Le emozioni sono contagiose

Le emozioni sono contagiose. Questa scoperta è stata fatta su base empirica, statistica e mediante osservazione diretta da numerosi autori: tra gli altri Watzlawick, (Il linguaggio del cambiamento) lo stesso di Istruzioni per rendersi infelici, ed Erickson, uno dei maggiori studiosi dell’ipnosi.
Milton Erickson è stato un altro personaggio benedetto dal cielo, nella top ten della catastrofe era uno in testa: nato daltonico e dislessico è riuscito ad avere anche la poliomielite, così da restare paralizzato: quando diceva che siamo gli unici artefici della nostra vita, sapeva di che parlava.
Le osservazioni di questi e altri autori su quanto  emozioni e stati mentali siano contagiosi, fatte per via sperimentale ed empirica, sono tutte confermate dalle recenti scoperte delle neuroscienze sui neuroni a specchio, particolare tipo di cellula nervosa che ci permette di imitare e anche di comprendere le azioni altrui.
Questa è un’affermazione facilmente verificabile: la felicità e l’infelicità tendono ad essere contagiose, non lo sono sempre, certo, e mai per tutti nello stesso istante e nella stessa situazione, ma è una tendenza che può essere forte.
La felicità si contagia con estrema difficoltà in alcune situazioni, vedere qualcuno lieto e giulivo quando la disperazione ci riempie, può peggiorare il nostro stato; con notevole facilità in altre, per esempio quando ci sia una condivisione: vittoria della nazione, almeno della nazionale, concerto, cerimonia religiosa soprattutto se in luoghi particolari. Nel giro di un paio di ore, lo stato mentale può ribaltarsi, passare dal progettato suicidio all’euforia.
La depressione si contagia benissimo. L’insoddisfazione anche.
Il “contagio” avviene attraverso linguaggio verbale e non verbale.
Da questo si deduce anche il comandamento numero 11: non lamentarsi mai.
Sono assolutamente certa che Dio, nella sua infinita misericordia, perdonerà i malvagi. Non sono così certa per i lagnosi.
Il lagnoso è un buco nero. Distrugge la tua gioia di vivere senza guadagnarci nulla, ma al contrario per rimetterci. Non solo riempie di lamentele il disgraziato interlocutore, dannando quest’ultimo, ma peggiora anche lo stato mentale del lagnoso. I lagnosi sono individui che fanno stare male tutti per stare sempre peggio loro, che moltiplicano all’infinito i pesci e i pani del loro scontento: che ce ne sia sempre per loro e per tutti gli altri, tutti, a dismisura. Istruzioni per rendersi felici: smettere ora e per sempre di lamentarsi. Qualsiasi sia l’argomento. Parliamo solo di benessere e abbondanza: renderemo per contagio tutti più felici, gli altri ci restituiranno la felicità per contagio e la luce aumenterà, come un raggio di sole riflesso all’infinita tra due specchi.
Facciamo un esempio. Sono uscita di casa e incontro la signora Martina. La signora Martina è una persona educata e mi chiede come va e io me ne sto lì per mezz’ora a dire: ecco vede, una cosa terribile, tutte le mattine quando mi alzo il ginocchio destro non tiene, e poi un male porco, una specie di scossa elettrica. Ma lei si rende conto: male porco, scossa elettrica, ginocchio che non tiene…
Aveva solo chiesto come va, povera donna, è una signora educata. Io le ho vomitato addosso scontento e sconforto a vagonate. Inoltre, in tutto questo sproloquio, la mia attenzione è stata concentrata sul dolore al ginocchio; e, per un effetto descritto dalle neuroscienze come effetto nocebo, il mio dolore al ginocchio è strepitosamente aumentato.
Quindi, da capo: incontro la signora Martina che mi domanda come vanno le cose. Un ginocchio mi fa male, è vero, ma l’altro ginocchio. i gomiti. le mani, la testa e la schiena non mi fanno male. Quindi: rispondere che va piuttosto bene non è una menzogna, non lo è mai. C’è sempre almeno una cosa che sta funzionando, altrimenti non saremmo vivi. Quindi risponderò che va bene, che ieri ho visto un bellissimo film e, nel descrivere il film, produrrò un po’ di endorfine, così che il dolore al ginocchio diminuisca. Che il ginocchio non mi tiene, mi fa male al mattino e a volte sembra avere scosse elettriche lo vado dire l’ortopedico: non mi sto lamentando, sto risolvendo il problema: è diverso.
Altro esempio. Esco di casa incontro la signora Martina, che di nuovo, essendo un’anima gentile e ingenua, ha la disastrosa idea di chiedermi come va. Come vuole che vada? Un disastro. Non potrebbe andare peggio. (Errore cognitivo: certo che potrebbe andare peggio). Anche questa notte non ho dormito. Non è possibile dormire. Il tram passa sotto casa mia ogni due ore. Un chiasso infernale…
Non serve a niente, solo a stare peggio io e a far star male la signora Martina. Quindi, di nuovo rispondo che va bene, sono viva, respiro: va bene. E con il tram che ci faccio? Invece di parlarne alla signora Martina ne parlo ai vicini di casa. Organizzerò i dolcetti, una riunione, una petizione. Magari in tutto questo trovo anche qualche amica simpatica, o un qualche bel pezzo di figliolo che aspettava solo me. La petizione poi la porto in comune, all’assessorato del traffico, dopo averne parlato ai giornali della città. Potrei anche fare politica. Questo è risolvere il problema. Altrimenti dovrò imparare tecniche di autosuggestione per disinserire il rumore del tram come fastidio e dormire anche in sua presenza. Doppi vetri e tappi per le orecchie possono aiutare.
Non lamentiamoci. Dove sia possibile risolviamo i problemi e dove non è possibile usiamo le conversazioni con le persone per dimenticarli per qualche istante, invece che continuare a farli impazzare nella nostra mente. E se mi fosse successo qualcosa di terribile? Mi hanno detto che ho una malattia orribile. Una persona che amo è morta. Qualcosa che mi angoscia è successo nel mondo.
A questo punto, pensiamoci bene. Siamo certi che parlarne ci farebbe meglio?  aaa
Una volta, a Cagliari, ad un bellissimo festival della letteratura ho incontrato lo scrittore David Grossman. Aveva appena perso il suo figlio maggiore. Tutti noi avevamo appena avuto dagli organizzatori del festival la richiesta di non parlargliene mai. Usava tutti noi per avere qualche istante di pausa nel suo dolore.
Quando mio padre è morto, mia madre è stata fortunatamente costretta a continuare a fare l’insegnante elementare. Era costretta a pensare ad altro, a sorridere ai bambini. Nessuno di loro sapeva del suo lutto e questo le ha permesso di non crollare.
Se decidiamo che la cosa che abbiamo dentro è tale che dobbiamo condividerla, assolutamente, allora ricordiamoci che dobbiamo pagare l’ascolto. Nella vita tutto deve essere pagato, altrimenti entriamo nel ruolo del parassita. Questo distruggerà gli altri, ma soprattutto distruggerà noi. Il parassita è un debole. La debolezza è il messaggio che trasmetterà al proprio inconscio, che aumenterà ulteriormente la debolezza. L’ascolto del nostro dolore va pagato. Con una moneta d’oro. Sempre. Quando abbiamo finito, è nostro obbligo morale pronunciare la frase: “Grazie di avermi ascoltato, ora mi sento meglio”.
Ripeto: questa affermazione è un obbligo, è la moneta d’oro, sia per chi ha ascoltato il dolore, sia per chi lo ha espresso. Pronunciarla  impedirà che la sofferenza che abbiamo rovesciato sul nostro ascoltatore gli riempia la mente e la giornata. Sarà tamponata della bollicina di gratificazione che gli arriva dall’informazione che ci ha aiutato. Qualcuno obbietterà: ma questa frase potrebbe essere falsa. Se è falsa, se parlare non ci ha dato il minimo sollievo, perché lo abbiamo fatto? In realtà, se abbiamo parlato,  è perché un sia pur minimo sollievo la condivisione ce l’ha dato. Tacere sarebbe stato peggio. Quindi, si tratta solo di sottolineare un concetto vero.
Inoltre, c’è una seconda fondamentale ragione. Se pronuncio questa frase, io mi sento meglio. Mentre lo dico, diventa vero.
Il mio sfogo, l’ascolto dell’altro diventa veramente terapeutico: un sollievo per me, la gratificazione per l’altro che è riuscito ad aiutarmi. Un gesto di fratellanza.
In effetti, non c’è stata alcuna violazione alla regola del non lamentarsi mai: non è stata una lamentela, ma una precisa richiesta di aiuto.
Fai attenzione ai tuoi pensieri perché i tuoi pensieri diventano le tue parole.
Fai attenzione alle tue parole  perché le tue parole diventano le tue azioni.
Fai attenzione alle tue azioni perché le tue azioni diventano le tue abitudini.
Fai attenzione alle tue abitudini perché le tue abitudini diventano il tuo carattere.
Fai attenzione al tuo carattere perché il tuo carattere diventa il tuo destino.
Lamentandoci, quello che comunichiamo al nostro inconscio è: “sono debole”. Il nostro inconscio esegue i nostri ordini: più ci lamentiamo, più diventiamo fobici, più il nostro disturbo alimentare peggiora, più le nostre ossessioni diventano terribili. Impariamo a non lamentarci mai. Usiamo piuttosto la nostra energia per risolvere il problema, se è risolvibile, oppure per attenuarlo e riempire la nostra mente di altro, quando riscontriamo che una risoluzione non sia tra le opzioni possibili.
Non dobbiamo lamentarci mai, ma è lecito chiedere aiuto. La richiesta di aiuto deve essere precisa, circostanziata, deve sempre essere ripagata con la gratitudine, certo, e – se possibile – anche con altro. 
Se abbiamo una malattia grave, potenzialmente mortale, se abbiamo il cancro, decidiamo se vogliamo batterci o arrenderci. Prendiamo la decisione da soli. È una scelta nostra.
Se decidiamo di batterci, acquisiamo una mentalità militare.  Non è detto che  saranno lacrime e sangue, ma, anche se dovessero essercene, e in quantità, non ci arrenderemo. Lo stabiliamo prima. Poi stabiliamo chi è la nostra squadra: chi tra amici e conoscenti ha tempo libero per poterci accompagnare, quando sarà necessario non andare soli. Gratifichiamo la nostra squadra con gratitudine, fiumi di gratificazioni, se possibile. Niente lamentele con i membri della squadra. Chi già sta rinunciando a una mattinata di affari suoi per accompagnarci a fare la chemio, non deve essere tediato da nessun tipo di lamentela, incluso l’imbarazzo di dare disturbo, che va segnalato un’unica volta, e non ripetuto.
“Mi dispiace di darti disturbo, e sono così felice che tu mi stia accompagnando, grazie. Mi commuove che siate tutti con me. Sono sicuro che ce la farò. Guidi benissimo, è bella la tua macchina, carina la musica che ascolti, grazie di essere puntuale”.
Se la guida è da infarto, se non ascolta niente, e se nell’auto ci sono topi morti, se non potete fare complimenti, sull’auto, sulla guida, sulla puntualità, allora su questi argomenti tacete. Per nessun motivo sono permesse critiche. Dovete motivare la vostra squadra. È un vostro compito. Anche medici e infermieri sono un pezzo della squadra. Motiviamoli. Se fanno qualcosa di giusto, ringraziamoli e segnaliamolo ad un giornale.
La nostra attenzione è acqua e fertilizzante. Diamo energia e potenza all’oggetto su cui la posiamo. E poi, sul piano pratico, là dove posiamo la nostra attenzione, lì otteniamo i risultati.
Dunque, paghiamo l’ascolto, quando è stato necessario: grazie per avermi ascoltato, mi sento meglio.
Paghiamo l’aiuto: grazie che mi stai accompagnando, con il tuo aiuto, ce la farò.
Usciamo per sempre dal ruolo del debole, colui che riceve aiuto senza dare nulla in cambio.  La nostra forza aumenterà. Aumenterà la forza degli altri.  Avremo moltiplicato, quindi, i pani e i pesci.
Le neuroscienze hanno dimostrato che ascoltare lamenti è un’operazione talmente dolorosa e penosa che, se prolungata per più di trenta minuti, può causare uno “spegnimento”  delle cellule dell’ippocampo, che non è un cavalluccio marino, ma una parte del cervello.
Non lamentatevi mai, quando lo fate ricordatevi che state causando un danno.
Se proprio non potete farne a meno, cercate di fermarvi al ventinovesimo minuto.
Non permettiamo a nessuno di lamentarsi con noi oltre il ventinovesimo minuto. Tanto vale cambiare argomento  al primo. Faremo un piacere al nostro cervello e all’anima del lamentoso.

Comments

  1. E’ illuminante quello che scrive, ma come si fa a bloccare le lamentele, le considerazioni negative che alle volte partono da dentro, senza apparente motivo si scatenano come un tempesta elettrica? In quei casi (almeno per me) la volontà non basta, il mio umore crolla a picco e risollevarsi diventa difficilissimo.

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