libero arbitrio

Sono responsabile di tutte le mie azioni e solo di quelle. Mi faccio di cocaina e sovvenzionano la stramaledetta mafia dei produttori di coca che sta strangolando le popolazioni di molti stati Sudamerica? È colpa mia. E questo vuol dire che posso smettere, da sola, senza il centro delle dipendenze, e lo stesso vale per l’alcolismo e la compulsione al gioco.
Una volta perso il libero arbitrio, sono persi i valori, anche nel senso letterale del termine: nulla ha più valore. Una delle teorie più bizzarre che circolano e che sono diventate il verbo consiste nell’affermare che l’alcolismo, tossicodipendenza, suicidio, criminalità, nascita di figli di madri nubili siano appannaggio degli strati sociali e economicamente più disastrati. Non è la mancanza di denaro che causa tutto questo, ma la mancanza di valori. In ogni periferia di città europea o statunitense, tutti luoghi con tasso altissimo di disastro totale e di totale deresponsabilizzazione dell’individuo, la ricchezza e il quantitativo di beni materiali fruibili sono infinitamente più alti di quelli che si trovano per esempio tra gli Amish, popolazione statunitense di origine tedesca estremamente religiosa che vive senza alcuna modernità, gli abitanti del Tibet o del Buthan, la normale popolazione contadina africana o asiatica. In Etiopia io ho fatto i medico in una regione poverissima, religiosissima, a criminalità zero.
La sociologia nata per risolvere i conflitti sociali, li sta creando, e sta inchiodando intere popolazioni al vittimismo che a sua volta impedirà ogni crescita. All’epoca di Martin Luther King, il sogno di ogni afroamericano era di diventare neurochirurgo o segretario di Stato, è il risultato è che dei ghetti afro americani sono usciti neurochirurghi e segretari di Stato. Poi è arrivato il vittimismo. È un obbligo perché sia vissuto in una periferia del genere essere criminali o delinquente, se si azzarda non esserlo viene definito zio Tom oppure servo della borghesia dagli stessi sociologi. Il sogno, l’unico concesso dai nuovi sociologi al ragazzo afroamericano, come a quello delle periferie europee, costantemente imprigionati nel loro ringhioso vittimismo, è quello di diventare rapper, o spacciatore, o terrorista. Nelle disastrate e degradate periferie statunitensi sono arrivate negli anni 70 e 80 e 90 numerosi immigrati dall’est asiatico. Questi immigrati non conoscevano neanche la lingua, avevano alle spalle guerre terrificanti di violenza inaudita, ma avevano valori forti, una granitica fede nella famiglia e nel lavoro. Il risultato fu che nel giro di 10 anni avevano creato negozi alimentari e supermercati e piccoli quartieri con i giardini fioriti. L’affermazione che la miseria che uccide e che determina delinquenza è un’affermazione delirante, esattamente come è un delirio considerare miserabile una persona che vive in un quartiere con l’acqua corrente e elettricità: questi quartieri sono degradati perché i loro abitanti non hanno valori. Non hanno valori religiosi, non hanno valori etici. Il più idiota dei reati possibili è il vandalismo: rendo sporco e miserabile lo stesso posto dove vivo. Il vandalismo, la distruzione del proprio habitat, non è mai esistito prima dell’esistenza della sociologia, e suo figlio diretto, un prodotto del vittimismo. Nessuno dice al ragazzo che è l’unico responsabile della sua vita e che lui deve costruirsela. Se qualcuno glielo dicesse, lui la costruirebbe. Gli dicono che è una vittima della società cattiva borghese, che è giusto che sia in collera, gli sono successe cose così terribili: nessuno l’ha mandato in guerra, non ha visto morire sua madre in nessuna epidemia. È giusto che spacchi tutto. E così arrabbiato…
La antropologia sta creando il razzismo più assoluto e totale, negando agli appartenenti alle civiltà di origine asiatica africana il libero arbitrio.
Un essere umano sceglie. La libertà serve per fare il bene. Nessuno è talmente miserabile da non poter scegliere. Nessuno è talmente miserabile da non poter avere una morte degna.
Silvana De Mari. 

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