Nascita e ascesa del “ginger pride”, ovvero: iniziano le battaglie

All’apice di quella che è stata definita Redhead Renaissance, abbiamo un gruppo pronto che può iniziare le sue battaglie.

La prima battaglia dei rossi è stata quella di creare una petizione indirizzata alla Apple  chiedendo che venisse introdotta un’emoji con i capelli rossi, dato che, tra le centinaia di emoji, non ce n’è nessuna con i capelli rossi. Tutte le minoranze sono rappresentate tranne i rossi. La Apple, però,  non li ha ancora accontentati.

A Melbourne, lo scorso aprile, si è tenuta una convention di ranga (il nomignolo con cui sono chiamati i rossi australiani)  contro il bullismo. I partecipanti avevano cartelli con su scritto “The day of the walking red”, “Show me the ginger” e “Nobody puts ginger in the corner”.

E ovviamente non potevano mancare le prime picconate alla libertà di espressione. Sempre lo scorso aprile, il sito di appuntamenti Match.com aveva affisso nella metropolitana di Londra dei manifesti che mostravano il viso di una donna con le lentiggini (in alto era possibile vedere che aveva i capelli rossi) e la scritta “Se a te non piacciono le tue imperfezioni, a qualcuno piaceranno”. Ovviamente è scoppiato il finimondo e Match.com è stato costretto a scusarsi, precisando però che il manifesto faceva parte di una campagna chiamata “Love your imperfections”, che si focalizzava su quelle piccolezze che a volte le persone considerano come imperfezioni, e tra queste rientrano le lentiggini. Cioè loro stavano dicendo, con quel manifesto, non che le lentiggini sono imperfezioni, ma che a volte le persone (soprattutto le donne) le percepiscono come tali, e che invece possono esserci persone a cui piacciono. Io personalmente non ci trovo nulla di male o di offensivo, poiché è un dato di fatto che molte donne si coprono le lentiggini col trucco perché le considerano antiestetiche.

Quali battaglie ci riserverà il futuro ancora non si sa, ma ho il sospetto che nelle facoltà di Lingue inglesi e americane racconti come Rosso Malpelo e Pel di carota non saranno molto apprezzati.

Come si può facilmente intuire, nonostante questi gruppi facciano dell’”inclusione” la loro bandiera, in realtà i loro membri sono profondamente narcisisti, perché riescono a vedere solo i loro problemi (veri o presunti) e non mostrano il minimo interesse per gli altri: è il divide et impera in azione. Pur di raggiungere la meta, sono disposti a calpestare il prossimo. Quando, ad esempio, negli USA, verso la metà degli anni ’90, si fece notare che le politiche femministe avevano portato a un abbassamento del rendimento scolastico degli studenti maschi, non ci fu nessuna reazione, né da parte delle femministe, né del governo. Sempre per via di queste politiche, negli USA rischiano di chiudere quegli istituti professionali frequentati soprattutto da maschi, poiché sono considerati “discriminatori”.  La cosa sconcertante, però, è che i movimenti femministi si servono di dati falsi, sbugiardati ufficialmente, ma che loro continuano a presentare come veri. Ad esempio, la statistica secondo cui  nei campus universitari una studentessa su quattro verrà stuprata è falsa, ma le femministe la sbandierano ancora. Così come sbandierano ancora il falso dato secondo cui le donne sono pagate meno degli uomini. Qui in Italia, com’è noto, c’è l’emergenza “femminicidio”, un’emergenza che però esiste solo nei media e nella mente dei politici. Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo scatta l’indignazione nazionale e si prendono in considerazione iniziative per rieducare l’intero genere maschile, possibilmente fin dalla culla. Quando però è una donna a uccidere o aggredire il partner (e il tasso di violenza domestica tra le donne è più o meno pari a quella tra gli uomini)) nessuno ne parla, così come nessuno sembra preoccuparsi del fatto che in tutto il mondo il tasso di suicidi e incidenti sul lavoro tra gli uomini è molto più elevato che tra le donne.

La verità è che, per come la vedo io, tutti siamo e siamo stati perseguitati. Gli unici a cui le cose sono sempre andate bene sono i ricchi e i potenti. Tutti gli altri, chi in un modo, chi in un altro, sono sempre stati oppressi. Ad esempio, restando sempre nell’ambito del femminismo, alle donne piace pensare che gli uomini hanno sempre avuto il diritto al voto, fin dall’inizio dei tempi, mentre loro invece se lo sono dovuto sudare. Ora, a parte il piccolo particolare che per alcuni millenni il diritto al voto non ce l’ha avuto nessuno, perché l’unica forma di governo erano le monarchie assolute, ma poi, quando nacquero le prime democrazie o i primi parlamenti, esisteva una cosa chiamata suffragio censitario, cioè si poteva votare solo in base al censo. Oppure esistevano altre forme di suffragio ristretto solo agli alfabetizzati. La maggior parte degli uomini, quindi, non poteva votare, però doveva comunque andare a farsi ammazzare nelle guerre decise dai governi che loro non avevano eletto.

Quello che secondo me a molti sfugge è che l’evoluzione umana procede a tappe, per cui è inutile odiare o prendersela con quelli che “si sono evoluti” prima di noi. Al contrario, bisognerebbe cercare di collaborare, e soprattutto bisognerebbe “giocare pulito”, senza usare persecuzioni inventate o emergenze finte, altrimenti a qualcuno potrebbe venire il dubbio che quella battaglia la si sta combattendo solo per avere potere o visibilità personale.

Se ci si vuole riunire in gruppi per raddrizzare dei torti ben venga (la storia è piena di grandi personaggi che hanno combattuto contro le ingiustizie fino a dare la vita), ma non si può farlo utilizzando la censura, le multe o la prigione. Né si può farlo sconvolgendo i curriculum scolastici e universitari per fare spazio a tutte le minoranze del mondo. Occorre farlo in un autentico spirito di fratellanza, altrimenti l’idea che viene veicolata è che criticare e essere in disaccordo può “far male” tanto quanto un’aggressione fisica (ecco quindi il concetto di microaggressioni) e per questo certe idee vanno bandite. È chiaro che le parole possono fare male, ma non si può far passare l’idea che un “non sono d’accordo” equivalga a un pugno sul naso.

Né si può far passare l’idea che se una persona ti critica allora la tua “autostima” ne risente. Il concetto di autostima si è fatto largo negli USA già da diversi decenni e tutte le scuole oggi sono impegnate a non far crollare l’autostima delle studentesse (degli studenti maschi, ovviamente, non ci si preoccupa), ma se si cresce un bambino dicendogli sempre di sì e non contraddicendolo mai, da grande avrà qualche problema. L’autostima (qualunque cosa essa sia) non può dipendere dall’opinione che gli altri hanno di noi. Nella vita difficilmente sarà possibile stare simpatici a tutti. Ci sarà sempre qualcuno che ci criticherà, con cui litigheremo, a cui staremo sulle scatole o che magari ci disprezzerà, ma questo non significa che noi ne siamo sminuiti. Non si può insegnare ai ragazzi che chi non è d’accordo con loro deve essere messo a tacere e punito, perché in questo modo si crescono dei piccoli tiranni.

L’altro concetto che si è fatto passare è che certe idee sono pericolose perché possono spingere gli altri ad azioni violente o irresponsabili. Sicuramente queste persone esistono, ma di certo non si risolverà il problema con la censura. Volendo portare questo ragionamento agli estremi, perlomeno metà dei film e telefilm (per non parlare anche dei videogiochi) in circolazione dovrebbe venire distrutta. Se ci sono persone che si ispirano a slogan, video o altro per compiere azioni criminali o malefatte di vario genere, evidentemente la causa è a livello educativo, sia familiare che scolastico. Sperare di ridurre il bullismo o addirittura la violenza con la censura, punendo gli hate speech e qualunque idea “controversa” o “provocatoria” è solo una pia illusione, che alla lunga porterà alla stagnazione culturale. E se ci sono persone che hanno idee che possono davvero apparire nocive, la cosa da fare non è censurarle, ma, al contrario, portarle allo scoperto e discuterle fin nei minimi particolari, con tanto di documentazioni storiche, scientifiche, ecc., così che le persone possano rendersi conto della loro insensatezza.

Questo modo di ragionare è anche indice del fatto che non si ha fiducia nelle persone, nella loro intelligenza e spirito critico. Insomma, veniamo considerati dei bambini, ai quali serve una tata e i libri corretti ad usum Delphini. Si tratta di una vera e propria deresponsabilizzazione, per cui se fai qualcosa di male agli altri o a te stesso, la colpa è sempre di qualcun altro, e di conseguenza ci vuole una qualche autorità che, dall’alto, vigili su cosa si può o non si può dire (vedasi la legge sul cyberbullismo che si vorrebbe approvare qui da noi).

In questo modo si stanno crescendo delle nuove generazioni talmente deboli che basta un semplice “non sono d’accordo” per farle stare male. Per indicare queste persone è stata coniata l’espressione “generazione fiocco di neve”,  proprio perché sono persone fragili e incapaci di affrontare la vita. Nella vita non ci sono i trigger warning che ti annunciano quando sta per arrivare qualcosa di spiacevole, né ci sono i safe space in cui rifugiarsi per stare al riparo dalle cose brutte. A queste persone, invece, s’insegna che il mondo là fuori è così pericoloso che l’unico modo per sopravvivere è stare sotto una campana di vetro, quasi narcotizzati. Questo, ad esempio, è anche il motivo per cui negli asili si raccontano versioni “politicamente corrette” delle favole, in cui nessun personaggio soffre o muore, nemmeno gli animali.

Infine, due parole sul concetto di pride. Personalmente, non ho mai capito come si faccia a essere orgogliosi di qualcosa con cui si è nati, o che ci si ritrova senza neanche sapere perché. Potrei capire l’essere orgogliosi per qualcosa che si è ottenuto con sforzo o a prezzo di grandi sacrifici (ad esempio un successo nello studio, nel lavoro o nello sport), ma l’essere orgogliosi perché si hanno i capelli o la pelle di un colore anziché di un altro sfugge alla mia comprensione. È ovvio che se una persona è stata presa di mira per anni potrà a un certo punto avere dei sentimenti di rivalsa e quindi dire di essere “orgogliosa” per quella certa caratteristica per cui veniva presa di mira, ma se vogliamo aiutare queste persone non servirà a niente dir loro che devono essere orgogliose e che hanno addirittura il diritto di chiudere la bocca a chiunque le critichi. Anche perché, se così fosse, dovremmo creare dei pride per tutte quelle categorie che a scuola sono nel mirino dei bulli, come ad esempio i bambini sovrappeso (pochi sanno che il sovrappeso è la prima causa di prese in giro a scuola), quelli con gli occhiali o l’apparecchio ai denti, quelli che balbettano o hanno difetti di pronuncia, quelli con le orecchie a sventola, quelli con un nome o un cognome buffo, quelli stranieri, quelli disabili, quelli che provengono da famiglie disagiate, ecc.

Se davvero vogliamo risolvere il problema del bullismo occorre un cambiamento radicale del sistema educativo, sia scolastico che famigliare. Cambiare il sistema educativo però è difficile, anche perché richiederebbe per prima cosa la messa in discussione del sistema educativo attuale, per cui è molto meglio, e anche più utile, ricorrere a dei palliativi come limitare la libertà di espressione e creare nuove generazioni prive di un qualsivoglia spirito critico.

Enzo Pennetta

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