Ma come si esce da questo stato?

Weltanschauung: ma come si esce da questo stato?

Per una rappresentazione del mondo, della vita, e per una presa di posizione di fronte all’accadere.

La carrellata di orrori ed apparenti stranezze dovrebbe essere sufficiente per tentare una sintesi unitaria e per delineare un sguardo d’insieme. Un primo elemento sembra emergere in modo incontrovertibile: rispetto ai temi e ai problemi indicati non ci sono stati e non ci sono, da parte dei poteri istituzionali, sufficienti sforzi per arginare, contenere, limitare i danni. Anzi. L’impressione è che ormai questi dati siano stati digeriti, assimilati, metabolizzati: ci siamo abituati all’idea che non ci sia niente da fare, è così. E basta: le cose oggi vanno peggio di ieri. E lo stesso sarà domani. Capire chi e come esercita davvero il potere è a questo punto un passo essenziale, prima che sia davvero troppo tardi. Ma se tutto sta davvero come abbiamo visto, significa una cosa sola: siamo destinati a ridurci a monadi-animali isolate, impoverite, incapaci di relazionarci e non solo impotenti nel progettare il futuro ma anche inefficaci nel criticare l’esistente. La monade-animale è un essere che subisce, per definizione: la sua unica opzione è consumare e lasciarsi consumare. L’immagine complessiva che esce dai fattori che abbiamo elencato è quella di una civiltà stanca, indebolita, che ha perso la bussola. Morente. Giovani (e meno giovani) sempre più fermi, chiusi in casa, completamente assorbiti da media elettronici. Una pasticca per studiare. Una per lavorare. Una canna – di Stato – per rilassarsi. La coca per il sabato sera. Sempre e comunque rivolti al consumo isolato e isolante (anche se in gruppo), un consumo elevato all’ipertrofia più alienante, che diventa perfino consumo di se stessi. Sempre meno in grado di comunicare, di relazionarsi. Divisi. Impauriti da cambiamenti massicci, rapidissimi ed (apparentemente) incontrollabili (penso all’immigrazione, al welfare[15], alle dinamiche dell’occupazione e ai tagli pensionistici che si sono accumulati negli anni, a tutto quel mare di elementi che non ho citato in questa micro-rassegna).

Una domanda. A chi giova la distruzione della famiglia, unica struttura-strutturante sopravvissuta? A chi giova l’equiparazione dello status di famiglia a qualsiasi tipo di gruppo sociale, a prescindere dalla composizione e dalla finalità?

A me sembra che sia evidente un grave senso di malessere, alimentato da scelte sbagliate (daccapo: di chi? o indotte da chi? e a quali scopi?) sotto il profilo economico sociale, oltre che da una pseudo-cultura dilagante basata sulla contraddizione radicale, sulla disgiunzione sociale e sull’esasperazione della debolezza individuale, reale o percepita che sia. L’impressione è quella di una sorta di ipnosi collettiva, dalla quale sembra impossibile emergere. Chi ci prova, viene immediatamente isolato, divorato, digerito e metabolizzato dal sistema.

Quali, allora, le possibilità di resistenza? A mio parere occorre, come sempre, cercare di ripartire dalla ragione. Quindi prima di tutto restare fermi all’evidenza e cercare di comprendere le ragioni di ciò che accade. Vedere che cosa è stato, perché è stato così e non cosà, ci aiuta pre-vedere i possibili scenari futuri: come sarà. E quindi a trovare – e non è detto che sia possibile – delle contro mosse che siano efficaci.

Una delle radici fondamentali di questo processo è a mio parere la convinzione inconscia ed incoinsapevole dell’omogeneità ontologica col mondo animale. Lo si vede chiaramente dagli esempi che ho portato. Siamo sempre più convinti – consciamente o inconsciamente per ora poco importa – di essere poco più che animali. E’ questo il punto. Non c’è da stupirsi, quindi, se interi gruppi sociali si danno al trans-specismo o se si manifestano interessi sessuali per le bestie. Se i Bonobo vengono presi a modello di riferimento. L’uomo è ridotto a monade-animale, quindi dis-umanizzato, quindi non-pensante. Ridotto a schiavo dei propri istinti. Come un animale, per l’appunto.

Per il vantaggio di chi?

Al fondo di questa corsa verso il nulla sta una sorta di ideologia leggera, apparentemente innocua, che ha nello scientismo una delle sue fonti più evidenti. L’altra fonte originaria sarebbe, anzi è, lo gnosticismo, ma per ora limitiamoci a prendere in considerazione questo aspetto: l’idea che deve essere diffusa, capillarmente, l’immagine che deve prevalere su tutte è quella di un uomo qualitativamente assimilabile agli altri animali più evoluti. La scienza, la sperimentazione ci ha convinti di questo: funziona sui topi, funziona sulle scimmie. Funziona anche sull’uomo. Quindi dove starebbe la differenza?

Lo abbiamo visto con i bambini che possono essere prodotti, selezionati in laboratorio. Come i topi. Poi venduti, per soddisfare esigenze emotive di adulti benestanti. Come i cani da compagnia. Senza che nessuno muova un dito. Probabilmente già da ora commissionati con determinate caratteristiche (l’ingegneria genetica è già in grado di prestabilire molte opzioni possibili). Un fai-da-te veramente drammatico, un punto di svolta senza pari nella storia dell’umanità, che è scivolato via nella distrazione comune, come se niente fosse. E’ un passo di gravità epocale che basta da solo a segnare la nascita di un mondo nuovo, ideato a tavolino, di un uomo nuovo e la fine del vecchio, così come lo avevamo sempre inteso. Ma il controllo sociale è riuscito a vanificare per tempo tutte le voci contrarie. Oggi chi grida l’allarme è, come abbiamo visto, un omofobo: un malato da curare. Per chi si oppone c’è già pronta la nuova diagnosi. Segue il farmaco da prescrivere. Chi protesta per il degrado che si evince dalle storie orribili che abbiamo visto è un illiberale. O un fascista, e così via. Il dispositivo del controllo porta tutto sul piano pre-razionale dell’emotività, sfugge abilmente da qualsiasi piano razionale per convincere gli spettatori (di questo si tratta) di ciò che vuole. Voglio accoppiarmi con una bestia: che t’importa? Nel frattempo si patologizzano aspetti comuni della normalità, in modo costante. La “cura” porta, come si è visto, da una parte la speculazione delle case farmaceutiche, dall’altro il torpore mentale delle vittime (non dei malati). La precarietà del lavoro, il senso d’impotenza e di paura rispetto alle ondate d’immigrazione, per non parlare dalle tensioni geopolitiche in atto, fanno il resto. Non c’è poi da stupirsi se i tagli al welfare vengono subiti per lo più senza proteste o se un numero impressionante di giovani studenti tiene in tasca una confezione di psicofarmaci. Vogliono liberalizzare le droghe leggere. Non bastano alcol e mercato nero: occorre che siano ridotte a prodotto da banco o peggio consentite in un fai-da-te domestico. Tutti sanno che l’effetto delle droghe è la perdita di lucidità. Tutti sanno a cosa porta la cultura dello sballo. Eppure, anche questo, sembra un diritto inviolabile. Come non pensare che dietro la battaglia dei diritti ci sia un progetto di generale instupidimento delle popolazioni? Come vedere un globale impoverimento, un indebolimento indotto, io dico: una riduzione a monadi? L’argomento, anche qui, è lo stesso che sta a fondamento della fabbricazione e deportazione di bambini in coppie dello stesso sesso: a te, personalmente, che male fa? Io mi sento un cane: che cosa ti tolgo? Ci vogliamo sposare in due, tre, in un numero indefinito di persone dello stesso sesso (o di sesso diverso): a te cosa cambia? La vita è un self service di gioie e piaceri. Quando è difficile o impossibile consumarla in questo modo, meglio morire. A te che importa? Il corpo è mio e me lo gestisco io. Se voglio, posso terminare la vita di un altro essere umanoinnocente, anche nel caso di violenza sessuale – solo perché si tratta di un essere piccolo. Così piccolo che non ne individuo chiaramente la forma, quindi pretendo di dire che non è un essere e non è umano. Se una donna vuole abortire, a te, cosa cambia?

A me cambia, eccome.

Perché è dell’umanità che si sta parlando. L’ho detto all’inizio, da pre-fazioso: è della mia famiglia, che si discute. Della sacralità della vita umana, quindi anche della mia, che si sta discutendo. Io non accetto di essere diviso, scisso, appiattito, imbruttito, degradato ad animale.

Alessandro Benigni

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