La realtà dell’orco

 

Sono stata bloccata su FB per aver riportato un capitolo del libro La realtà  dell’orco, ed Lindau.

Un libro pericoloso dunque, che viola il pensiero unico.

Amo molto la casa editrice Lindau, pubblica Spenser, Bet Ya Or, Giulio Meotti. È una casa editrice coraggiosa. Il direttore mi ha detto una frase bellissima: “Dottoressa, ci sono molte sue idee che mi fanno rizzare i capelli sulla testa, ma sono disposto a combattere fino alla morte per la sua libertà di parola. 

Ed Lindau

capitolo 8

Lo stupro come arma di guerra

Il primo componente del genocidio è lo sterminio intenzionale di civili e principalmente di bambini, così da eliminare le generazioni future, il secondo è lo stupro etnico. Lo stupro etnico è stato un’arma di guerra ufficiale nella seconda guerra mondiale, non solo in Europa. L’armata giapponese si è coperta di disonore, prima a Nanchino, poi in tutta la Cina. Lo stupro etnico è stato protagonista in Bosnia e in Rwanda.

Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovinetti che suscitavano turbamento, incontri paradisiaci.

Questa è la descrizione della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il brano è tratto da Storia del signore della conquista di Tarsun Beg Kemal, vale a dire che è il racconto ufficiale, quello su cui i bambini turchi studiano la storia.

Sicuramente anche i Crociati hanno commesso atti del genere, però hanno dovuto farlo di nascosto: era vietato, almeno in teoria. E punito. C’era la castrazione e il taglio del naso per un crociato che si facesse pescare con le mani su una donna araba. Lo hanno fatto, ma poi non lo hanno scritto e sicuramente dove è vietato viene fatto parecchio di meno. Non commettere atti impuri è non commettere atti impuri. Mai. Non commettere atti impuri blocca anche lo stupro etnico. Tu non desidererai la roba d’altri. Tu non desidererai la donna d’altri. Gli altri sono i forestieri, gli stranieri. Vuol dire che anche fantasticarci sopra, fantasticare sul depredare altri popoli e violentare le loro donne, è un peccato mortale, perché spinge alle guerre di rapina. Sospesa la legge di Mosè, lo stupro ricompare e riempie il secolo XX. Lo stupro etnico lascia macerie e dolore che sopravvivono per generazioni. Il figlio maschio dello stupro etnico spesso non riesce a vivere la propria sessualità perché così facendo diventerebbe simile al carnefice della madre.

Esistono 4 livelli di stupro etnico.

1) Quello uno a una, dove l’uomo, un unico uomo, assume la responsabilità della donna e dei suoi figli, come i greci con le troiane, come succedeva per gli indiani del Nord America. La donna diventa una schiava, ma sopravvive. L’uomo aumenta la sua discendenza e ha qualcuno che tiene pulita la casa. È un atto brutale, ma non psicotico.

2) Stupro molti a una, e la donna sopravvive e finito lo stupro è libera.

3) Stupro molti a una e la donna non sopravvive in quanto viene uccisa dopo lo stupro o viene deportata in un luogo – bordello, caserma – dove resterà fino alla sua morte. Ad esempio, durante la seconda guerra mondiale, diverse migliaia di donne manciù e cinesi morirono nei bordelli per i soldati giapponesi, e numerose fanciulle polacche cristiane furono prelevate con la forza per servire nei bordelli della Wermacht, salvo finire ad Auschwitz se contraevano la sifilide.

4) Donne stuprate a morte (massacro o stupro di Nanchino, 1937). A causa del gran numero di violenze si ha uno sfondamento dei fornici laterali e la morte avviene per peritonite e shock settico. Siamo sempre più fuori dalla fisiologia, più vicini alla follia. La norma tra i mammiferi è che un maschio impedisca ad altri maschi di avvicinarsi alla femmina. Lo stupro di gruppo è contrario all’istinto.

Lo stupro è la penetrazione del corpo della donna, contro la sua volontà, con il pene del maschio. Quindi è necessario avere un’erezione. L’erezione avviene mediante un meccanismo di vasodilatazione. Molti vasodilatatori possono avere un buon effetto sull’erezione, ad esempio il Viagra. I vasocostrittori annullano e rendono impossibile l’erezione. La paura è mediata da vasocostrittori (adrenalina) e di conseguenza rende impossibile l’erezione. È un meccanismo di difesa.

Se un predatore minaccia, il maschio non deve distrarsi nella sessualità. Un uomo che si cali le brache davanti ai commilitoni deve dimostrare la sua capacità di non provare né paura, né ansia, né compassione. La compassione vuol dire sono in ansia per te, ho paura per te, e disincentiva l’erezione. Anche la paura di non farcela; questa diventa una trappola per gli uomini, chi ha paura di non avere l’erezione la annulla con la paura, cioè con i vasocostrittori. Immaginate di dovervi calare le brache davanti ai vostri commilitoni, di fronte a voi avete la ragazza sfigurata dal dolore e poi i parenti di lei, il villaggio cui lei appartiene: tutti con gli occhi sul vostro pene. Non è così divertente. Chi non riesce a tenere l’erezione diventa l’ultimo della classe. Inoltre lo stupro di gruppo crea l’affiliazione al gruppo nella squadra genocidaria. Il genocidio è faticoso, è un lavoro orrendo. Tutti hanno la tentazione di mollare, ma chi molla passa ultimo della fila nello stupro, arriva sulla donna quando è già stravolta dal dolore, quando già la vagina è piena di sperma. La vagina piena di sperma è anche un pericolo di infezioni veneree. Lo stupro di gruppo è anche la maniera di verificare che tutti siano psicotici. Può essere fatto solo da uno psicotico: un uomo normale non ha nessuna voglia di andare a mettere il suo pene nello sperma di altri dentro una donna sfigurata dal dolore. Il cervello rettiliano è quello che ci fa provare orrore davanti agli sfigurati: questo meccanismo istintivo, che è la dannazione degli ustionati, ci proteggeva dalle malattie contagiose. Il cervello limbico spinge un uomo ad allontanare gli altri uomini dalla donna. Lo stupro di gruppo è contro natura.

La stupro uno a uno è brutale, ma ha il senso di aumentare la propria discendenza, e dà piacere, un piacere goduto nell’unica maniera possibile, in appartata solitudine. Se ho l’erezione, bene, se non ce l’ho posso sempre chiedere alla mia vittima di cucinare e qualcosa guadagno. Le psicosi sono contagiose. Non è una figura retorica, è un’informazione tecnica. La contagiosità delle psicosi è diventata meno importante da quando esistono i neurolettici, ma è un fenomeno forte e reale. Ed è un’ennesima prova che la coscienza è un fenomeno interpersonale, oltre che essere un meccanismo che aumenta la mia sopravvivenza. Se io sono l’unico sano di mente e gli altri sono fuori di testa, mi uccideranno.

Da qui anche il fenomeno descritto dal Manzoni della irresponsabilità della folla. Tutto questo si trova nei film sugli zombie e sui virus che rendono le persone simili a essi. Quindi il vicino di casa, che fino a tre giorni fa aiutava a zappettare l’orto nel villaggio bosniaco o ruandese o congolese, diventa una delle belve. L’aspetto è sempre lo stesso, ma lui ora è un nemico assoluto, folle, spietato, senza anima e senza coscienza. Il nostro cervello emotivo lo ha capito e ha riempito i cinema di film sugli zombie. Lo stupro etnico mi ossessiona. Il mio personaggio più amato, Rankstrail (L’ultimo orco), è nato da uno stupro etnico, da parte degli orchi sulle donne degli uomini. Il personaggio di Rankstrail è il dolore della mancanza di identità. Conosce il dolore della madre ed è a quell’orrore che lui deve la sua esistenza. Lui è nato dall’orrore. Tutte le volte che sua madre sogna che quell’orribile episodio non sia mai successo, sogna che suo figlio non esista. Rankstrail, come moltissimi figli maschi nati dallo stupro, ha devastanti difficoltà ad accettare e vivere la sua identità virile. Se osasse amare una donna diventerebbe simile agli aguzzini della madre. Non vuole una donna vicino. Spezza tutte le sue spade, e la spada è un simbolo virile, non un simbolo fallico, ma un simbolo virile, l’oggetto con cui un uomo difende la sua donna e i suoi figli. Rosa Alba, che ha capito e che lo assolve dal suo essere orco, lo assolve in quanto donna, in quanto madre, consegnandogli un’antica spada che aveva protetto donne e bambini secoli prima: gli restituisce il suo ruolo virile.

La prima idea di Rankstrail mi è venuta leggendo Le cavalier de la terre promise dello scrittore francese Joseph Joffo, che racconta del bimbo di una fanciulla ebrea stuprata da un cosacco. Negli anni ’90, mentre notizie tremende arrivavano dal Rwanda e dalla Bosnia, il personaggio ha continuato a crescere, restando però ancora confuso. Ma la domanda fondamentale era lì.

Cosa si prova a essere figlio di un orco? E come se ne esce? Ricordandosi di essere figlio della vita, cioè figlio di Dio. La storia di Rankstrail, come quella di un altro personaggio (Io mi chiamo Yorsh), parla della più antica e più totale delle violenze sulle donne. E di come quella violenza possa essere trasformata nel più grande dei gesti di compassione: la nascita di un bambino che la madre accetta di amare. Non è una statistica azzardata: nella genealogia di ciascuno di noi, tra romani, ostrogoti, visigoti, unni e lanzichenecchi, c’è almeno un antenato nato dopo una violenza. Dietro a ognuno di noi, quindi, c’è questo istante di compassione in cui la vita nata non è stata spezzata. Senza quell’istante nessuno di noi esisterebbe. Nessuno. Ma il fantastico è anche il luogo dove le donne hanno trovato il coraggio delle armi. Apre le danze Il Signore degli Anelli. Si comincia con Éowyn, fanciulla bionda, esile come una lama di luce, che osa opporsi a un Nazgûl e lo abbatte, perché un Nazgûl non può essere ucciso da un uomo, ma lei è una donna.

«Non metterti fra il Nazgûl e la sua preda! Rischieresti non di venire ucciso a tua volta, ma di essere portato via dal Nazgûl e condotto alle case del lamento, al di là di ogni tenebra, ove la tua carne verrà divorata e la tua mente raggrinzita verrà esposta nuda all’Occhio Senza Palpebre». Una spada risuonò mentre veniva sguainata. «Fa’ ciò che vuoi; ma io te lo impedirò, se potrò». «Impedirmelo? Sei pazzo! Nessun uomo vivente può impedirmi nulla!». Allora Merry udì fra tutti i rumori il più strano: gli sembra che Dernhelm ridesse, e la sua limpida voce era come una vibrazione d’acciaio. «Ma io non sono un uomo vivente! Stai guardando una donna. Éowyn io sono, figlia di Éomund. Tu ti ergi fra me e il mio signore dello stesso mio sangue. Vattene, se non sei immortale! Viva o morente ti trafiggerà, se lo tocchi». L’essere alato rispose strillando, ma lo Schiavo dell’Anello rimase silenzioso, come colto da un improvviso dubbio.

La descrizione che viene fatta delle case del dolore è dannatamente simile all’inferno in terra, il lager. Il Cavaliere nero si rivolge a Éowyn usando il thou, cioè il tu, mentre a Gandalf si rivolge con you, con il voi. Merry, hobbit, piccolo, figura metaforica del bambino, per la donna, per la madre scoprirà tutto il suo valore. Queste righe sono per me le più commoventi del libro. Non c’è solo il coraggio fisico delle donne che hanno preso le armi in mano nell’ultimo secolo, grazie anche ai progressi della tecnica che ha creato armi che non necessitano di forza fisica eccessiva. In questa spettacolare scena c’è la donna, la madre che è cultura di vita e si oppone alla cultura di morte. Quando si vuole distruggere un popolo occorre ferirlo nelle sue donne, perché sono le donne che, catastrofe dopo catastrofe,guerra dopo guerra, hanno continuato a mettere al mondo i loro bambini, facendo sì che l’umanità non si estinguesse. Molte guerriere del fantasy di bassa lega sono assolutamente fasulle, con caratteristiche psicologiche maschili: un maschio dotato di mammelle e privo di pene, ficcato dentro un’armatura o una tuta spaziale. Altre sono splendidamente femminili, cioè sono madri. Sarah Connor (Terminator) e il tenente Ripley (Alien) sono guerriere androgine, certo, ma con caratteristiche di madri. Chi vince la guerra in Harry Potter sono le madri. Harry è vivo perché sua madre è morta per la sua sopravvivenza. L’oscuro signore non ha capacità empatiche e perde per lo stesso motivo per cui perdono tutti i dittatori: non sono in grado di prevedere le reazioni degli altri. Hitler era veramente stupito che il mondo, di fronte all’ipotesi dell’asservimento, preferisse combattere. Voldemort, l’Oscuro signore di Harry Potter, non prevede che la madre si rifiuti di sopravvivere al suo bambino. La sua idea è che lei, pur di salvarsi la vita, gli permetterà di uccidere il figlio e poi di consegnarla a Piton e di subire il suo amore, che a quel punto sarebbe uno stupro. La madre di Harry si mette in mezzo, sulla linea di tiro, e il suo sacrificio, il suo amore, salveranno Harry e distruggeranno la cultura di morte. Harry arriverà alla vittoria grazia a un’altra madre, la madre di Draco Malfoy. Di nuovo Voldemort dimentica, come ogni dittatore, che la gente odia chi la prende a calci.

Non gli viene in mente che la madre di Malfoy ami il suo unico figlio più di quanto ami lui e che, visto che sa benissimo che prima o poi lui li sacrificherà tutti, si schieri nel partito avverso. Stalin morì nel suo letto, rantolando per ore senza che nessuno dei suoi collaboratori, ma il termine corretto è servi, chiamasse un medico, nel terrore che lui guarisse e sopravvivesse, costringendo loro a vivereancora nel terrore, nell’incertezza, nell’attesa dello scatto di collera che li avrebbe finiti. La madre di Malfoy si batte per il figlio, non rivela a Voldemort che Harry è sopravvissuto. Solo se Voldemort verrà abbattuto suo figlio potrà vivere in pace. Ci sono nel libro due altre madri simmetriche: le madri adottive di Harry, la zia, rinchiusa in un rancore fatto di rivalsa e invidia da cui riesce a uscire solo nel finale, e la dolcissima e casalinga signora Wisley, che però, al momento della battaglia finale, davanti alla morte dei suoi figli, non esita a combattere e a uccidere come una tigre. Un’ultima madre: quella di Voldemort. Una madre sconfitta dalla morte. I bambini non capiscono che padre e madre non sono onnipotenti.

Vivono la morte come un abbandono. L’abbandono subito da Tom Riddle non è peggiore di quello subito da Harry. Le due madri sono morte, la prima uccisa dalla vita, la seconda dalla morte. Entrambi i bambini vivono infanzie miserabili: orfanotrofio l’uno, genitori adottivi astiosi e ingiusti l’altro.

Ma l’uno diventa cultura di morte, l’altro cultura di vita. Non è la nostra storia, ma sono le nostre scelte a fare la differenza.

Silvana De Mari

P.S.

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