Modernità e Fragilità

La caratteristica della modernità è la fragilità. 80 anni fa non sapevano cosa fosse. Se vogliamo uscire dalla nostra fragilità, ritrovare la forza, cominciamo a porci il problema: quali cose facciamo negli ultimi 80 che non facevamo prima. Quali cose non facciamo più negli ultimi 80 anni che invece facevamo prima?

  • La perdita della luce.
  • La perdita del movimento.
  • La perdita della responsabilità personale. Non è colpa mia.
  • La perdita delle relazioni stabili, di cui la prima, la fondamentale, l’irrinunciabile è la famiglia. Poi ci sono gli amici, i vicini di casa, i concittadini e la nazione. E soprattutto c’è una religione, che deve esserci non può essere assente. Meglio una religione falsa piuttosto, meglio il partito che diventa Dio. Dove niente di questo sia presente, mancano le linee di affiliazione al gruppo, e si creano i gruppi anomali, spesso contraddistinti da caratterizzazioni tribali.
  • La perdita della disciplina ( c’è proprio scritto disciplina).
  • La perdita del corpo.
  • La perdita dei sensi, del senso del reale.

A meno che tutti questi fenomeni altro non siano che epifenomeni di una fenomeno da cui tutti derivano: un’umanità in pieno naufragio di idiozia ha perso Dio.

Si può guarire? Certo. La nostra norma è la guarigione, la nostra norma è la forza non la fragilità. Quante volte ci siamo sbucciati le ginocchia da bambini? Un mucchio. Stanno ancora sanguinando? No. La guarigione è la norme. L’equilibrio è la norma. È solo necessario capire cosa impedisce l’equilibrio e la guarigione ed eliminarlo.

Negli ultimi due decenni la scoperta straordinaria e rivoluzionaria è stata la neuroplasticità. Fino agli anni 80 si riteneva che il cervello adulto fosse statico e immobile, con sempre gli stessi circuiti e sempre le stesse sinapsi a fare sempre le stesse cose. Non è vero niente. Il nostro cervello continua ad adattarsi a imparare a modificarsi a seconda di come lo usiamo. In realtà i primi anatomisti e neurologi studiavano cervelli in formalina, gli ultimi studiano cervelli vivi grazie alla tomografia a emissione di positroni e alla risonanza magnetica, e quindi sanno che il cervello cambia. Possiamo diventare ottimisti. È una questione di autodisciplina. Più ci sforziamo di restare positivi, più l’impresa diventa facile e piacevole. Imparare l’ottimismo è come imparare a suonare uno strumento, imparare una lingua, imparare a sciare: il primo anno è questione di autodisciplina e determinazione, poi diventa sempre più facile e piacevole e una volte imparato non si può disimparare.

La seconda grande scoperta degli ultimi due decenni è la psiconeuroendocrinoimmunologia La psiconeuroendocrinoimmunologia, tredici sillabe, la parola più lunga della lingua italiana, indica la correlazione tra la mente e il cervello, il sistema endocrino e il sistema immunitario. Più siamo ottimisti più produciamo serotonina ed endorfine, migliore è il nostro stato emotivo e migliore è il nostro stato fisico.
Noi abbiamo rese preferenziali ne nostro cervello le vie di pensiero che portano all’infelicità e al pessimismo come si rendono preferenziali le dipendenze.

– Segue –

Silvana De Mari

Comments

  1. Quello che non capisco è a cosa serva l’ottimismo nelle situazioni negative, a fare buon viso a cattivo gioco? E a che pro?

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