oggi compleanno

24 anni fa è nato mio figlio.

E’ nato alle 7. A quest’ora, sono le 11, aveva già 4 ore e io ero così felice!

Il secondo giorno più felice della mia vita, essendo il primo quando ho scoperto, dopo anni di attesa, che c’era, ci sarebbe stato.

Anche il giorno del mio matrimonio è un bel giorno: ci siamo detti ti amerò sempre, non ti lascerò mai.

Anche il giorno in cui ho finito L’Ultimo orco è stato grandioso.

Quello in cui mi sono laureata.

Oggi dovrebbe arrivare nelle librerie

L’ultima Profezia del Mondo degli Uomini, l’epilogo.

 

E per festeggiare vi presento Kail, la prima pagine del nuovo libro.

 

Kail era vissuto in mezzo agli alberi, sua madre ci campava

raccogliendo la legna.

Un’unica grande foresta copriva le poche, ripide e appuntite

colline a occidente della Grande Piana, la terra degli Yurdioni.

In basso c’erano i boschi di betulle e larici, più in alto cominciavano

quelli di abeti e pini. Invece che in una tenda di feltro

nero, loro vivevano in una capanna circolare, fatta di rami di

betulla e pino, aperta in alto nella parte centrale, in modo che

il fumo del braciere potesse fuoriuscire.

Interrotta da qualche radura, l’imponente selva era infestata

dalle linci e dai lupi, creature cui era facile tenere testa,

buone anche da mangiare. Le colline boscose, quindi, erano

di gran lunga la parte migliore di tutto il territorio degli Yurdioni,

popolo guerriero per scelta, per vocazione, per passione

e per destino. E perché oltre alla guerra non avevano mai

saputo fare altro.

Gli Yurdioni erano i signori del nulla, i padroni degli orizzonti

vuoti: nella loro sconfinata terra, paludi si alternavano

a steppe desolate dove si crepava dal caldo nella corta estate,

e di freddo in tutto il resto dell’anno. ‘Tre mesi di inferno e

tutto il resto inverno’ era il detto. Nell’inferno, nugoli di zanzare

talmente fitti da oscurare il sole. Le zanzare portavano le

febbri, si spartivano il poco sangue che ancora non era stato

versato sui campi di battaglia, riducevano le facce a un’ininterrotta

profusione di bubboni pruriginosi. Per questo gli Yurdioni

erano così fanaticamente entusiasti di fare la guerra. La

teoria, ripetuta ogni giorno dalle gerarchie militari, era che gli

dèi avevano dato ai loro antenati una terra così squisitamente

inospitale per preservare, anche nelle generazioni a venire, le

virtù guerriere dalla tentazione di non fare la guerra a nessuno.

La teoria era che gli dèi odiavano chi avesse osato preferire

un comodo scranno davanti al focolare, magari con qualcosa

di buono da mangiare.

Le loro sempiterne guerre fratricide erano combattute nella

promessa che, alla fine, la tribù in grado di riportare la vittoria

definitiva avrebbe guidato il riscatto, la conquista del paradiso,

terre verdi, accoglienti, miti, fertili e senza troppe zanzare:

luoghi dove vivere potesse essere una gioia o quantomeno non

una dannazione.

Le loro saltuarie guerre di occupazione cominciavano con

la promessa di una terra opulenta che aspettava solo di essere

conquistata, abitata da popoli meno abili nella nobile arte

della guerra, il cui destino era essere sterminati o resi schiavi

dagli Yurdioni.

L’altra ipotesi che spiegava la scarsa appetibilità di quella

terra era che, tutto sommato, con la loro armata in perenne

fermento, con il loro ardore verso ogni possibile declinazione

di morte violenta, gli Yurdioni non stessero poi così simpatici

agli dèi, che non fossero i loro figli prediletti. Questo, però, era

meglio tenerselo per sé: uno di quei pensieri in cui la mente

inciampava mentre scivolava nel sonno, e che, se tirato fuori

al momento inopportuno, poteva procurare una fine precoce

e particolarmente dolorosa.

Le colline occidentali erano di gran lunga la parte migliore

dello sterminato paese degli Yurdioni. Infestate dai lupi, ma

risparmiate dalle zanzare, erano uno dei pochi posti verdeggianti

e ricchi di ruscelli, cascate, stagni di acqua pulita e piccoli

pesci facili da acchiappare. D’inverno si bruciava la legna per

scaldarsi e nel resto dell’anno si stava all’ombra dei grandi pini

e delle betulle. L’alternanza di gelo e inferno che dannava il

paese era lì mitigata, ingentilita, addolcita: un clima duro ma

non spietato, una terra aspra ma non nemica. Era per di più un

luogo inadatto a qualsiasi parata o esercitazione, spregiativamente

classificato come posto da femmine se non da traditori,

da gente con pericolose tendenze all’inazione, deviazione che,

se non contrastata, avrebbe portato a preferire lo scranno e il

fuocherello alle virtù guerriere.

Tutte le volte in cui, paragonandosi ai suoi commilitoni, Kail

si era posto la domanda del perché lui fosse così ostinatamente

diverso, una delle risposte che gli veniva in mente era: essere

cresciuto in una capanna di legno che profumava di resina, immersa

nell’ombra di alberi secolari, invece che, come tutti, in

una tenda di feltro nero in mezzo alle steppe, intrisa di puzza

di orina e carne marcita.

 

 

Comments

  1.  Urka!! Anche se in ritardo Auguri!! Fiorella 

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