Ormoni e Gender: i frastagliati confini tra natura e cultura

di Carlo Cirotto

È mio dovere mettere, come si suol dire, le carte in tavola dichiarando le mie competenze professionali e l’ambito culturale di riferimento. Lo esige l’argomento stesso che sto per affrontare, il tanto dibattuto gender che, per essere sviscerato a dovere, richiede competenze molteplici e diverse.
Sono un biologo. La mia professione è quella di docente universitario di materie di ambito biologico. Insegno da alcuni decenni e, fin dall’inizio, la mia attività didattica è stata accompagnata dal lavoro di ricerca su argomenti di embriologia e biologia dello sviluppo.
Da queste pennellate di vita personale credo risulti evidente il mio interesse per la biologia e per tutte quelle scienze empiriche che ne costituiscono il retroterra culturale. Sarà soprattutto alla biologia, quindi, che chiederò gli strumenti più idonei per affrontare efficacemente la problematica del genere. Sarà, inoltre, mia costante preoccupazione evitare sia le invasioni inconsapevoli di altri campi di competenza, sia l’uso inappropriato di metodologie conoscitive diverse da quelle scientifiche e, poiché non mi ritengo in grado di affrontare da esperto problematiche che esulano dalla scienza empirica, tutte le volte che si presenteranno le tratterò in modo che risulti con chiarezza la loro estraneità al discorso della scienza e, nel farlo, privilegerò due criteri: il sostegno dei dati concreti di fatto e la coerenza logica interna.
Poiché gli ambiti della conoscenza umana non sono relegati in compartimenti-stagno, incapaci di contatto e comunicazione, farò del tutto perché emerga il contributo che la biologia può portare nell’affrontare, in modo fruttuoso, anche problematiche apparentemente ad essa distanti. Tali sembrano infatti le teorie di genere, non fosse altro che per il loro esplicito rifiuto dei dati della scienza.

1. Genere e gender

Genere è una parola che, nell’uso che se ne fa quotidianamente, fa riferimento al maschile e al femminile: “Nome comune di genere maschile/femminile …” ci facevano ripetere a scuola. Nel linguaggio delle scienze naturali, poi, serve a raggruppare oggetti che hanno in comune le proprietà fondamentali mentre differiscono per quelle secondarie: Homo sapiens, Homo neanderthalensis, Homo erectus sono tutti classificati come appartenenti all’unico genere Homo a motivo delle caratteristiche anatomiche e fisiologiche fondamentali condivise dalle varie specie. In questi ultimi anni però, il termine genere, soprattutto nella sua versione inglese di gender, è stato rivestito di un diverso significato che si può cogliere con relativa facilità analizzando la coppia di termini sesso/genere, soprattutto se analizzata nell’ottica della più ampia problematica di natura/cultura.
Sesso, dunque, si riferisce alla differenza fisica che c’è tra un individuo maschio e una femmina, mentre genere, nella nuova accezione, indica la rappresentazione psicologico-simbolica che le identità maschili e femminili si fanno di se stesse.
Le teorie di genere non si limitano a rimarcare, come è giusto, questa ovvia distinzione ma esaltano a dismisura la categoria genere a danno della categoria sesso. Arrivano ad affermare che non si nasce maschi o femmine, ma uomini o donne e che maschi o femmine si diventa nel tempo sulla base di scelte personali, di aspettative sociali e di tendenze culturali, prescindendo totalmente dal dato naturale.
Nelle teorie del gender, quindi, la sostituzione della parola sesso con genere non è un modo per rendere più elegante il discorso ma presuppone una motivazione teorica ben precisa: dietro alla parola genere si cela una netta presa di posizione a favore della cultura e contro la natura.
Evidentemente, una tale concezione dell’essere umano, delle sue relazioni con gli altri uomini e, quindi, della stessa società hanno pesanti conseguenze in campo etico, politico e giuridico. Infatti, le teorie del gender intendono dimostrare come l’identità di genere debba avere priorità assoluta sull’identità sessuale, in accordo con la logica della priorità della cultura sulla natura e della irrilevanza del dato naturale rispetto a quello culturale. Non è forse vero, infatti, che con la chirurgia, la medicina molecolare e, in un prossimo futuro, con l’ingegneria genetica possiamo plasmare il corpo a nostro piacimento? In una simile prospettiva, è logico pensare che ciò che conta non è il fatto di nascere maschi o femmine, ma la percezione che si ha della propria, intima sfera psichica. Il sesso, insomma, viene subordinato totalmente al genere. È, questa, la posizione di chi ritiene che il dato naturale sia privo di peso e che la differenza sessuale sia relativa e modificabile.
Un filone della teoria del gender, poi, non si fa scrupolo di spingersi oltre affermando che l’identità di genere non solo non è determinata dalla natura ma non è, né deve essere, stabilita dalla società. È, e deve essere, costruita dall’individuo sull’unica base delle proprie inclinazioni e delle proprie scelte, a prescindere sia dal proprio sesso naturale sia dai ruoli sociali che si rivestono. Queste teorie spingono l’individuo ad affrancarsi dal proprio sesso e dal proprio ruolo sociale per costruire, con libertà, la propria identità, trasformandola a piacimento anche più volte nel corso della vita.
In un simile clima teorico risulta superato lo stesso dinamismo dei due sessi dal momento che il genere è ricondotto ad una pura e semplice scelta individuale. Il femminismo di genere, ad esempio, non si fa scrupolo di definire trappola metafisica il dato naturale della differenza sessuale, una cosa da cui prendere le distanze in quanto causa e radice profonda della cultura patriarcale. Il matrimonio eterosessuale, di conseguenza, è visto come quell’istituto soffocante che rende attuale la gerarchia sessuale ispirata al maschilismo. La famiglia fondata sul matrimonio e la femminilità, identificata con la maternità biologica e l’impegno domestico, sono considerate istituzioni maschiliste da smantellare per poi costruire una società che superi la differenza sessuale liberando la donna dal dominio patriarcale.
Questo è il pensiero del femminismo di genere, solo uno dei molteplici filoni di pensiero che sposano posizioni estreme come il multi-gender, il post-gender, il trans-gender. Si tratta di altrettante teorie che oltrepassano del tutto la dualità maschio-femmina, sostenendo che la sessualità non è che un continuum di identità di genere che solo ai due estremi ha il maschile e il femminile, l’eterosessuale e l’omosessuale. Tra questi estremità sono localizzate situazioni, le più diverse e sfumate, sulle quali si collocano i singoli individui che, in periodi diversi della vita, hanno la possibilità di passare liberamente da una polarità all’altra.

2. Sesso e biologia

Conclusa questa panoramica del pensiero gender, necessariamente ridotta a schema fondamentale, permettete che passi ad analizzare la questione con l’occhio del biologo.
L’esistenza dei due sessi, quello maschile e quello femminile, fa parte tanto integrante dell’esperienza quotidiana che non ci preoccupiamo mai di chiedercene la ragione. È stato sempre così, ci ripetiamo, anche adesso è così e ciò basta. È il mezzo attraverso cui tutti siamo venuti al mondo e nessuno ha il minimo dubbio sul fatto di doverlo utilizzare per riprodursi.
La collaborazione maschile e femminile nella riproduzione, «inventata» dalla natura circa un miliardo di anni fa, è una necessità biologica legata al fatto che il nuovo individuo deve aver origine dalla fecondazione di una cellula uovo, di produzione femminile, da parte di uno spermatozoo di produzione maschile. Da questo processo nascono individui maschili o femminili i cui caratteri sessuali sono dovuti ad una pluralità di fattori che si attivano e si amplificano durante lo sviluppo.
Descriverò brevemente le caratteristiche di tali fattori chiamandoli con gli stessi nomi utilizzati dai biologi.

Il sesso cromosomico
Il nostro corpo è una comunità di numerosissimi esseri viventi – nell’adulto possono giungere al milione di miliardi – relativamente autonomi: le cellule. Una loro caratteristica, comune a tutte le realtà viventi, è la capacità di auto-costruirsi, di fabbricare, cioè, i costituenti materiali – i pezzi, detto in termini meccanicistici – di cui sono fatte. Queste parti nell’uomo sono circa 100 mila. L’informazione necessaria a dirigere una così impegnativa costruzione è scritta su lunghissime molecole dal nome arcinoto: DNA. In alcuni momenti della vita cellulare queste molecole si organizzano a formare piccolissime matasse: i cromosomi, ben visibili al microscopio. Con l’eccezione di uova e spermatozoi che ne hanno 23, tutte le altre cellule del corpo umano possiedono 46 cromosomi ricevuti per la metà dal padre e per l’altra metà dalla madre all’atto della fecondazione. I due sessi differiscono per il cromosoma sessuale: i maschi ne hanno uno, piuttosto piccolo, chiamato Y, mentre le femmine ne hanno uno, X , di dimensioni notevolmente più grandi. La presenza di Y è necessaria per la formazione e lo sviluppo dei testicoli, che sono gli organi sessuali maschili. Per le ovaie, gli organi sessuali femminili, al contrario, non vale lo stesso discorso. Condizione necessaria per il loro sviluppo è che non sia presente un Y. Questo fatto, avvalorato anche da molte altre osservazioni sperimentali, dimostra che il differenziamento in senso femminile è la via normale, quella «di default» per dirla con termini informatici, mentre per il differenziamento in senso maschile è obbligatoria la presenza del cromosoma Y.
Fin dagli albori della genetica è stata avanzata l’ipotesi che sui cromosomi sessuali siano localizzati i geni, cioè le unità di informazione, che determinano lo sviluppo dei testicoli e delle ovaie, di quegli organi, cioè, in cui sono prodotti gli spermatozoi e le uova e che caratterizzano fisicamente i due sessi. Mi sembra superfluo aggiungere che tutti gli studi successivi hanno confermato questa ipotesi. Nel 1990, in particolare, è stato identificato un gene, chiamato Sry, situato sul cromosoma Y, che viene attivato unicamente nei testicoli e, solo per qualche ora, in alcune regioni del cervello. Sry si comporta come un organizzatore dell’attività di una miriade di altri geni che, in sequenza durante la crescita, scatenano la produzione di ormoni, la cui funzione è quella di orientare lo sviluppo sessuale dell’intero organismo.

Il sesso gonadico
All’inizio dello sviluppo dei suoi organi, l’embrione è indifferenziato sotto il profilo sessuale. I suoi organi sessuali sia interni che esterni possono differenziarsi tanto in senso maschile quanto in senso femminile, a seconda del tipo di ormoni ai quali vengono esposti. Se sono presenti gli ormoni maschili, l’apparato genitale si differenzia in senso maschile. Se gli ormoni maschili sono assenti, l’apparato genitale si differenzia in senso femminile.
Gli ormoni femminili e maschili, giocano ruoli fondamentali durante la pubertà quando la loro produzione subisce un deciso aumento. La quantità riversata nel sangue varia in relazione ai cicli e alle sollecitazioni biologiche ma dipende anche da cause ambientali, come l’educazione e lo stress.
In genere abbiamo la tendenza ad associare il testosterone con i maschi, in quanto prodotto dai testicoli, e gli estrogeni e il progesterone con le femmine, in quanto prodotti dalle ovaie. In realtà non è così. Nessuno di tali ormoni, infatti, è presente in maniera esclusiva nell’uno o nell’altro dei due sessi. Durante la pubertà, più che la quantità assoluta degli ormoni è importante il rapporto tra le concentrazioni degli ormoni dei due sessi. Gli ormoni maschili, anche se in basse concentrazioni, sono infatti presenti anche nelle donne e, viceversa, basse concentrazioni di ormoni femminili sono presenti anche negli uomini.
Trasportati dal flusso sanguigno, gli ormoni raggiungono tutti i tessuti e gli organi del corpo, ma non interagiscono con tutti. La loro influenza si esercita unicamente su quelle cellule e su quei tessuti che sono in grado di apprezzarne la presenza e che non a caso vengono chiamati bersagli.

Il sesso somatico
Bersaglio degli ormoni sessuali sono, oltre gli organi genitali, anche quelle parti anatomiche che sono responsabili del cosiddetto dimorfismo sessuale, cioè di quell’insieme di caratteri fisici dell’uomo e della donna che rendono facile il loro riconoscimento fin dal primo colpo d’occhio. Si tratta dei caratteri sessuali secondari (o sesso somatico), come, ad esempio la struttura delle ossa e la particolare distribuzione dei peli nell’uomo, lo sviluppo del seno e dei fianchi nella donna.

Il sesso cerebrale
Tra gli organi che sono bersaglio degli ormoni sessuali ci sono anche alcune regioni del cervello. Esse potrebbero quindi, almeno in linea di principio, reagire in maniera diversa a seconda che a stimolarle siano ormoni maschili oppure femminili.
Possiamo parlare, allora, di un cervello sessuale? È questa la domanda alla quale proverò a rispondere in maniera necessariamente schematica.
Per trovare la regione del cervello responsabile del comportamento sessuale è necessario cercarla nelle zone cerebrali profonde dove si trovano i circuiti nervosi che controllano le funzioni elementari e vegetative: l’ipotalamo.
Il ruolo giocato dall’ipotalamo nel comportamento sessuale è di fondamentale importanza. Contribuisce a produrre ormoni che governano la formazione e la maturazione degli spermatozoi nell’uomo e delle cellule uovo nella donna. È inoltre in collegamento con i centri corticali superiori del cervello che esercitano normalmente un controllo inibitorio. Ciò che accade a livello cerebrale durante l’accoppiamento è proprio la riduzione di tale inibizione.

Il cervello di lui e il cervello di lei
Il comportamento sessuale maschile e femminile, dunque, è regolato da aree specifiche del cervello profondo, in primis dall’ipotalamo. In questo non vi è nulla di sorprendente. Il problema si complica se si considera che queste aree non sono le uniche ad essere sensibili agli stimoli ormonali. Ce ne sono anche altre che non hanno apparentemente nulla a che fare con il sesso. È d’obbligo allora concludere che anche altre funzioni dell’organismo, diverse da quelle specificamente sessuali, risentono degli stimoli ormonali. I cambiamenti emotivi legati al ciclo mestruale o alla menopausa ne sono esempi eclatanti.
La differenza tra uomo e donna, allora, si estende anche all’organizzazione e al funzionamento del cervello? In altre parole, esistono cervelli in versione maschile e cervelli in versione femminile?
Affermarlo può apparire politicamente sconveniente, ma le indagini biologiche dimostrano che l’anatomia del cervello, la sua funzionalità ed i processi emotivi che vi hanno sede sono diversi nell’uomo e nella donna.
Nella nostra specie non è possibile riconoscere a colpo d’occhio il sesso di un cervello come si può fare per i ratti o i canarini, tuttavia studi approfonditi compiuti in quest’ultimo decennio hanno dimostrato che anche nel cervello umano esiste un dimorfismo sessuale che interessa aree della cognizione e del comportamento, come quelle di memoria, emotività, visione, udito, riconoscimento di volti, reazione agli ormoni della fatica, ecc.
Ad esempio, alcune aree della corteccia frontale, dove sono ospitate molte delle funzioni cognitive superiori, hanno mediamente una massa maggiore nelle donne che negli uomini. La stessa cosa si riscontra per la corteccia limbica, coinvolta nelle reazioni emotive. D’altro canto, negli uomini sono più sviluppate alcune zone della corteccia parietale, attive nella percezione spaziale. Altri studi hanno dimostrato differenze anatomiche anche ad un livello più basso, quello cellulare. Le donne, ad esempio, risultano avere una maggiore densità di cellule nervose in alcune regioni delle cortecce temporale e frontale associate alla comprensione e all’elaborazione del linguaggio.
Il dimorfismo cerebrale legato al sesso può aver origine dall’attività degli ormoni sessuali che agiscono sul cervello durante la vita embrionale e fetale.
Nella nostra specie, la produzione degli ormoni maschili durante la vita embrionale non è costante. Presenta un primo picco ad uno stadio di sviluppo precoce e un secondo picco più tardi, durante la gestazione. Il livello degli ormoni maschili rimane poi basso per tutta l’infanzia e aumenta di nuovo poco prima della pubertà quando si scatena la trasformazione da bambino in adolescente. Il primo picco della produzione ormonale coincide con la differenziazione degli organi sessuali in senso maschile. Il secondo picco fa differenziare il cervello in senso maschile. È, questo, un periodo critico, una finestra temporale di attività ben definita, entro la quale il cervello sessuale è malleabile e gli ormoni sessuali sono in grado di riorganizzarlo in senso maschile, deviando il corso predeterminato che porta ad uno sviluppo in senso femminile. Passato questo periodo critico, le porte della plasticità si chiudono per sempre e il cervello, se non ha ricevuto stimoli ormonali maschili, è irrevocabilmente destinato a uno sviluppo in senso femminile.

3. L’identità sessuale

Che l’uomo e la donna, quindi, abbiano identità sessuali diverse sotto il profilo biologico è fuor di dubbio. Più difficile è stabilirne le cause. È opinione, propugnata dalla teoria gender, ad esempio, che la definizione dell’identità sessuale umana sia fortemente influenzata dall’apprendimento e che i ruoli sessuali non siano altro che costrutti sociali. Seguendo questa linea di pensiero, se si allevassero i bambini trattando i maschietti e le femminucce esattamente allo stesso modo, una volta cresciuti non dovrebbero differire in alcun modo nei propri comportamenti.
Lo studio di alcune situazioni sia fisiologiche che patologiche suggerisce, però, l’esatto contrario e dimostra come l’influenza degli ormoni durante la vita embrionale e durante la pubertà ipotechi pesantemente la futura identità sessuale.

Le «bambine» di Santo Domingo
Un esempio molto chiaro è fornito da una malattia genetica, la deficienza della 5-alfa-reduttasi. Si tratta di questo. In seno a una famiglia texana e in alcuni villaggi della Repubblica Dominicana nascono delle bambine che, una volta giunte alla pubertà, cambiano spontaneamente di sesso. Questa malattia spesso non viene diagnosticata alla nascita e, anche se talvolta le bambine presentano degli organi sessuali ambigui, viene loro riconosciuto il sesso femminile. Ricevono vestiti femminili, bambole come giocattoli e l’inserimento familiare e sociale che tipicamente è riservato alle bambine. Giunta la pubertà, però, queste bambine sviluppano un pene, uno scroto nel quale discendono i testicoli – rimasti nascosti fino ad allora nella cavità addominale – cominciano a corteggiare le ragazzine e si rifiutano di attenersi a quel ruolo sessuale che era stato loro assegnato dai genitori. Si sentono maschi, vogliono essere maschi e questo è perfettamente comprensibile, perché il loro sesso genetico è maschile. Ma, che cosa è avvenuto?
Il primo differenziamento embrionale in senso maschile degli organi sessuali esterni non avviene a causa dell’ormone testosterone come tale, attivissimo solo in tempi successivi, ma di un suo derivato, il 5,7 diidro-testosterone, che viene prodotto nella regione sessuale dall’enzima 5-alfa-reduttasi che trasforma il testosterone presente nel sangue. Quando, per una deficienza genetica, quest’enzima è assente, gli organi sessuali esterni maschili non possono formarsi. Al contrario, durante la pubertà la maturazione degli organi sessuali dipende dal testosterone e non più dal suo derivato. La nuova tempesta ormonale, allora, spinge gli organi sessuali a differenziarsi nella direzione per la quale erano geneticamente programmati.
I vestitini, le coccole e le bambole nulla possono contro la forza delle tempeste ormonali.

Bruce/Brenda/David
Un altro esempio è quello dei tragici casi di neonati che subiscono una lesione permanente del pene a causa di una circoncisione mal riuscita. Ben noto è il caso di Bruce Reimer, canadese, che subì il danneggiamento irrimediabile del pene all’età di 6 mesi nel corso di una maldestra operazione di circoncisione eseguita con la tecnica della cauterizzazione. Consapevoli della gravità della menomazione, i genitori decisero di assegnare a Bruce un ruolo femminile. Il bambino, all’età di 22 mesi, fu trasferito negli Stati Uniti dove fu sottoposto alla castrazione e ad altri interventi di chirurgia plastica finalizzati a creare organi sessuali esterni di parvenza femminile. Gli fu cambiato anche il nome, divenne Brenda e fu educato come una bambina. Anche se inizialmente sembrò che accettasse di buon grado il ruolo sessuale assegnatogli, sopraggiunta la pubertà tutto cambiò: Brenda incominciò a reclamare con forza la sua vera identità sessuale maschile e, giunta all’età di 14 anni, si dovette di nuovo intervenire chirurgicamente per ridarle, almeno in parte, il sesso con il quale era nata e che era iscritto in maniera definitiva nel suo DNA e nel suo cervello. Brenda volle anche cambiare il nome e scelse di chiamarsi David. Anche dopo la riacquisizione del sesso originario ed il matrimonio con Jane Fontaine, la vita di David fu tutt’altro che felice. Morì suicida nel 2004 a 38 anni.
Sia le bambine della Repubblica Dominicana sia i casi come quello di David Reimer dimostrano con chiarezza quanto l’identità sessuale sia influenzata dagli ormoni durante la vita embrionale e quanto difficilmente possa poi essere modificata da condizionamenti ambientali o culturali.

L’esperienza dei Kibbutz
Quante delle caratteristiche sessuali che sbocciano durante l’infanzia sono frutto della biologia e quante dell’apprendimento? Le bambine, ad esempio, fanno giochi tranquilli con le bambole perché imparano a farlo o perché, per natura, mancano dell’aggressività istintiva dei maschi essendo geneticamente programmate a diventare madri?
Risposte a queste domande sono venute da molteplici esperienze sociali. È particolarmente importante, perché statisticamente significativa, quella che si rifà ai kibbutz, strutture comunitarie sorte a partire dal primo e secondo decennio del Novecento nei territori dove sarebbe sorto lo Stato di Israele. In essi, cercando di superare il concetto tradizionale di famiglia, veniva praticata un’assoluta uguaglianza di doveri e di diritti tra i due sessi. I bambini, maschietti e femminucce, venivano allontanati dalle madri per essere allevati comunitariamente e in maniera rigorosamente paritaria.
Negli anni cinquanta, alcuni sociologi decisero di studiare quali tipi di giochi fossero i preferiti di quei bambini, con lo scopo dichiarato di trovare la prova definitiva di come le differenze comportamentali tra i due sessi derivassero esclusivamente dall’educazione. I risultati delle loro indagini, però, furono agli antipodi delle attese. Si trovò che bambini e bambine preferivano, in maniera quasi esclusiva, compagni di gioco dello stesso sesso e che le differenze nelle tipologie di gioco erano identiche a quelle presenti in qualunque altra cultura: i bambini davano la preferenza a giochi competitivi e alle esplorazioni del territorio, le bambine preferivano giocare con le bambole, tendevano a non allontanarsi e a fare giochi coinvolgenti sotto il profilo emotivo e comunicativo.
Queste osservazioni hanno dimostrato come le differenze psicologiche tra bambini e bambine abbiano un fondamento naturale, che verosimilmente può essere identificato nel differenziamento sessuale che avviene durante la vita embrionale e hanno dimostrato con chiarezza quanto profondamente l’identità sessuale sia influenzata dagli ormoni e quanto difficilmente possa, poi, essere modificata in profondità da condizionamenti ambientali o culturali.

4. Conclusioni

Da questa veloce carrellata sugli aspetti biologici più significativi dell’identità sessuale credo che non si possa che trarre una conclusione: l’aspetto biologico del problema non è di secondaria importanza e non lo si può ridurre ad una semplice opzione psicologica. L’idea che i due sessi della specie umana siano da considerare il risultato di puri condizionamenti socio-culturali è senz’altro da rigettare perché il substrato biologico di ogni elaborazione teorica e di ogni comportamento, il cervello, non è indipendente dalle determinazioni sessuali. Con ciò, evidentemente, non intendo dire che l’aspetto più propriamente culturale della vita umana sia deterministicamente influenzato in ogni suo particolare dall’attività neurofisiologica del cervello. Sarebbe, questo, un atto di sconfessione di quanto finora i neurobiologi hanno scoperto. Intendo invece affermare che l’anatomia e la fisiologia cerebrali, agendo come limitazioni fisiologiche poste a monte della stessa attività intellettiva, la indirizzano, dotandola di ciò che solitamente chiamiamo tendenza, impostazione, stile.
Non pretendo, ovviamente, di dire alcunché di definitivo: il cervello umano è l’oggetto biologico più complesso che si conosca, la mente umana è un mistero, i loro rapporti sono situati ancora ben al di là di ogni speranza di comprensione.

Tratto dal blog di Gilberto Gobbi –

Sorgente: ORMONI E GENDER: I FRASTAGLIATI CONFINI TRA NATURA E CULTURA – Carlo Cirotto – | Tempo e Spazio. Il blog di Gilberto Gobbi