nuovi capitoli e buona befana

Mi scuso per la grafica sbilenca di questo blog. Metteremo tutto a posto. Insieme al ricupero in maniera orinata e sistematica del contenuto del precedete blog

Due capitoli aggiuntivi.

Saranno pubblicati anche, con grafica migliore su Fanbtasy Magazine

Sono comprensibili solo per chi ha letto Io mi chiamo Yorsh, un regalo quindi per i lettori di Io mi chiamo Yorsh

STORIA di Roha.

 

 

 

Bambina mia, mia adorata piccola tortora, è nato nell’odio il tuo piccolo cuore che ha avuto l’ostinazione di battere. Ti ho sentita muovere: la sensazione è stata come tenere un passero tra le mani, ma non eri tu che il mio ventre avrebbe dovuto portare. Le mie mani avrebbero voluto strapparti.

Finalmente ho visto il tuo viso, stravolto dalla fatica, dal dolore, sporco del mio sangue.

Tu somigliavi a lui. All’uomo che aveva messo dentro di me il seme che ti ha generato: un uomo che non avevo voluto, che ho odiato, che ho disprezzato più di ogni creatura al mondo.

Il tuo faccino era identico al suo.

Io per tutta la mia vita ho aspettato un altro sposo, un altro abbraccio.

Nessuna levatrice ci ha assistito. Abbiamo fatto tutto da sole. Tu ed io. Finalmente i miei gemiti sono finiti. Il dolore è finito. Il mio.

C’è stato il tuo pianto e il rumore della pioggia sull’acqua delle paludi.

Il tuo pianto: innocenza e dolore.

Sei nata in un antico tumulo, a ricordare l’abbraccio con cui la vita e la morte conducono la loro danza eterna, ognuna possibile grazie all’esistenza dell’altra.

Eri appena sgusciata fuori da un ventre che mai avrebbe voluto ospitarti ed eri lì sul pavimento. Sono rimasta immobile, non ho fatto nulla. Non ti ho presa. Ho messo le mani sulle orecchie per non ascoltarti. Quanto tempo ci sarebbe voluto perché smettesse il tuo pianto e quanto perché smettesse il tuo respiro? Un giorno, due? Non avevo potuto impedire che tu ti formassi nel mio ventre, non avresti avuto il mio seno. Il tuo pianto alla fine sarebbe cessato. Tutto sarebbe stato come se mai l’orrore fosse successo.

Una minuscola bimba sul pavimento di una tomba.

Mi sono tolta le mani dalle orecchie.

Non ti ho soccorso. I miei occhi sono rimasti vuoti. Attorno a noi antiche pergamene raccontavano la storia del mondo, ricordavano ogni avvenimento dei popoli delle terre note, ogni guerra, ogni carestia, ogni inondazione, ogni assedio, ogni aggressione, tutto scritto in minuscoli caratteri ordinati.

Mi sono chiesta quale fosse il numero delle madri cui era successo lo stesso orrore che ora mi travolgeva.

Quante nel popolo degli elfi, quante in quello degli uomini o dei nani? O nello stesso popolo degli orchi?

Quante madri avevano fatto in maniera che tutto fosse cancellato? Ci voleva così poco.

Un giorno, forse due.

Ci voleva così poco.

Molto meno di un giorno.

Sarebbe bastato un istante. Forse era anche più decente che lasciarti piangere fino all’esaurimento. Ovunque il mondo era morte e distruzione. Cosa sarebbe cambiato per un minuscolo cadavere in più?

Mi sono alzata e mi sono sporta dalla grande porta della tomba. Il cielo si specchiava sotto di me nell’acqua degli acquitrini su cui il tumulo si alzava verticale.

Sarebbe bastato farti cadere.

Dovevo farlo subito.

Subito e tutto sarebbe stato cancellato. Come mai avvenuto. Prima o poi il mio sogno si sarebbe avverato. Il mio principe, il mio sposo sarebbe venuto, e mi avrebbe trovato. Ed io sarei stata la sua sposa. 

Ho ascoltato il tuo pianto: innocenza e dolore. Ho cominciato a sentire la tua infinita solitudine, la tua accorata disperazione.

È l’urgenza mi ha preso: dovevo farlo subito, o la compassione sarebbe diventata troppo forte ed io non volevo condannarmi a quella prigione, essere tua madre.

 

 

2

 

L’ho fatto. Ti ho fatto cadere. Mi sono chinata a prenderti, toccandoti solo con le mani, senza abbracciarti. Eri fredda. Una bimba piccola lasciata bagnata sul pavimento di una tomba. La tua pelle sudicia era gelata. Bastava un istante. A lui, l’uomo che ti aveva generata, avrei detto che eri nata morta.

Il mio principe sarebbe venuto e mi avrebbe trovata ad attenderlo: una fanciulla vestita di azzurro.

Il mio vestito era sporco e gelido.

Ti ho lasciato andare.

Sei caduta. Un lungo volo e poi l’acqua gelida dei canali. Una macchia cancellata.

Nell’istante in cui ti aveva preso, finalmente,  una scintilla di gioia ti aveva riempito: la speranza di essere scaldata. Nel momento in cui ti ho lasciata andare quella bollicina di felicità è scomparsa. Sentivo la tua mente.

Freddo e rassegnazione.

Non hai fatto in tempo a morire, nemmeno a respirare l’acqua: ti ho salvato.

Mi sono tuffata, la mia mente mi ha guidato verso la tua, le mie mani ti hanno trovato immediatamente nell’acqua scura. L’orrore di quel gerlo ti ha spinto ad un riflesso inevitabile: hai trattenuto il respiro il tempo necessario perché io ti salvassi. Appena uscita dall’acqua hai ripreso a piangere, disperata.

Mi sono appoggiata con i piedi al basamento del tumulo e ti ho messo nel corpetto della mia veste, poi tenendoti lì mi sono arrampicata.

Tremavo per il freddo.

E in quell’istante, sentendosi contro di me, tu con la tua ostinata cocciuta decisione di vivere, ho cominciato ad amarti. La mia bambina. La mia bambina invincibile. Non era più senso del dovere, non era l’orrore per l’assassinio che stavo per commettere, che avevo già commesso. Ti volevo. Ti ho amata.. Sono stata grata per essere arrivata in tempo, insieme alla vergogna per il gesto c’è stata una tale gioia per averti salvata che la gratitudine per la tua salvezza è diventata gratitudine per la tua esistenza.

E poi volevo di nuovo sentire la bollicina di felicità che ti riempiva quando ti tenevo vicina.

Una volta tornata in alto, ho fatto quello che andava fatto. Ho bruciato, per scaldarti, un’antica arpa di inestimabile valore, pergamene che così sono state perse per sempre. Nulla era prezioso come il tuo respiro. Nulla era importante come il calore che ricominciava a riempirti. Il tuo pianto è cessato. Finalmente eri sprofondata nella beatitudine del sonno.

Il principe, quando fosse venuto, avrebbe trovato entrambe. E avrebbe dovuto amarti, e molto, se voleva essere accolto.

Che tu somigliassi a un uomo ignobile è diventato senza importanza. Tu eri mia, la mia bambina. Per sempre tu ed io facevamo un noi.

Ti ho abbracciato.

Ti ho stretto.

La mia bambina.

E appena ho imparato ad amarti, ti ho perso.

Il mio sposo è giunto alla fine, ed ha capito che tu ed io facevamo un noi, ormai inscindibile, e poi tutto è precipitato.

Ed io ti ho dato via.

Il noi si è spezzato.

 

3

 

Ti ho dato via, nelle braccia di un uomo buono, certo, ma non erano le mie.

Dove avranno trovato il latte? Capiranno che hai bisogno di sentire cantare per addormentarti? Lo sapranno? E conosceranno almeno una canzone?

Hai il mio sangue, la memoria assoluta, so che mi ricorderai.

Saprai che ti ho abbandonata solo perché la tua vita fosse salvata?

Non c’è stato un solo istante in cui non ti abbia pensata.

Sono stata catturata, ma non subito.

L’eroismo dell’uomo che ti ha generata, mi ha regalato un giorno. Io e il mio principe siamo stati uno.

Poi l’orrore ha travolto il mondo.

Ho visto il sangue del mio sposo, ho visto la sua morte.

Ho raggiunto trascinandomi un luogo di inferno dove ancora vivevano e respiravano allampanate scheletriche creature una delle quali era mia madre. Anche io sarei diventata una di loro.

Ho conosciuto la fame.

Ho conosciuto l’angoscia di strapparsi, l’una contro l’altra, un ravanello, un pezzo di patata marcita.

Ho conosciuto l’angoscia di vedere nel mio ventre formarsi una vita che non sapevo come nutrire e che non avevo la forza di proteggere. Anche allora, ogni istante, ho pensato a te.

Quando il tuo fratellino è nato, mia adorata bambina, non ho avuto paura.

Sapevo che un destino per lui era scritto. Sapevo che avrebbe rifondato una stirpe.

Era ricordato in tutte le profezie. Lui si sarebbe chiamato Yorsh, il più grande e l’ultimo della stirpe degli elfi.

Una dopo l’altra tutta la prigioniera sono morte. E alla fine è stato il mio turno. Mia madre è stata l’ultima sopravvissuta, ha accompagnato Yorsh fino ai suoi tre anni, dandogli il suo cibo, fino a non poter nemmeno reggersi in piedi. Quando finalmente un’inondazione ha travolto il mondo, è riuscita a dargli l’ordine di mettersi in salvo. Solo. Lei non si reggeva più in piedi per l’inedia.

L’ultimo degli elfi. Mio figlio.

Un bimbo disperso in un mondo di fame e di fango e di odio.

Tutto quello che aveva, era un sacchetto di velluto azzurro, con dentro un cavallino di legno, un libro perché mai dimenticasse la sua lingua e una trottola che girando formava la spirale aurea, il simbolo elfico dell’infinito. Era l’unico bambino nato nel campo. Tutte le prigioniere avevano dato i loro ultimi beni pericolosamente sottratti alle ispezioni, un pezzo di filo, un pezzo di legno, un pezzo di stoffa, ore di lavoro, perché quei minuscoli doni potessero essere creati.

E’ stato sufficiente perché mio figlio ricordasse il suo popolo e ne ricreasse la magia per il mondo degli uomini.

Sono nata in una notte di inverno mentre la bufera infuriava e la neve imbiancava il mondo.

Sono nata nel castello di mio padre. Era un castello circolare circondato da un fossato talmente profondo che si diceva fosse stato scavato all’epoca dei giganti. Nei tempi dello splendore il fossato e le mura erano stati inviolabili.

Sono nata in una notte di inverno, il gelo riempiva il cuore del mio popolo condannato a morte: avremmo voluto strapparcelo e mettere al suo posto una pietra, avremmo voluto strapparci gli occhi per non vedere le ossa dei figli bambini che morivano di stenti con il viso sfigurato dai morsi delle cimici, avremmo voluto strapparci gli occhi per non vedere i roghi. Le prime parole che ho sentito sono state insieme di gioia e dolore, la gioia per una nuova vita, il dolore per il destino che mi attendeva, in un’epoca atroce senza più alcuna speranza.

Sono nata in una notte di inverno e in una notte di inverno sono morta, con il cuore spezzato e con il cuore pieno di gioia. Col cuore spezzato perché, dopo aver lasciato mia figlia a un destino a me ignoto, abbandonavo mio figlio in un mondo di odio e di follia, e con il cuore pieno di gioia perché lui esisteva e respirava in un mondo dove già sua sorella esisteva, e la mia vita aveva portato a termine la sua missione. Sono morta senza averne paura.

Con il cuore pieno di gioia perché i miei figli esistevano e respiravano, e la mia vita aveva sconfitto la morte.

Ho avuto due figli, da due padri diversi, il primo concepito nella violenza e nel terrore, il secondo nell’amore con il principe che da sempre avevo scelto.

Io sono la madre di entrambi e sono morta lasciandoli alla vita.

E ora che sono dall’altra parte delle stelle, so che entrambi avranno il destino grandioso di guidare il disegno lungo il tragitto della spirale, perché tragedia dopo tragedia, catastrofe dopo catastrofe, prima o poi possa nascere alla fine della quale nascerà il mondo dove il lupo e l’agnello giaceranno di fianco senza timore vicino ai fuochi raccontandosi storie.

Ho trovato la consolazione.

Ora che sono nell’infinito dall’altra parte delle stelle, ora so che la mia vittoria è infinita. Sono nata in una stirpe dannata e condannata allo sterminio e ora so che sono stati i miei stessi figli a guidare i popoli sterminatori verso la luce. Perché alla fine, purché ci sia almeno uno che non ha perso la fede, la spirale dà sempre l’ultimo giro.

A tutti coloro che hanno tutto ciò che a me è stato negato, il respiro, il rumore dell’acqua, l’odore del pane, un giaciglio pulito, un rifugio che non possa essere violato dove veder crescere i miei figli al sicuro, che nessuno osi sprecare tutto questo in insulsi malumori.

E se tutto questo invece anche a voi è stato negato, non perdete la fede che alla fine la spirale farà il suo ultimo giro e tutto sarà compensato.

Sono nata in un giorno di inverno figlia di un popolo condannato.

Ho visto la mia bambina portata in salvo.

Ho udito la voce di mio figlio pronunciare il suo nome, io mi chiamo Yorsh.

Sono nata in un giorno di inverno da una stirpe condannata.

Ho sconfitto la morte.



 

STORIA DI UN LIBERO.

Storia del padre dell’ultimo degli elfi, il più potente dell’intera loro stirpe,

colui che la rifondò fondendola con il coraggio degli uomini.

 

1

 

Sono nato una mattina di maggio e sono morto un giorno di settembre.

La mia nascita è stata salutata dai rumori quieti dell’aurora: i galli, le tortore, i passeri, l’ultimo verso della civetta, il becchettio ordinato del picchio.

Sono un elfo, la mia memoria, quindi, è totale. Ricordo già i miei primi istanti di vita, ricordo il lungo periodo tiepido e buio in cui sono rimasto sospeso nel ventre di mia madre come in un volo immobile.

La memoria è collegata al linguaggio e noi la apprendiamo, ma forse dovrei dire la apprendevamo, visto che appartengo ad un popolo che è sull’orlo della scomparsa, durante il lungo volo immobile nel ventre delle nostre madri, insieme al suono delle loro voci, insieme alla conoscenza dell’odore dell’erba tagliata, della terra bagnata, delle foglie, del vento che viene dal mare.

Ricordo ogni istante della mia nascita. Il primo abbraccio con cui la vita mi ha accolto è stato l’odore di mia madre. Il secondo la voce di mio padre.

Una voce lieta. Che cercava disperatamente l’illusione.

«Nascono ancora figli alla nostra stirpe», disse con gioia. «Le ipotesi che sempre più protervamente annunciano nostra perdizione altro non sono che esagerazione e malaugurio. Non perdizione, parola perpetua, ma declino, come in ogni civiltà avviene, in alternanza allo splendore che d’un istante all’altro ritornerà ad esserci proprio ».

La mia vita è stato un volo di libertà.

Ho violato le leggi che mi imprigionavano, a cercare l’unica virtù possibile, la conoscenza. Ho lasciato il nostro villaggio, ho lasciato mio padre e, allora non lo sapevo, era l’ultima volta che lo vedevo vivo. Ho lasciato Roha, e ogni passo lontano da lei è stato un dolore, ma era questo il mio compito. Nella casa dei falchi il Negromante me lo aveva ordinato, dovevo lasciare un sentiero per mio figlio, aveva pagato un prezzo altissimo per quelle istruzioni. Non potevo mancare. Né fallire.

Persino con il cuore pieno della nostalgia di Roha, persino con l’orrore delle persecuzioni contro il mio popolo, essere libero è stato un volo. Ad ogni istante l’aria mi riempiva i polmoni. L’orizzonte si apriva non interrotto da nulla.

Ho visto il mare.

Ho trovato una torre piena di pergamene, di libri, un antico vulcano, un drago.

Ho scoperto, ne ho avuto le prove, che le accuse fatte al mio popolo, aver causato la carestia, le inondazioni, erano false.

Sono tornato indietro per raccontarlo, per dirlo, ma nessuno mi ha ascoltato, anzi l’idea di star perseguitando degli innocenti ha reso tutti ancora più folli.

Ho lasciato una traccia perché Yorsh, figlio mio e di Roha, possa trovare la strada per salvare sé stesso e il mondo.

Al ritorno sono stato catturato.

Sono rimasto in una segreta incatenato per il collo e anche allora, la mia anima è rimasta libera. Anche nel fondo di una segreta, per quanto enorme sia la notte che ci circonda da ogni lato, noi restiamo gli unici padroni i del nostro pensiero, gli unici capitani della nostra anima.

Ogni istante di quella prigionia, mentre il mio corpo giaceva appeso per il collo coperto di croste,  la mia anima ha vagato tra  boschi e cascate, con il rumore dell’acqua che mi riempiva, ogni istante Roha è stata con me. Loro credevano che quello in cui ero rinchiuso fosse un luogo di prigione. È stato un luogo di eremitaggio dove la mia anima ha imparato a staccarsi dal mio corpo martoriato e a trovare l’infinito.

Ho sempre tenuto la mia mente ferma su Roha. Roha libera, forte, che mi aspettava.

Ho tenuto l’attenzione su quello.  La mia mente era fuori dal mio corpo.

Ero certo di essere l’unico perseguitato, l’unico arrestato.

Credevo che quello fosse l’inferno ed ero felice perché ero riuscito a vincerlo.

L’inferno non era quello.

Poi improvvisamente, mi hanno detto che erano cominciati i massacri. Me l’hanno detto da ubriachi.

La bolla in cui avevo rinchiuso la mia mente si è dissolta. La paura è entrata: la paura che potessero fare del male anche agli altri. La paura per Roha.

Poi la paura è finita ed è arrivata la certezza: stavano distruggendo il mio popolo, e questa certezza, lei sì, ha scavato la strada per l’inferno.

Quello era l’inferno.

Quello che avevo provato fino a quel momento era un po’ di dolore fisico.

L’inferno è la paura.

L’inferno è l’orrore.

L’inferno è perdere la speranza.

La mia mente non trovava più Roha.

Sono stato liberato, quando orami ogni speranza era persa.

Quando il mio corpo aveva cominciato  a morire perché l’anima che avrebbe dovuto abitarlo aveva perso la fede, allora sono venuti. Erano in due, padre e figlio, con le vesti stracciate ed una M marcata a fuoco sulla fronte, eppure sono bastati.

Sono venuti per restituirmi a  Roha.

Aveva una bambina tra le braccia, ma era viva. E dopo l’orrore di averla pensata persa l’unica cosa che ho pensato vedendo quella bambina era che avrei voluto restare vivo per poterle stare accanto.

Quando si torna dall’inferno, nulla ha più importanza. La mia donna aveva tra le braccia la bimba di un altro: voleva dire che era viva. La bimba era stata concepita contro la sua volontà ed io ho sentito l’odio, contro quell’uomo, ma non c’era più tempo per l’odio.

Quell’uomo che, con il coraggio di un leone e la compassione di un angelo, mi aveva restituito a Roha, è morto per regalarci  un giorno e una notte e un giorno.

Le vie sono infinite.

Siamo stati insieme una notte.

Così mio figlio ha potuto essere concepito.

Un elfo che ha osato combattere.

E uccidere. Per coloro che amava. Per gli uomini, per gli orchi.

Un’enorme spirale, con una miriade di figure. Ognuno una vita. Ognuno una storia.

Uomini, orchi.

Mezzo orchi.

Mezzo elfi.

Posso raccontarvi la storia di qualcuno di loro.

Perché alla fine, tutti hanno fatto la differenza. Ognuno è stato essenziale.

Ce l’abbiamo fatta perché nessuno si è tirato indietro.

Questa è la storia di qualcuno di loro. La dedichiamo ai re, che sono  coloro che, nelle catastrofi,  si assumono la responsabilità e ricostruiscono la speranza. I resistenti. Quando tutto sembra crollare, quando tutto sembra perso, quello è il momento di battersi. Basta un uomo a fare la differenza. O una donna. O un bambino. O un orco. O un nano. Nessuno è tanto piccolo da non poter essere quello che fa la differenza.

Persino nelle poche ore che siamo stati insieme Roha ed io non abbiamo smesso di pensare alla sua bambina. Lei l’aveva concepita, contro la sua volontà, l’aveva portata, partorita nutrita. Io l’avevo vista per pochi istanti i nostri occhi si erano incontrati. Quella bambina diventerà una donna, una donna piena di poteri, una donna piena di tenerezza, che unirà la sua vita con quella di un mago del fuoco.

I maghi del fuoco sono orchi, o forse sarebbe meglio dire sono i discendenti delle unioni tra elfi e orchi, fondano due magie diverse, il fuoco è la loro chiave per aprire le porte del tempo, perché il futuro e il passato siano presenti e accessibili al loro sguardo, il fuoco è la chiave per aprire le barriere dello spazio, e permettere l’incontro con chiunque abbia la stessa dote.

Hanno avuto un figlio Skardrail, il guerriero dell’ombra e Skardrail ha potuto raggiungere il suo destino perché sulla sua strada ha incontrato Stambo, con l’arco d’Argento, e ognuno è stato un tassello di un incastro infinito, come sempre succede.

Non esiste il caso.

Ognuno è al posto giusto.

Quando il vostro momento sarà venuto di essere colui che fa la differenza, non tiratevi indietro.

 

 

 

 

 

 

 

Comments

  1.  La grafica è già migliorata parecchio 

  2.  Faccio una domanda sciocca se chiedo chi è Stambo?

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