La notte dei cristalli è tornata: grazie ad Hamas e ai sedicenti pacifisti

Giulio Meotti  Il Foglio di giovedì 23 agosto 

 – L’ambasciatore israeliano a Berlino, Yakov Hadas-Handelsman, ieri ha scandito tre parole e quel numero fatale, così ingombrante: “E’ come il 1938”. Perché gli ebrei vengono attaccati e maltrattati nelle strade della Germania. Di nuovo. Slogan omicidi che risalgono ai giorni di Hitler, come “Hamas, Hamas, ebrei al gas”, sono stati gridati durante manifestazioni pro palestinesi in tutta Europa. Così, mentre Israele lanciava l’operazione Zuk Eitan – margine di protezione – gli ebrei europei ripiombavano in uno stato di inferiorità e di paura, come è avvenuto per le generazioni passate. Ancora una volta è pericoloso essere ebrei in Europa.

L’imam di una moschea di Berlino è sotto inchiesta per un sermone in cui ha detto: “Oh Allah, distruggi gli ebrei sionisti, contali e uccidili fino all’ultimo, falli soffrire terribilmente”. Poster a Parigi hanno esortato i manifestanti contro Israele ad aderire a “un raid nel quartiere ebraico”. Centinaia di giovani hanno marciato verso una sinagoga cantando “Mort aux juifs”, come nei giorni del capitano Dreyfus. Prima che Beirut diventasse il centro di una guerra civile, era nota come “la Parigi del medio oriente”. Oggi è Parigi che sembra essere diventata la Beirut d’Europa.

In grandi agglomerati urbani come Sarcelles, Créteil, Sartrouville e Saint-Denis, dove la sinagoga e la moschea si abbracciano, la tensione è altissima. Nel Marais, storico quartiere ebraico della capitale francese, studenti ebrei sono attaccati se indossano i filatteri rituali. Il deputato Jacques Myard è stato aggredito proprio a Sarcelles al grido di “questa è terra araba, voi sionisti dovete andarvene”. Intanto nella cittadina di Roubaix, la casa dell’autore della strage al museo ebraico di Bruxelles è diventata meta di pellegrinaggi islamisti. Non mancano slogan come “Merah max”, che inneggiano al terrorista che fece stragi di bambini ebrei a Tolosa, due anni fa.

L’antisemitismo è una vecchia “maladie française”. Ma adesso, durante i giorni tragici del conflitto a Gaza, è stato compiuto un salto di qualità impressionante nell’Intifada a bassa intensità nelle strade francesi. Dieci anni fa, un milione di francesi scesero per strada contro l’ondata di antisemitismo al grido di “Synagogues brûlées, République en ranger”. Oggi le stesse strade sono piene di odio per gli ebrei. E le sinagoghe sono prese di mira.  

Ad Amsterdam, la città di Spinoza, la casa del rabbino capo olandese, Benjamin Jacobs, è stata appena attaccata due volte in una settimana. Le aggressioni per strada, le spaventose misure di sicurezza attorno alle istituzioni ebraiche e le manifestazioni anti israeliane stanno impressionando un paese sul quale pesa il fardello della Seconda guerra mondiale, alla fine della quale, complice un’amministrazione ligia e asservita alla Germania nazista, sopravvisse solo la metà degli ebrei.  

A Milano, la comunità ebraica oggi prova a rispondere all’assedio con una manifestazione (ore 19, piazza San Carlo). Intanto, persino una sinagoga di Belfast è stata attaccata. Tutte le ultime indagini ci dicono che i peggiori antisemiti del mondo provengono dall’Europa occidentale. Nella lista nera dell’antisemitismo redatta dal Centro Simon Wiesenthal, sei su dieci sono in Europa. In testa alla classifica ci sono Francia e Regno Unito, i due paesi in cui nel 2013 e nei primi sei mesi del 2014 si è verificato il maggior numero di attacchi contro gli ebrei. Essere ebreo a Copenaghen nel 2013 è pericoloso quanto essere ebreo in un paese arabo. La scuola ebraica Carolineskolen di Copenaghen ha ricevuto una lettera in cui gli ebrei sono chiamati “ratti, serpenti, vampiri”. E si sa, la mostrificazione è sentina dell’odio fisico. Nei dibattiti parlamentari in Europa si evocano le immagini degli ebrei vendicatori e si torna a imputare loro tutte le colpe, in cima quella di essere “una minaccia alla pace mondiale” (lo dice un sondaggio europeo). 

Mentre il capo del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, dalla sua sede di Ginevra, accusa Israele di “crimini di guerra” a Gaza, i capi del mondo islamico si lasciano andare a proclami di odio osceni. Dal premier turco Recep Tayyip Erdogan, che indossando una kefiah paragona Netanyahu a Hitler, all’ex muftì malesiano, Mohd Asri Zainul Abidin, che scomoda l’imbianchino austriaco per spiegare che forse “ha fatto bene a sterminare gli ebrei”.

Una serie di premi Nobel (Desmond Tutu, Betty Williams, Federico Mayor Zaragoza, Jody Williams, Adolfo Pérez Esquivel, Mairead Maguire e Rigoberta Menchú) invitano a boicottare Israele, paragonato al Sudafrica dell’apartheid, accostando il sionismo all’arianesimo afrikaner di triste memoria. Lo stato ebraico diventa così una “appendice”, una entità estranea, coloniale, qualcosa da rimuovere. L’Europa sembra voler risolvere, una volta per tutte, il “péché originel d’Israel”. Il peccato originale della creazione di Israele.

L’isolamento di Israele è anche economico, soprattutto nel nord Europa. La più grande banca danese, la Danske Bank, ha posto l’israeliana Hapoalim nella sua black list. Poi è arrivata la decisione della banca svedese Nordea di mettere sotto scrutinio le israeliane Leumi e Tefahot per la loro presenza nei Territori. Il più grande fondo pensione olandese, Pggm, ha ritirato gli investimenti da cinque istituti finanziari di Gerusalemme. Anche Abp, il terzo fondo pensione più importante al mondo, si ritira dal mercato israeliano.

Persino sul Washington Post, il premier Benjamin Netanyahu è ritratto mentre picchia un bambino palestinese. E così la degenerazione giornalistica dilaga, dall’Independent al Monde, giornali dove gli ebrei sono spesso rappresentati con l’immancabile nasone (l’ebreo “satana scarlatto dal naso adunco” di Joseph Goebbels). Opinionisti blasonati e direttori delle ong umanitarie paragonano Gaza a Guernica e la barriera di sicurezza al ghetto di Varsavia. E non è soltanto Gianni Vattimo a spararla grossa. Persino l’inviata della Cnn in Israele, Diana Magnay, è stata costretta a dimettersi dopo aver definito gli israeliani “scum”: feccia. 

Una guerra accademica contro Israele è combattuta nelle migliori università europee e americane. La libertà di parola è concessa a tutti nelle università europee, compresi gli islamisti, ma non ai docenti israeliani, intimiditi, isolati, esecrati, spesso cacciati. Di recente, per citarne soltanto un esempio, una delle più gloriose e storiche associazioni accademiche statunitensi, l’American Studies Association, ha votato il boicottaggio di università e scuole superiori israeliane. La mossa porterà all’annullamento di ogni rapporto accademico e culturale con lo stato ebraico. Prevede che i professori cancellino ogni collaborazione con gli insegnanti e gli istituti israeliani. 

Asher Ben-Natan, primo ambasciatore di Israele in Germania, mentre teneva una conferenza all’Università di Monaco negli anni Sessanta fu interrotto violentemente da attivisti del boicottaggio. Su un poster appeso nell’auditorium si leggeva: “Solo quando le bombe esploderanno in cinquanta supermercati  israeliani potrà esserci la pace”. Sono trascorsi quarant’anni, il boicottaggio ha compiuto un feroce salto di qualità e missili, ogni giorno, cadono sul territorio d’Israele.

Da allora, come ha scritto il giornalista olandese Paul Andersson Toussaint, “l’antisemitismo è tornato a essere salonfähig”. Una parola tedesca che riecheggiò, per la prima volta, settant’anni fa. Significa accettabile nella buona società. Una pioggia acida è scesa sulle nostre teste. Intanto, sopra Tel Aviv, il cielo è stato chiuso. Non accadeva da trent’anni.