Maledetta eutanasia

Fabiano Antoniani è morto, ha scelto il suicidio assistito in Svizzera dopo essere rimasto tetraplegico e cieco in seguito ad un grave  incidente.  Matteo Niassigh, 19 anni, tetraplegico dalla nascita gli aveva scritto una lettera per invitarlo a non mollare.

Non voglio parlare di lui e del suo dolore, non sapevo neanche chi fosse prima di leggere che aveva scelto il suicidio assistito.  Lo nomino perché ora verrà usato come bandiera per fare pressione sul Parlamento perché legiferi per la libertà di morire. Nessun dolore dovrebbe essere strumentalizzato. Questo è il vecchio trucco dei radicali, prendi il caso pietoso, sbattilo in prima pagina e usalo per sfondare le resistenze ai cosiddetti nuovi diritti. Non voglio entrare in questo meccanismo mediatico, considero la vita sacra, qualunque vita.

Non voglio parlare di lui se non per chiedere a Dio di avere misericordia della sua anima, quindi per cortesia non continuate a ripetere che non conosco la sua storia, lo ho già detto io che non la conosco e ho detto che non voglio parlare di lui. Vorrei invitare a elevare lo sguardo dal caso singolo ai principi.

Voglio parlare della maledetta eutanasia, che anche se la chiami dolce morte è sempre un suicidio.

Tanti sono gli aspetti della questione, come quello inconfutabile che per lo stato è più facile e meno costoso uccidere che aver cura e dove c’è una legge che permette di uccidere la libertà di scelta si assottiglia un poco alla volta, come dimostrano i casi dei paesi dove il suicidio di stato è ammesso.

Ma c’è una domanda che mi insegue.

Come siamo arrivati a chiamare diritto il suicidio? L’uomo medio in massima parte risponde che di fronte all’eventualità  del dolore sarebbe meglio il suicidio consentito.

Non si arriva ad una tale aberrazione all’improvviso, ci vogliono decenni si lavoro “culturale”, di smantellamento dei legami per portare la maggioranza della persone a ritenere di pancia che il dolore comporta il diritto al suicidio.

La scelta di morire è possibile solo in una società che ha eletto il piacere e il potere a misura di tutto, dove vivi per godere e conquistare spazi e quando ti è impossibile farlo la vita perde senso. Dove il dolore è un errore, un fallimento, una sconfitta; la fragilità una vergogna, ti toglie dignità, ti rende un peso, ti lascia solo. E non è solo una percezione soggettiva, è un fatto oggettivo.

Quando siamo diventati incapaci di amare?

Il suicidio è un fallimento, il fallimento della relazione.

Penso a Chiara Corbella, al dolore atroce dell’ultima fase della sua vita alleviato dalla morfina, chiedeva la misericordia che le venisse alleviato, temeva il dolore, era l’unica cosa che la faceva dubitare dell’amore di Dio.

Ho paura del dolore? Sì, lo temo, dello stesso timore che ha avuto Chiara. Il dolore intenso e continuo è capace di farmi dubitare dell’amore di Dio, mi lascia sola, ho bisogno di qualcuno che me lo ricordi.

Ma nonostante la paura se penso alla maledetta eutanasia, non penso al mio dolore, penso a colui che amo. Se fosse lui a dover fare i conti con un dolore senza soluzione materiale? Sarei capace di tenere la  mano fino all’ultimo a colui che amo e lasciarlo andare quando è il suo tempo per andare?

Nel bene e nel male, in salute e malattia, finché morte non ci separi.  Finché morte non ci separi è stata sostituita con tutti i giorni della mia vita, eppure era la formula che dava senso pieno all’Amore. Ti terrò la mano finché sarai chiamato ad un’altra vita, solo la morte ci può, temporaneamente ,separare.

Non fossilizzatevi sull’esempio, il discorso vale per qualunque legame forte.

Quando abbiamo smesso di amare? Quando abbiamo permesso che diventasse dogma che la vita vale solo se sei forte e di successo?

Chiamiamo amore qualunque cosa e abbiamo dimenticato cosa è l’ Amore, che solo in parte ha a che fare con il godimento e il piacere.

Di fronte alla sofferenza salta tutto, la paura ci attanaglia e vogliamo il controllo della vita per illuderci di vincerla.  Vogliamo poter eliminare un figlio che non abbiamo deciso di avere, vogliamo poter affittare un utero per avere un figlio che non possiamo avere, vogliamo decidere il giorno della nostra morte.

Dare l’ultima parola alla paura è una sconfitta.

Offendetevi se volete, ma la Verità non è un’opinione. La Verità ci trascende e non siamo noi a possederla, possiamo solo cercarla. E la Verità parte dal linguaggio.

Non si chiama IVG. Si chiama aborto.

Non si chiama GPA. Si chiama utero in affitto.

Non si chiama dolce morte. Si chiama suicidio.

Non si chiama diritto. Si chiama sconfitta.

Sconfitta della relazione. Sentimento e piacere. Potere e godimento. Niente fedeltà, niente padre e madre, niente impegno responsabile per sempre, qualunque sia la prova.

In fondo c’è una logica tragica. Non resta che il suicidio.

Come siamo arrivati a tutto questo?

 

Belinda Bruni Selis