Le donne fanno sempre meno figli – I Parte

Una delle immagini che abbastanza di recente è girata sul web, è quella di Dexter, bellissimo bambino(ne) nato, pare, con la spirale della mamma in mano. Foto vera o ritoccata? La cosa ci interessa relativamente, poichè il ‘succo’, quello che ci riguarda, è un altro.

Quando io ho iniziato a interessarmi all’ostetricia, la grande maggioranza dei convegni e dei corsi era incentrato sull’assistenza alla nascita: come migliorare e umanizzare l’assistenza, come rendere il momento del bonding (che non è altro che l’imprinting negli esseri umani: menomale che hanno cambiato terminologia distinguendo le specie) più fisiologico e possibile anche in caso di taglio cesareo, come implementare l’allattamento materno proteggendolo e sostenendolo anche con indicazioni di Legge, come sostenere la donna nei delicati momenti dell’esogestazione (che per Lorenzo Braibanti sono i 9 mesi ‘fuori’ dall’utero materno, ma per altri studiosi dell’attaccamento riguardano i primi 2 anni di vita nei quali il bambino ha bisogno della sua mamma – e non del caregiver o ‘fornitore di cure’) e come migliorare le relazioni genitoriali attraverso il dialogo e la comunicazione attiva (iniziarono a sorgere numerosissimi corsi su come imparare il cosiddetto ‘Metodo Gordon’ , che ha ottimi spunti, o la ‘Comunicazione Non Violenta’, che personalmente, invece, mi fa salire il serial killer dormiente)…
Le centinaia di pubblicazioni sulla nascita naturale si sono moltiplicate a vista d’occhio: Odent, Leboyer, Gaskin, Robin Lim, Balaskas, Rachana, Buchal, Stadelmann, Ferrari, Wagner, il già citato Braibanti, Schmid, Malvagna, Thoeni, Fraioli, Maghella … quelli che mi sovvengono al momento. Tutte persone formatissime e competenti che ho avuto spesso il pregio di ascoltare direttamente.

Tutte le ostetriche d’Italia hanno letto almeno uno degli autori sovracitati e non sono poche le ostetriche – che io sappia – che hanno messo a punto modalità proprie di assistere alla nascita tentando al meglio di applicare i pregevoli consigli di quegli studiosi.

Quello che mi fa riflettere riguarda tuttavia un dato certo: le donne fanno sempre meno figli. Al netto del fatto che si moltiplicano le modalità d’assistenza che, anche dal punto di vista ospedaliero, tentano di privilegiare la spontaneità dell’evento nascita (pensiamo a quante donne riescono, rispetto a 10 anni fa, a partorire vaginalmente dopo uno o due cesarei – il 12.7% delle donne nel 2014, a tutt’oggi speriamo di più ** -, ‘riconquistando’ la propria fiducia in sé*) e che provano a sostenere l’allattamento sino ai primi 6 mesi di vita (ancora spesso difficoltoso grazie all’ingegnoso lavoro delle ditte prorduttrici di sostituti del latte materno), diminuiscono i bambini da far “Nascere senza violenza” e da nutrire tramite “L’Arte dell’Allattamento Materno”.
Cosa sta scattando nella mente delle donne? Pare realmente, infatti, che le donne pretendano – e se vogliamo, a ragion veduta – di partorire bene anche e soprattutto poichè la maggior parte di loro lo farà solo una volta nella vita. E questo è, per la qualità percepita dell’esperienza dell’evento nascita, un po’ un problema: si abbassano drasticamente, infatti, le probabilità di avere, della nascita dell’unico figlio, un ricordo per lo meno decente.

L’età media nella quale le donne mettono al mondo il primo figlio è 31 anni***: questo significa che nel momento di massimo bisogno di sostegno, educazione e rafforzamento dell’autonomia (dai 12 ai 18 anni circa), i figli avranno madri di circa 45 anni, età nella quale molte famiglie si dividono e aumentano i problemi di salute dovuti all’età (anche se una donna matura si definisce ‘ragazza’, rimane quello che è, ovvero semplicemente una donna matura).
Stranamente le giovani donne (quelle dai venti a trent’anni sono il 30% del totale delle donne che partorisce in un anno) – che sono più in salute e quindi rimangono incinte più facilmente, si riprendono meglio dall’esperienza parto/cesareo, hanno più energia e possono dedicarsi alla propria professione acquisendo titoli di studio anche dopo l’arrivo dei figli – incorrono nell’essere sottoposte maggiormente a taglio cesareo: solo il 45% di loro partorisce vaginalmente, contro il 56% delle donne tra i 30 e 40 anni che invece lo fa. La considerazione che le donne giovani siano più adatte a fare figli, lo dimostra il fatto che quando i loro figli vivono l’età dell’adolescenza, hanno potenzialmente l’energia per far fronte alle loro necessità con molta più elasticità (si parla di donne che hanno 35/40 anni circa), ma non solo: se la donna mette al mondo figli in un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, magari arriva anche a farne più di 3 – lo auguro a tutte – e quindi ad avere magari l’ultimo figlio a occhio e croce oltre i 35 anni: costui, però, non sarà il primo e quindi quello che “subìsce” l’inesperienza dei genitori, ma sarà il figlio di una donna che ha già rodato la propria pazienza, la propria capacità genitoriale e la propria famiglia, per non parlare dell’aspetto positivo di avere fratelli maggiori (vedere per credere).
Ho chiesto a diversi professionisti quale sia, a loro parere, la causa del fatto che le giovani donne subiscono più cesarei delle madri più mature e le loro risposte sono molto interessanti. Ricordo che sono tutti professionisti che da più di 10 anni stanno accanto alle donne in gravidanza, durante e dopo il parto:

“Sicuramente un valore sta nel fatto che le donne tra i 30 e i 40 anni sono più spesso delle laureate (33% rispetto alle ragazze) e questo sta a significare che forse la gravidanza è più cercata e ‘ragionata’: va da sé che magari sono più stimolate a informarsi e contano molto sulla propria competenza. Le giovani donne, invece, spesso sole e giudicate inesperte proprio a causa della loro età (purtroppo una donna di 25 anni è spesso trattata da ragazzina incoscente), sono più portate a delegare al sanitario e questo, come si sa, causa un inasprimento di controlli e di non serenità nell’operatore che lo spinge a operare più facilmente. L’ignoranza materna è spesso causa di cesareo ingiustificato”. (Ostetrico)

“Le giovani donne non riscuotono molta fiducia da parte della società: sono ancora stimolate a fare le adolescenti se non le bambine, figuriamoci se gli operatori dedicano tempo alle ragazze per trasmettere loro la cultura della nascita che non sia l’acquisto del corredino. In questo modo le si induce a non credere in loro stesse e loro si adeguano alla delega verso chi pensano che ne sa di più (ginecologo prima, pediatra poi): questo comporta un’assunzione di responsabilità maggiore del sanitario che non vuole assumersela completamente (non può, non è il suo dovere) e, invece di stimolare la giovane donna a informarsi e a compiere un processo di maturazione personale, si assume tutto il peso dell’assistenza e interviene (cesareo e formula artificiale). Quello che ho personalmente notato è che le giovani donne sventurate sono raramente, ma lo sono, le trentenni che poi hanno una rivalsa maggiore sulla loro femminilità e riescono, alla loro esperienza successiva di maternità, a partorire naturalmente ed allattare benissimo. Non puntare sulle giovani madri è sciocco, perchè si eviterebbero tagli cesarei o parti operativi e somministrazioni di formula lattea non necessari“. (Psicologa)

“Una volta le bambine crescevano tra donne che partorivano e, quando toccava a loro, sapevano cosa stava loro accadendo: la maternità era una ‘competenza congenita’ e il positivo di avere figli giovani era scontato. Oggigiorno le giovani donne sono spesso state figlie uniche, magari di genitori separati e risposati che non possono aiutare. Forse hanno traslocato in altre città per studiare e lì sono rimaste. Se poi non hanno avuto contatti con bambini, spesso il loro neonato è il primo che vedono in tutta la vita. In ambulatorio le giovani madri sono le più insicure, le più sole, coloro che mi fanno domande, sui loro bambini, che mi fanno capire quanta inesperienza possiedono sul fronte ‘infanzia’. Purtroppo sono anche quelle che più soffrono per il cambiamento di vita che un figlio porta e forse è quello che le spinge a delegare ad altri (pediatra, asilo nido…). Purtroppo sono anche coloro che non sono sposate e che tendono a non affrontare la vita di coppia in modo maturo e consapevole: si lasciano più facilmente dal compagno e soffrono moltissimo della mancanza di una famiglia. Le donne in su d’età sembrano essere più tranquille, anche in gravidanza. Accettano con più serenità i cambiamenti fisici e accettano il dolore del parto con più arrendevolezza. Probalmente hanno trovato il loro equilibrio e sono, magari anche se sono sole, più serene”. (Neonatologa e Pediatra)

Le giovani sono gestite spesso da madri che non le fanno crescere e maturare da sole: le gestiscono e decidono per loro. Anche donne di 25 anni sono accompagnate dalle madri alle visite e sono costoro che mi fanno domande. Io tento di stimolare la giovane, ma pare essere abituata alla delega. Mi dispiace un sacco quando in sala parto urlano alle prime contrazioni chiedendo immediatamente l’analgesia e spesso mi ritrovo le loro madri fuori dalla sala travaglio che mi ingiungono di ‘fare qualcosa’. A volte ringrazio il fatto che il bambino viva talmente male il proprio travaglio che sono costretto a eseguire un cesareo: l’annuncio della mia decisione è spesso un momento di serenità per le neo-nonne ansiose”. (Ginecologo)

“Personalmente penso che le giovani donne rischino di più il cesareo perchè arrivano a partorire senza consapevolezza: è solo al momento in cui si rendono conto che sono ‘state ingannate’ (chi è più maturo riconosce che è solo la propria inconsapevolezza a essere stata l’ingannatrice) e condotte alla nascita del proprio figlio in modo del tutto ignaro, che ‘scatta’ la voglia di riscatto di loro stesse. E’ lì che personalmente penso che poi partoriscano meglio, quando, in effetti, sono più ‘grandi’.”
(Ostetrica)
Quanto vengono considerate potenzialmente inabili alla gestione della loro vita, le giovani donne? Molto, parrebbero dirci le persone che ho interpellato. L’incompetenza ‘indotta’, diciamo così, inizia coi corsi di educazione sessuale scolastici che non mettono in guardia dalle potenziali infertilità delle malattie sessualmente trasmesse, ma trasmettono solo il rischio di quelle problematiche di salute più ‘importanti’ (la fertilità lo è meno, evidentemente), inculcando per benino il messaggio che la distruzione della vita di una donna sia in assoluto l’arrivo di un figlio non desiderato facendo capire che un aborto volontario potrebbe essere davvero quello che può risolvere ‘il problema’ (quante donne hanno amato da subito figli non cercati, ma capitati? Quante di noi, ammettiamolo, si è trovata incinta dopo un ‘momento di follia’? Nel film “Il padre della sposa 2″ il ginecologo interpellato da una coppia in attesa in su d’età, dice chiaramente:”Sapete quanti ‘momenti di pazzia’ ho fatto nascere io? Centinaia!!!”).
Nessuno prepara le giovani donne al fatto che, dal menarca in poi, potrebbero diventare madri: pare ovvio il fatto che quando ciò accade in giovane età (ritenendo tale pure i ben maturi 28 anni, età nella quale ho avuto la terza figlia mentre stavo laureandomi, e non sono l’unica ad esserci riuscita) sia necessario che la ragazza deleghi a ‘chi ne sa di più’. L’aspetto interessante della faccenda, che ho potuto constatare personalmente, riguarda il fatto che le giovani donne se delegano lo fanno verso le proprie madri (se presenti e attive): costoro, tuttavia, sono vittime di I° o II° generazione del femminismo (quello della delega al medico e al pediatra), spesso hanno partorito molto male (racconti di nascite singole rimaste dei traumi) e non hanno allattato: quali messaggi positivi possono trasmettere? Non a caso le donne che adesso diventano nonne, sono quelle verso le quali sono incentrati i consigli alle neomamme, di testi illuminanti e molto simpatici, come quelli di Giorgia Cozza, che raccontano di come combattere nonne estremamente ficcanaso che non fanno altro che parlare di quanto un bambino allattato e cullato possa essere viziato e di quanto il latte materno possa diventare acqua, entrambe credenze figlie di un periodo nel quale la donna di bambini non si intendeva assolutamente, avendo privilegiato se stessa alla propria generazione successiva. Purtroppo, come a volte accade, le neomamme sono giovani donne sole (laddove ‘sola’ sta anche nella descrizione di quelle donne che hanno dei compagni parzialmente o del tutto assenti grazie anche alla diseducazione riceduta dai propri padri), che si lasciano influenzare molto dai social network e dai mefistofelici giornali femminili, rimanendo poi molto scottate se la loro maternità non è come se la aspettavano, il che non accade sostanzialmente mai.

Come ci hanno raccontato brevemente i sanitari alla quale ho chiesto opinione, vien da sé che una donna giovane affronti una volta sola la nascita dell’unico figlio, rimanendo traumatizzata o dalla sua nascita, o dalla vita di genitore (che è stancante nonostante le trinoline pubblicizzate su “Mammafelice”), o dalla vita di adulta. Mettere al mondo un bambino in qualche modo è possibile, diventare genitore di un figlio è un altro paio di maniche.
E qui torno a riparlare di Dexter. Sua madre aveva nell’utero una cosiddetta ‘spirale’ (che poi è una ‘T’): cresciuta nell’epoca della ‘contraccezione sempre e comunque’, ‘meglio una gravidanza extrauterina che un bambino’, ‘la spirale è solo un contraccettivo d’emergenza’, ci deve essere rimasta di sasso quando ha saputo che le sue precauzioni sono valse a poco in confronto alla forza che può avere una vita umana se pur piccola, se pur in pericolo costante di essere soppressa da pregiudizi negativi (quando gli esperti parlano di pregiudizi nei confronti dei bambini si dimenticano abbondantemente di annoverare  quelli contro gli embrioni). La contraccezione è collegata all’aborto da un filo continuo, poichè è la rinuncia alla propria femminilità e alla propria funzione nel mondo. Che che ne possano dire le mie colleghe che si recano nelle scuole per insegnare biologia e igiene alle ragazzine (ovvero sia cenni di anatomia – ma non fisiologia altrimenti dovrebbero parlare del muco vaginale il che rende troppo libera la ragazza – e cenni di come evitare i danni peggiori dei rapporti sessuali che, in ordine d’importanza, sono prima il bambino e poi l’AIDS, successivamente le altre malattie brutte brutte ma non quelle cattive cattive che ti fanno diventare sterile) con qualche accenno alla cattiveria insita biologicamente nei maschi, la donna è programmata per mettere al mondo i bambini e per allevarli: insegnare alle giovanissime che è assolutamente terribile che questo accada prima che possano essere passati il momento del divertimento e la fase del completamento degli studi (che se va bene sono i 30 anni), significa indurre a una contraccezione che è venduta come sinonimo di libertà (il rischio di trombosi dato dalla pillola è un famoso sinonimo di libertà), ma che in effetti è solo una condanna fisica e psicologica sia alla donna, sia ai suoi figli che avranno il dovere di nascere solo in determinate condizioni e non in altre: potrebbe risultare positivo per i motivi accennati sopra – maggiore consapevolezza materna – ma ha cospicui risvolti negativi – vedasi l’avere una madre anziana durante l’adolescenza, ad esempio.
Idem per quanto riguarda l’aborto volontario: venduto come un modo per portare avanti la libertà della donna di avere un figlio quando vuole (il sillogismo “rapporto sessuale”=”bambino” è complicato, evidentemente, da spiegare e da accettare), è un ingabbiamento contraccettivo contro il concepimento, massima potenza di due esseri umani e della delega verso la medicina: se davvero le donne volessero esprimere il massimo della loro libertà, infatti, dovrebbero pretendere di sposarsi giovani e di fare almeno 3 figli. La carriera formativa? Si può fare dopo i 30 anni. La carriera professionale? C’è sempre tempo per versare le tasse.
Nonostante tutta la competenza che possono avere gli operatori (professionisti o volontari) che ruotano nel mondo della nascita, le donne fanno meno figli e, se li fanno, sono ben mature, dicevamo. La cultura della nascita e dell’allattamento naturale della quale scrivevo all’inizio, trasmette ottimi messaggi i cui risultati sono, tuttavia, parzialmente deludenti: parimenti al ‘Fertility Day’ il cui obiettivo d’incrementare le nascite è stato abbastanza deprimente, le politiche d’incremento delle nascite si farebbero abolendo l’aborto (basterebbe che gli operatori sanitari che parlano con le donne che chiedono l’IVG nei consultori e negli ospedali, avessero come obiettivo quello di salvare il bambino sapendo che è REALMENTE la cosa migliore per la donna) e trasmettendo a ragazze e ragazzi il valore dell’amore coniugale e della genitorialità (non è astruso, è molto più semplice di quanto si creda, ma include spiegare il binomio libertà/responsabilità da parte di adulti che spesso sono adultescenti) che poi arricchirebbe la maturità dei singoli che eviterebbero, come accade sempre più spesso, di delegare al medico completamente la propria salute e quella dei propri figli (che ha conseguenze raccapriccianti). Tutti i messaggi sull’importanza del parto naturale, del rispetto dell’accoglimento dolce del neonato, dell’allattamento materno biologicamente sano, paiono non influenzare il numero delle nascite, ma solo concentrarsi sulla singola nascita. L’importanza del parto rispettato, nei confronti del quale molti sanitari – inclusa la sottoscritta – operano, incrementa effettivamente il desiderio della donna di mettere al mondo bambini? No: l’unico atteggiamento che muterebbe questo decadimento sarebbe semplicemente far capire che tutti i bambini saranno ben accolti anche e soprattutto se a metterli al mondo sono dei giovani: insegnare che fare l’amore porta alla nascita di un bambino (voluto o meno è un dettaglio: non ho mai visto madri non osservare con amore figli anche non cercati, anche quelle con parti pessimi) e trasmettere il messaggio “State tranquilli lo stato vi tutela” è un circolo virtuoso che, se innescato, sarebbe solo positivo.
=SEGUE=
Rachele Sagramoso