la noia

Kierkegard afferma che la noia è la radice di ogni male. Un po’ sovradimensionato, certo, anche la rabbia e la buona vecchia paranoia qualche catastrofe l’hanno combinata, ma bisogna riconoscere che la noia ha un bel po’ di disastri sulla coscienza: alcolismo, tossicodipendenza, depressione, pornografia, disturbi alimentari, il vandalismo, i comportamenti a rischio, qualche suicidio, qualsiasi tipo di dipendenza che si rispetti e anche quelle che non vale la pena di rispettare.
Per non sbagliarsi i Padri della Chiesa hanno condannato la noia, all’epoca chiamata accidia, come vizio capitale, e non avevano tutti i torti: la noia è una gravissimo problema per l’individuo perché rappresenta una perdita di significato, e la perdita di significato è una cosa gravissima.  Ecco perché si è disposti a qualsiasi cosa pur di evitare la noia, e di qui si arriva all’affermazione di Kierkegard sulla noia radice di ogni male.
La noia compare in misura drammatica nell’800 per esplodere nel 900 e diventare una piaga sociale.
Schopenhauer, che era un allegrone, affermò che la vita dell’uomo è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Quindi visto che abbiamo messo buono il virus del vaiolo, rasserenato il batterio della peste e messo il guinzaglio a quello della tubercolosi, abbiamo meno funerali cui partecipare e ci annoiamo. La soluzione quindi è aumentare il dolore: questa deve essere la trovata degli eserciti di sado maso che hanno riempito il proprio nulla per non esserne assordati con 50 sfumature di qualche cosa e il motivo per cui qualcuno si compra il tacco 12. A un certo punto della sua vita Schopenhauer scrisse un trattato sulla felicita, per motivi che mi sono rimasti ignoti: sarebbe come se il mi mettessi a scrivere un manuale di chirurgia estetica del piede, che non è solo un argomento di cui non so un accidenti, ma è anche un campo per cui sento un viscerale non interesse.  ( La chirurgia estetica del piede è una chirurgia che consiste nell’accorciare le dita e creare cuscinetti sotto la pianta per poter portare il tacco 12. Giuro. Non me lo sono inventato. Esiste)
Altre persone hanno scritto sulla felicità: Costruire la felicità è il titolo molto pragmatico del molto pragmatico dottor Seligman, che ci informa, statistiche alla mano, che tanto più è alta la religiosità di un popolo , tanto più basso è il suo livello di depressione e di noia. Ringraziamo commossi il dottr Seligman e le sue statistiche e in effetti è un concetto ovvio.
Da un punto di vista biochimico la  noia è un crollo di neurotrasmettitori.
 
Siamo geneticamente predisposti a stare meglio se crediamo in Dio.
La religiosità è basata sull’attaccamento, quindi sulle endorfine, sull’affiliazione al gruppo, quindi sulla serotonina, sull’accostarsi continuo a qualcosa di desiderato, quindi alla dopamina. Essere atei è un dolore continuo, un essere scorticati, una perdita di significato, una terribile noia. Sia Primo Levi in I sommersi e i salvati che ogni caposala in una reparto di oncologia ci testimoniano che , qualsiasi sia il problema, le persone siceramente e fortemente credenti se la cavano meglio.
Prima dell’Illuminismo tutti andavano in chiesa. Tutto il villaggio, tutta la fattoria, tutto il quartiere mangiava di magro durante la Quaresima e ne festeggiavano la fine. Il tempo era scandito dal suono delle campane. La religiosità era nell’aria insieme all’odore della menta selvatica: impossibile non respirarla. Chiunque si ammalava riceveva l’ Estrema Unzione, che era un sacramento pubblico: mentre si avviava al letto del malato il sacerdote con i paramenti viola si tirava dietro tutti  i parenti, gli amici, i conoscenti incontrati per via, che si riunivano al letto del malato a pregare per lui tutti insieme. Pregare per gli altri era una cortesia normale, come più tardi offrirsi una tazza di caffè.
La malattia e la morte colpivano quotidianamente, vaiolo, peste, colera, lebbra, scabbia, polmonite, meningite, setticemia e reumatismo cardiaco mietevano vittime senza interruzione, e poi c’erano le guerre, i pirati barbareschi, i lanzichenecchi e un altro profluvio di Gentiluomini che in questo momento mi sfuggono.
Dio, la morte e la certezza dell’immortalità dell’anima facevano parte della quotidianità.
Ed è cominciata la noia, vale a dire la spaventosa perdita di significato. Il divertimento sembra la soluzione, ma godersi la vita non riempie il tempo ma lo lascia più vuoto che mai. La filosofia diventa tristissima, la musica diventa dodecafonica, sull’arte sorvolo, la letteratura si riempie di noia, con punte di noia pura, da Sartre a Moravia a un infinito numero di altri. Questi autori sono ovviamente terribilmente noiosi.
Con un’ eccezione. L’intuizione di Kierkegard sull’individualismo moderno come causa di infinita e irrisolvibile noia è stata intuita da uno scrittore, il quale, essendo un genio, l’ha racchiusa in libri brillantissimi. Ovviamente sto parlando di Oscar Wilde.
 segue.