L’attaccamento madre-bambino (Parte II)

Qui la Parte I

Quello che faccio adesso, dopo la carrellata di pensieri, nomi e messaggi che sono un sunto, certamente non completo né esaustivo, di ciò che nel mio animo significa sia mettere a frutto la mia professione, sia mettere in atto le mie potenzialità di donna a sostegno delle altre donne, riguarda compiere un ragionamento che mi sta a cuore: diverse mie colleghe pensano che al centro delle cure di tutti i professionisti della nascita, deve esserci la donna con i propri bisogni e il proprio percorso verso un progressivo empowerment. Diverse colleghe e altri professionisti, promuovono molto questo modo di pensare che, per me, non è del tutto errato, poiché uno dei presupposti sul quale si basa è quello secondo cui, se la donna è messa ‘al centro’ dell’evento-nascita e resa consapevole delle proprie scelte, la Salute sua e della sua famiglia, sarà certamente migliore (il pericolo maggiore è la delega completa nella medicina anche in casi nei quali il suo intervento è marginale). Tuttavia questo concetto è assolutamente incompleto e potrebbe diventare pericoloso: se la donna è colei che è al centro, il nascituro prima e il bambino poi, è ‘qualcuno’ che sta da parte. Per non parlare del padre della creatura che spesso non è neppure preso in considerazione: sembra proprio che la sua presenza non sia necessaria, concetto errato anche dal punto di vista antropologico e pedagogico. Il nascituro ‘marginale’ potrebbe diventare non solo un oggetto di cura  in funzione della donna, che dev’essere, secondo questo concetto, il soggetto attivo che è capace e consapevole, ma un oggetto fine a se stesso. La donna è passata dall’essere quasi oggetto passivo (della medicina, della pedagogia…), all’essere talmente attiva dal vedere un figlio solo in propria funzione: volerlo o meno, nutrirlo come lo si vuole, usufruirne come gadget per un’autorealizzazione (vuoi mettere come vanno di moda le carrozzine merlettate o le fasce porta bebé multicolor?), ma dimenticandosi la funzione educativa e di ‘collaboratrice del Creatore’. Ecco qui che il fatto di mettere la ‘donna al centro’ è un rischio, e tante mie colleghe non l’hanno valutato: ci si è concentrati molto solo su una parte di tutto il meccanismo della nascita, ma ci si è dimenticati del bambino e dei suoi diritti che vanno dal non essere soppresso nel ventre della propria madre perchè “non è il momento”, al non essere strizzato come un limone a causa di un parto pilotato, al non essere estratto senza troppa cortesia in un cesareo programmato, al non essere sculacciato appena nato, non avere il proprio cordone ombelicale reciso troppo in fretta fino che non ha smesso di pulsare, al non essere messo sul petto della sua mamma, al non essere preso in braccio appena sente il bisogno di Contatto… al non essere trattato non come un oggetto di diritto per qualcuno, ma come soggetto di diritti.

 Ecco, in tutto questo momento politicamente ed eticamente discutibile, non vedo dichiarazioni pubbliche di tutti quei professionisti che credono, come me, in tutto o quasi quello che ho elencato prima. Dove sono le ostetriche che si battono per la nascita dolce e il pelle a pelle? Dove sono le consulenti per l’allattamento che auspicano un allattamento che duri, come da OMS consigliato, almeno due anni? E le associazioni che smuovono centinaia di mamme per organizzare flash-mob in difesa di una mamma alla quale è stato chiesto di uscire da un ufficio pubblico perchè stava allattando? Dove si  nascondono gli psicologi perinatali che auspicano l’ascolto dei bisogni del neonato e del bambino? E le associazioni che si battono perchè i feti deceduti anche fortemente pretermine, possano essere sepolti e pianti dalla loro famiglia? Tutte queste professioni che fine hanno fatto, da quando è possibile generare un bambino su ordinazione, acquistarne una gestatrice e poi consegnarlo a una coppia che l’ha ordinato? A cosa serve rinunciare alla difesa di un nascituro, in virtù di un pollitically correct? Perchè non c’è una presa di posizione chiara? Che davvero tutte le discussioni che si fanno in convegni e corsi per professionisti, siano solo chiacchiere da bar?

A un importante convegno di ostetriche (Castiglioncello 2007), quando Ibu Robin Lim disse che tagliare il cordone ombelicale è già un atto di violenza, ci fu un applauso scrosciante (c’ero e ho i filmati originali, quindi giù le dita per nascondercisi dietro)… le medesime professioniste e gli stessi professionisti, dove sono? E’ chiedere troppo di assumersi la responsabilità di stare davvero dalla parte del bambino o stiamo ammettendo che una cospicua parte di chi arringa le folle contro la violenza ostetrica lo fa solo dal punto di vista della madre? Dove sono le ostetriche che redigono editoriali sull’accoglienza dolce del neonato? Che ci siano davvero bambini di serie A e di serie B?

A me sembra ovvio prendere le parti del bambino, che prima ancora è stato neonato, prima feto e all’inizio è un embrione. Che l’ovvio sia passato di moda?

Rachele Sagramoso

 Brigate Chesterton per la difesa dell’ovvio

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