello sbagliato e maschilista mondo di prima del femminismo questo non succedeva.

Quello era un mondo imperfetto e pieno di arbitri, che poteva e doveva essere migliorato.

Questo che abbiamo creato è un mondo atroce.
Quello che ha ucciso la bimba di Ilaria è un fenomeno frequente : la mamma ha pensato di portare la bimba all’asilo, l’immagine della bimba consegnata all’asilo è scivolata nella sua mente come un ricordo, una mente stanca, sotto stress, sempre affannata.

Silvana De Mari

PER LA POVERA ILARIA
di Mario Adinolfi

Questo è per la povera Ilaria, mamma trentottenne di Terranova Bracciolini, che il 3 marzo aveva postato sulla sua bacheca Facebook il link ad un articolo del Fatto Quotidiano che denunciava: “Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più”. L’articolo conteneva le consuete comparazioni a tutti note: “In teoria, lo sappiamo tutte: nei paesi scandinavi (ma anche in Francia, Germania, Olanda) avere figli e lavorare è prassi consolidata. Grazie e politiche di conciliazione robuste, fatte di sussidi consistenti anche per famiglie che qui il governo ritiene ricche e non degne di aiuti (famiglie del ceto medio, magari con due stipendi e un mutuo), di lunghi congedi di maternità e paternità, spesso obbligatori, della diffusione (anche tra gli uomini) del lavoro part time, che in alcuni paesi è la regola (Olanda), grazie a tutte queste misure – e altre ancora, come scuole che restano aperte fino alle sei e durante le vacanze e attività sportive per tutti a basso costo), fare due, tre, persino quattro figli è qualcosa di possibile. Specie per la donna che, ad esempio in Norvegia, può scegliere se restare il primo anno con il bambino (pagata) oppure accedere ad uno dei meravigliosi e gratuiti asili norvegesi”. Ilaria voleva un aiuto come donna, un aiuto come mamma non più giovanissima di una bella bambina di 18 mesi, Tatiana, figlia unica. Sentiva di essere una di quelle donne che “non ce la fanno più”. E in un giorno come un altro della sua vita tutta di corsa di mamma di Tatiana che doveva fare anche l’impiegata comunale, è andata a lavorare alle nove del mattino di una giornata afosa, ha staccato alle 14, ha messo in moto la macchina per tornare di fretta a casa, si è voltata e Tatiana l’ha vista lì, nell’abitacolo: cinque ore di calore insopportabile hanno ucciso la bimba, se l’era portata e poi dimenticata e dicono che l’urlo della povera Ilaria che si è udito sia stato qualcosa di agghiacciante.

Mario Adinolfi

Tamara, non Tatiana

Di solito, quando si porta un figlio all’asilo nido, siamo abituati a lasciare un bambino piangente nelle mani di una maestra che lo abbraccia con il sorriso. Stamani invece ho consegnato mia figlia ad una maestra con gli occhi lucidi. Le lacrime rigavano il viso di tutti. Non c’è stato bisogno di nessuna comunicazione, Tamara stamani non sarebbe arrivata, non avrebbe zampettato incerta sui tappeti, non avrebbe fatto nessun gioco con gli altri bimbi.
La fatalità, terribile e inenarrabile, che ieri ha colpito questa famiglia, ha privato la madre ed il padre del loro gioiello più prezioso, i nonni di una gioia frizzante che profumava di vita, ma ha anche tolto il fiato ad una comunità incredula e attonita.
Una comunità che si è stretta subito intorno alle vittime superstiti. Perché di questo secondo me si tratta, vittime di una tragedia che se anche la magistratura dovesse indagare, usando quei paroloni che fanno paura: abbandono di minore, omicidio colposo; sempre vittime saranno.
E sopravvissuti. Perché anche se non l’ho sentito, mi risuona nelle orecchie l’urlo di dolore che può irrompere solo dal petto di una madre che dà la vita e poi si accorge di essersela lasciata sfuggire di mano, senza sapere come, né perché.
Il rischio di morire di crepacuore c’è eccome e se non c’è quello, almeno lo immagino per me, in qualche momento potrebbe arrivare la voglia di morire per smettere di sentire tutta quella schiacciante sofferenza.
Ma è necessario sopravvivere, è necessario sostenere i genitori e i nonni, che presto inizieranno a riprendere lucidità e forse quello sarà il momento peggiore, il momento delle domande. Senza risposta.
Se fosse stato nuvoloso, invece c’era il sole …
Se avesse preso un caffè uscendo dall’ufficio …
Se era inverno …
Se …
Quando queste cose accadono lontano, noi, io almeno, cerco di difendermi e di dirmi che “a me non può capitare” perché … perché chissà che medicine prendono “queste mamme”, perché chissà che turbe hanno, chissà se veramente li amano i loro figli … ma Ilaria lo sanno tutti chi è in questa città, che in questo caso ritorna il piccolissimo borgo dove tutti conoscono tutti: un’ottima mamma, moglie, lavoratrice. Una bella famiglia che vive la vita di paese, come chiunque, con alti e bassi, come capita a chiunque.
E allora è qui che mi rendo conto che nessun commento è possibile, che nessuna risposta è possibile e che un giudizio ricadrebbe su me stesso, perché sento che non c’è differenza tra la mia famiglia e la sua, che c’è un rischio che corriamo tutti e dal quale non possiamo affrancarci adducendo le solite puerili giustificazioni.
Io sono come Ilaria, Tamara è come mia figlia.
Più che concentrarci su cosa è successo, a tempo debito, sarà bene spendere del tempo a cercare soluzioni che aiutino a non farlo succedere più.
Ora però è il tempo del silenzio e della preghiera, del lutto e del raccoglimento, del sostegno e della vicinanza, perché la famiglia trovi la forza di guardare e andare avanti.
Tamara prega per la tua famiglia e per noi.
#potevasuccedereancheame

F.F.

Comments

  1. Il problema per me è nella ideologia femminista. La donna dovrebbe essere come l’ uomo. Ma invece è diversa; è lei che deve fare e allevare i bambini. Se viene costretta a lavorare (dalla ideologia che impone che se la donna non lavora è un verme) chiaro che succedono queste cose. E anche peggio, Cioè che le donne non fanno più figli. E c’ è la denatalità.
    Meglio prima, quando il maschio lavorava e la donna faceva i figli.
    Anche oggi ci sono famiglie dove lavorano tutte ie due, ma è solo egoismo. potrebbe lavorare solo il padre. Così, oltre a trascurare i figli tolgono lavoro a chi ne avrebbe veramente bisogno.

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