Mito contro realtà: il suffragio universale in Gran Bretagna

Quando si parla di suffragio universale, in genere ci si riferisce sempre al fatto che finalmente le donne poterono votare per la prima volta.

Film, libri e serie TV sulle suffragette ormai non si contano più, e anche a scuola il discorso è più o meno lo stesso. L’idea che, più o meno implicitamente, viene veicolata è che, prima del suffragio universale, tutti gli uomini abbiano sempre avuto il diritto al voto, e che le donne abbiano dovuto strapparlo con le unghie e con i denti agli uomini, che ovviamente non volevano cederglielo.

Le cose, in realtà, non andarono così. Anzi, diciamo che andarono quasi all’opposto, e furono gli uomini che dovettero strappare con le unghie e con i denti il diritto al voto, quasi in senso letterale. Ad esempio, una cosa che a molti sembra sfuggire è che per millenni l’unica forma di governo furono le monarchie assolute, e quindi il diritto al voto non ce l’aveva nessuno, e nessuno sembra chiedersi come si passò da questa situazione al cosiddetto suffragio universale maschile.

Questa è la traduzione di un articolo  comparso sul sito A Voice for Men che spiega come andarono le cose in Gran Bretagna.

Secondo la credenza popolare, furono le suffragette a conquistare il voto per le donne, mentre in precedenza gli uomini l’avevano sempre avuto. Entrambe queste affermazioni sono false.

Quella che segue è la storia, ignota ai più, del suffragio universale in Gran Bretagna. L’ho messa insieme in parte leggendo i registri parlamentari del 1917 (chiamati Hansard). [qui una breve definizione da Wikipedia Italia].

La vera storia del suffragio universale in Gran Bretagna è la storia della lotta della classe lavoratrice, in cui la questione della differenza di sesso non c’entrava niente.

Il diritto al voto basato sulla proprietà risale perlomeno a Enrico VI nel 1432, quando si decise che solo le persone che possedevano una proprietà di 40 scellini o più potevano votare [si tratta del cosiddetto suffragio censitario]. Poiché questa somma rimase invariata nei secoli, l’inflazione ebbe l’effetto di aumentare il bacino elettorale. Tuttavia, ancora nel XVIII secolo l’elettorato era ancora l’1%/2% della popolazione (virtualmente tutti uomini).

Durante l’era vittoriana si ebbero tre riforme elettorali che, messe insieme, aumentarono di circa il 50% il numero di uomini con diritto al voto. Come esempio dei commenti inaffidabili e partigiani che si possono trovare su internet a proposito del diritto al voto, considerate questa citazione (nota 1):

“Dal 1750 al 1900 i cambiamenti politici furono molto lenti. Quelli dal 1832 al 1867 non cambiarono molto, soprattutto perché non diedero il diritto di voto alle donne.”

Questa fatua osservazione liquida le riforme come non importanti solo perché non diedero il diritto di voto alle donne. Tali riforme, però, aumentarono il bacino elettorale da quasi niente a circa la metà della popolazione maschile adulta, cosa che difficilmente si può considerare insignificante. E non è insignificante neppure se ti focalizzi solo sulle donne, perché, senza gli uomini ad aprire la strada per un bacino elettorale più ampio, il terreno non sarebbe stato preparato affinché le donne potessero fare lo stesso più tardi. È il tipico esempio di come una forma mentis ginocentrica fatichi a capire che i destini di uomini e donne sono interconnessi.

Gli anni immediatamente precedenti alla Prima guerra mondiale furono il periodo più attivo per le suffragette che facevano campagne per il voto femminile, ma durante la guerra solo la metà degli uomini dai 21 anni in su aveva il diritto al voto. La maggior parte degli uomini uccisi o feriti in guerra non ce l’aveva.

 La versione popolare di come le donne ottennero il voto la si può trovare nel testo indicato alla nota 2:

“Nella sua versione standard, la lotta per il suffragio femminile viene vista come una contesa tra le suffragette e un establishment maschile e sciovinista, capeggiato – per non dire personificato – dal primo ministro Asquith, e comprendente politici ottusi, poliziotti nerboruti e brutali carcerieri. Questa versione ha il merito della semplicità, con eroi e cattivi adatti ad un pubblico generale, ma sfortunatamente ignora alcuni dei paradossi di questa storia.”

Questo in realtà è un understatement, perché la versione standard della storia è completamente sbagliata.

L’equivoco principale che vorrei esporre è che, prima della Prima guerra mondiale, l’impedimento maggiore al voto femminile non era l’appoggio da parte dei politici (maschi). Al contrario, l’appoggio era molto ampio tra i liberali e i laburisti. Come dice il testo già citato:

“Nel complesso, i politici maschi non erano affatto contrari a una qualche forma di suffragio femminile. Il Partito laburista era a favore, e figure importanti come Keir Hardie e George Lansbury erano molto coinvolte nella questione. Lansbury arrivò addirittura a ricandidarsi (purtroppo senza successo), nella sua circoscrizione di Bow and Bromley, proprio con un programma che comprendeva il suffragio femminile. Una grossa fetta del Partito liberale (probabilmente più della metà) appoggiava il voto per le donne, così come l’appoggiavano molte figure di spicco come Churchill, Lloyd George e Sir Edward Grey.”

Considerando quest’ampio supporto alla loro causa, come mai le suffragette non riuscirono ad ottenere prima il voto? Ironia vuole che la risposta sia proprio il loro sessismo.

La loro campagna era “Voto alle donne”, mentre invece avrebbe dovuto essere “Voto per tutti”. Non riuscirono a capire qual era il vero ostacolo al loro ottenimento del voto. Non era la mancanza di appoggio da parte dei politici uomini. L’ostacolo era che gli uomini della classe operaia non avevano il voto, e prima che votare divenisse possibile per le donne era politicamente essenziale che divenisse possibile per gli uomini della classe operaia.

Prima della Prima guerra mondiale ci furono diversi tentativi di far passare delle leggi che permettessero un voto limitato per le donne. Fallirono tutti, e per una ragione puramente politica. Poiché solo gli uomini delle classi più alte potevano votare, il meglio che poteva essere offerto alle donne era il voto per le donne dell’alta società. Tuttavia, l’appoggio al voto femminile risiedeva nei partiti laburista e liberale, per cui concedere il voto alle donne dell’alta società era visto come l’introduzione di alcuni milioni in più di voti conservatori nell’elettorato. Come potevano dunque appoggiarlo i laburisti e i liberali? Sarebbe stato un suicidio elettorale. Quindi quegli uomini che erano in favore del suffragio femminile dovettero ritirare il loro appoggio, mentre i Conservatori erano contrari per principio.

Per cui, come potete vedere, il voto alle donne era impossibile fino a che e a meno che l’ottenessero anche gli uomini della classe operaia, in modo da rompere lo stallo politico di cui sopra.

Nel 1916 il governo britannico si rese conto di avere un problema. Il processo elettorale era stato fatto a pezzi dalla guerra. Il registro elettorale non aveva più senso, poiché i votanti di maggior peso erano in Francia o altrove a combattere, e molti cittadini si erano spostati per svolgere attività collegate alla guerra. Questo portò ad un ripensamento del diritto di voto.

Le raccomandazioni straordinariamente egualitarie del Representation of the People Act  furono così riassunte da una fonte americana contemporanea:

“La vecchia pratica di definire il diritto al voto in base alla relazione con la proprietà dovrà cessare, e sarà necessario adottare il principio che il suffragio è un diritto personale dell’individuo.”

Questa proposta, di allargare il diritto al voto a tutti gli uomini adulti, fu accolta a maggioranza da tutti i partiti e da entrambe le Camere. Venne riconosciuto che, dopo gli orrori delle trincee, non si poteva concedere nulla di meno. Questo risulta assolutamente chiaro dalla lettura dei numerosi dibattiti sul People Act del 1917, registrati negli Hansard. Il Segretario dell’Interno, George Cave (Conservatori) introdusse l’atto come segue:

“La guerra, combattuta da tutte le classi dei nostri compatrioti, ci ha portati più vicini, ci ha aperto gli occhi, ha rimosso incomprensioni. Essa ha reso impossibile, per la presente generazione, un ritorno di quel vecchio sentimento di classe responsabile di tante cose, come ad esempio l’esclusione di una larga parte della popolazione dall’elettorato. Credo non ci sia nient’altro da aggiungere circa questa estensione del diritto di voto.”

Quindi eccolo qui. Lo scopo principale dell’atto del 1918 era eliminare il precedente diritto al voto basato sulla classe sociale, e la motivazione specifica era il riconoscimento che “se sono adatti per combattere, sono adatti per votare” (una citazione dagli stessi Hansard). Il motivo principale furono gli uomini.

Le donne ottennero il voto come conseguenza quasi automatica del fatto che l’ottennero gli uomini della classe operaia. La Prima guerra mondiale ruppe la precedente impasse politica.

Se la decisione di riconoscere i diritti degli uomini della classe lavoratrice fu il risultato dei massacri nelle trincee – ed in effetti lo era – allora questa prospettiva suggerisce che il voto per le donne fu comprato con le vite degli uomini. Questa realtà non risulterà popolare in certi ambienti. È in netto e terribile contrasto con l’ortodossia femminista.

Le donne devono il loro diritto al voto più al Kaiser che alle sorelle Pankhurst.

Il grafico più sopra mostra la vera storia. Con la giusta prospettiva storica, la maggior parte degli uomini e le donne ottennero il voto all’incirca allo stesso momento. Dal punto di vista cronologico, il periodo che precedette il diritto al voto delle donne rispetto a quello degli uomini è scarsamente significativo.

Durante la Prima guerra mondiale la maggior parte delle suffragette sospese l’attivismo. Molte di esse, comprese Emmeline e Christabel Pankhurst, iniziarono a parlare durante le campagne di reclutamento per la guerra. Le potenziali reclute venivano soprattutto dalla classe operaia e dunque non potevano votare. Che ipocrisia. Le Pankhurst insistevano sul loro diritto ad avere il voto rimanendo al sicuro a casa, ma nello stesso tempo erano felici di mandare a morire uomini e ragazzi il cui diritto a votare ritenevano insignificante. Questa è sicuramente una delle ipocrisie politiche più amorali di tutti i tempi.

La vera storia del suffragio femminile è la lotta della classe operaia. La prospettiva corretta non ha a che fare né con un sesso, né con l’altro. Dal punto di vista storico, il quadro generale ci mostra che la conquista del voto fu un processo unico. Non furono le suffragette a far ottenere alle donne il diritto di voto, poiché non compresero che il loro diritto di voto era legato a doppio filo col diritto di voto degli uomini della classe lavoratrice. Il problema fu risolto dalla Prima guerra mondiale, non dalle proteste politiche.

La prospettiva delle suffragette era “voto alle donne”, poiché non riconoscevano i diritti degli uomini della classe lavoratrice, anch’essi privi della possibilità di votare. La cosa ironica è che, alla fine, il suffragio universale fu ottenuto grazie al sacrificio di questi stessi uomini nelle trincee. Questo, infatti, permise agli uomini di ottenere il diritto al voto, che era stato il maggiore impedimento all’ottenimento dello stesso diritto da parte delle donne.

L’unica azione delle suffragette che le aiutò a ottenere il voto fu il loro impegno nel mandare gli uomini in guerra. Le femministe moderne sono colpevoli perché, anche mettendo gli eventi nella giusta prospettiva, insistono nel vedere le suffragette come vittoriose sull’egemonia maschile. La narrativa femminista non è solo inaccurata, ma nasconde un’orribile, seppure involontaria, verità. La visione corrente “donna brava, uomo cattivo” non è solo falsa, ma, in questo contesto, anche terribilmente crudele.   

Note:

[1] http://www.historylearningsite.co.uk/polchanges.htm

[2] Sean Lang, “Parliamentary Reform, 1785-1928”, Routledge 1999.

 

In Gran Bretagna, le donne ottennero il diritto di voto senza restrizioni nel 1928, quindi dieci anni dopo il suffragio universale maschile.

In Italia, il suffragio universale maschile venne introdotto nel 1919: potevano votare tutti i cittadini maschi al di sopra dei 21 anni e che avessero prestato servizio nell’esercito (già nel 1913, comunque, poterono votare tutti i cittadini maschi al di sopra dei 30 anni). Per quello che invece riguarda le donne, pochi sanno che il programma fascista, con la Carta di San Sepolcro (21 marzo 1919) già prevedeva un allargamento del voto a una parte delle donne. Nel 1925 entrò in vigore una legge che permetteva il voto alle eroine della Patria, a madri o vedove di caduti in guerra, alle donne benestanti o istruite. Purtroppo questa legge venne annullata dalla riforma podestarile di qualche mese dopo, che in pratica toglieva il voto a tutti, per cui le italiane dovettero aspettare il 1946 per andare a votare.

Lo scorso 8 marzo un gruppo di femministe si è recato sull’Altare della Patria, dove le donne hanno sollevato le gonne, mostrando le parti intime.  Queste donne purtroppo non sanno (poverine, c’è solo da compatirle) che se oggi possono andare a votare lo devono anche a tutti quegli uomini privi di diritto al voto che sono andati in guerra. Il loro gesto volgare e ignorante offende loro, gli italiani che ancora amano il loro Paese (pochi, ma qualcuno ancora ce n’è) e tutte quelle donne per le quali la cosiddetta “emancipazione” non consiste nel mostrare in pubblico i genitali.

Tratto dal Blog di Enzo Pennetta

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