L’ultimo uomo: l’ubbidiente democratico

Se non sarà un Dio a salvarci, pure, l’unica speranza su cui contare è un alcunché di divino e pericoloso: nuove narrazioni filosofiche.

di Gabriele Zuppa – 21 marzo 2017

(L’intellettuale dissidente)

L’ultimo uomo non vuole essere infastidito, disturbato, chiamato a pensare, «chi sente diversamente va da sé al manicomio» – spiega Nietzsche nel Prologo di Così parlò Zarathustra. Nondimeno la democrazia di oggi ritiene equivalenti tutte le opinioni, non preliminarmente come ipotesi da verificare, ma aprioristicamente come posizioni che non devono rendere conto a nessuno. Così la democrazia postmoderna consente di disubbidire all’autorità prestabilita, non in quanto prestabilita, ma in quanto autorità. In questo modo rimane l’irriflessa adesione ad un pregiudizio che per questo – perché proviene da se stessi – non è certo più autorevole. Si sta verificando quanto Tocqueville scongiurava nel suo lavoro su La democrazia in America, come ricorda J.S. Mill commentandolo:

Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone. Egli paventa che tutta l’individualità di carattere, e l’indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione

Così il democratico postmoderno credendo di non dover obbedire a niente diventa con ciò l’emblema dell’ubbidienza. Un’ubbidienza inconsapevole che si manifesta nella presunzione di essere libera. Da cosa si riconosce l’ubbidiente democratico? Dal suo trattare con sufficienza e scandalo tutto quanto sia diverso da se stesso. Come ricorda il grande Gómez Dávila nelle Notas:

«L’intelligenza non si manifesta con un gesto di accoglienza e di affetto. L’intelligenza è perfida e traditrice, sospettosa e diffidente, comincia sempre col respingere e ribattere, rifiuta sempre e sempre protesta».

Ma la critica, affinché non sia sterile opposizione, un ostacolo al pensiero, deve saper pensare la tesi opposta, deve saper pensare con il proprio avversario. Questa capacità di coinvolgimento è la stessa autorevolezza del pensare. Altrimenti lo scontro tra pregiudizi non potrà che abbandonare all’ubbidienza del proprio arbitrario democraticistico capriccio.

aef

Queste considerazioni prendono spunto da due testi editi nel 2016: lontanissimi e vicinissimi. È interessante indicare il perché di questo paradosso. Il testo di Enzo Pennetta – L’ultimo uomo, Circolo Proudhon Edizioni  – racconta una storia sommersa dell’Europa novecentesca, mostrandoci quanto vi sia ancora da meditare e riscrivere; il testo di Luigi Iannone – L’ubbidiente democratico, Idrovolante Edizioni – narra la cronaca risaputa dei nostri giorni, restituendoci la percezione della palude nostrana nella quale siamo inermi: fermi alla polemica quotidiana non siamo abituati ad avere innanzi un quadro che chiunque riconoscerà come grottesco. In questo suo lavoro i personaggetti – come direbbe Crozza – sfilano innanzi come pezzi di un puzzle che restituiranno l’immagine finale:

Al cittadino pare evidente che il suo consenso non risulti più funzionale alla circolazione di idee e alla rappresentazione di interessi, quanto piuttosto ad una logica di scambio e di avvicendamento di gruppi all’interno di élite, in genere economico-finanziarie. Egli ha una funzione fondamentale solo nel momento in cui svolge il ruolo di consumatore e parzialmente quando vota

Da tempo si va denunciando che non si vedono progetti politici di ampio respiro, e che le vecchie ideologie della destra e della sinistra sono residuati evanescenti di narrazioni ormai ritenute fantasiose, di ideali oltrepassati da quelli che vengono chiamati fatti concreti, problemi reali – quelli economici. Poveri o benestanti, non saremmo quasi tutti disposti a vendere – a svendere – qualsiasi nostra idea per qualche dollaro in più? Forse perché, appunto, non abbiamo idee che valgano qualcosa? E se ci si concedesse il lusso di iniziare a pensare in grande stile, allora a placare quelle velleità interverrebbero le incombenze che, paradossalmente, benché presentati come fatti eccezionali, determinano le nostre vite come fatti ordinari.

«Ragioniamo solo per un attimo sui fatti più rilevanti degli ultimi due decenni: vale a dire, la lotta al terrorismo globale e la crisi economica. Essi stanno proprio lì a dimostrare che le procedure democratiche vengono sempre esautorate di fronte allo stato di necessità, per far posto ad uno schmittiano stato d’eccezione che è rappresentato da quei poteri che detengono forti interessi nei processi di globalizzazione».

Ma – ecco quel che Pennetta chiede, esplorando i sotterranei del nostro recente passato e del nostro presente – non è che la situazione sia questa perché siamo inconsapevoli dei presupposti, così poco indagati e meditati, che la determinano? La mancanza di prospettiva sul futuro non è magari data dalla nostra ignoranza del passato? Per questo il sottotitolo de L’ultimo uomo recita: Malthus, Darwin, Huxley e l’invenzione dell’antropologia capitalista. Non perché si intenda – come facilmente accuserebbe l’ubbidiente democratico – imputare Darwin di darwinismo sociale o adombrare sbrigative tesi complottistiche, ma perché si esprime l’esigenza che per iniziare a capire chi siamo e cosa fare – posto che si voglia andare oltre questo nostro presente – dobbiamo ripensare e riscrivere il nostro passato prossimo, nella sua complessità antropologica, ovvero a partire dalla concezione dell’uomo nell’universo.

Jean-François Lyotard, teorico della società postmoderna

Jean-François Lyotard, teorico della società postmoderna

Lyotard nel 1979 ha inaugurato il Postmoderno annunciando e auspicando la fine delle grandi narrazioni, non avvedendosi che la sua, così come quelle scritte e riscritte poi dagli stessi postmoderni, fossero delle enormi inconsapevoli narrazioni. Allora poteva sembrare un sofisma, ma, oggi che la storia è andata avanti – benché secondo Fukuyama sarebbe dovuta finire –, si fa sempre più chiaro che l’ubbidiente democratico ha poco a che fare con la democrazia e che dove la storia andrà a finire (perseverando in questa direzione) non ci soddisfa affatto, anche se – ignari di noi stessi – inesorabilmente contribuiamo a quella destinazione.

Non si ha almeno l’impressione che la liberazione dell’uomo moderno l’abbia spesso costretto ad altre schiavitù? Libero, egli si è trovato soggiogato da un’ignoranza uguale e contraria: dalla fame alla gola, dall’astinenza alla pornografia, dal dogmatismo religioso al dogmatismo scientista, dal populismo antidemocratico al populismo democraticistico, dalla donna come oggetto (in casa) alla donna oggetto (nell’immaginario). Siamo certi – chiede Pennetta – che la storia finisca, compiendosi – sic! –, con questa rivoluzione sessuale, con la rivoluzione psichedelica, con il superamento delle ideologie in un’unica ideologia democraticistica? L’alternativa alla società tradizionale è e soltanto può essere la società liquida?

Senz’altro «l’ultimo uomo è il risultato antropologico della fine delle grandi narrazioni e degli stimoli di una sola, capillare ideologia». Ma che ne sarà di noi? Che fare?

Sembra altrettanto certo che, se vogliamo fare la storia, e non credere che sia finita, dobbiamo tornare a riscriverla: in grande stile. Solo da questo tentativo di riscrittura potranno nascere nuove più consapevoli grandi narrazioni, nuovi orizzonti in cui scorgere il futuro.

Tratto dal blog Critica Scientifica di Enzo Pennetta

Sorgente: L’ultimo uomo: l’ubbidiente democratico