islamofobia, lo psicoreato del futuro totalitario: come ha funzionato a Boston.

 

 

Ed ecco a voi la risposta alla domanda: cosa succede.

Come è stato possibile le decine di migliaia di giornalisti statunitensi abbiano obbedito come bravi soldatini, come bravi sudditi di una perfetta dittatura all’ordine di non parlare mai di terrorismo islamico, all’ordine di usare la parola ceceno al posto della parola islamico?

Ringraziamo Obama per questo incredibile miracolo: la libertà di parola, base della democrazia statunitense, base di qualsiasi democrazia da questo stramaledetto burattino è stata annientata.

Il presidente Obama ha deciso di perseguire l’Islamofobia come un crimine.

Il Presidente Obama ha nominato  Arif Alikhan — un musulmano con un curriculum per opposizione dell’antiterrorismo, — come Segretario Assistente per lo Sviluppo delle Politiche al Dipartimento della Sicurezza Interna. Ha nominato  Kare-em Shora al Consiglio Consultivo della Sicurezza Interna. In qualità di Direttore Esecutivo dell’American-Arab Anti-Discrimination Committee (ADC), Shora si è unito cospicuamente al CAIR e altri gruppi per la supremazia islamica nel fare pressioni contro le iniziative anti-terrorismo.

Il Presidente Obama ha nominato  Dalia Mogahed come suo consulente per le questioni islamiche. Nell’ottobre 2009, Mogahed ha dichiarato sulle televisioni britanniche che la maggior parte delle donne musulmane nel mondo associa la legge islamica alla «giustizia tra i sessi». Obama ha pure incluso un leader di un gruppo di facciata dei Fratelli Musulmani — Ingrid Mattson, presidente dell’Islamic Society of North America (ISNA) — tra il clero che ha nominato per pregare alla

Cattedrale Nazionale il giorno della sua inaugurazione. Obama ha pure inviato il suo Senior Adviser, Valierie Jarrett, come oratore d’apertura alla convention nazionale dell’ISNA del 2009. Huma Abedin, vice capo dello staff per il Segretario di Stato Hillary Clinton, proviene da una prestigiosa famiglia di Fratelli Musulmani. Inoltre, questi esempi non esauriscono se non in parte il livello di penetrazione della Fratellanza ai massimi vertici dell’establishment politico.

Islamofobia e Sicurezza Nazionale

La stigmatizzazione dei critici dell’Islam come «islamofobi» non minaccia soltanto la libertà di parola; causa anche enormi falle nella  difesa nazionale contro gli attentati terroristici. Nell’aprile 2009, Barack Obama ha nominato Arif Alikhan, il vicesindaco di Los Angeles, come Segretario Assistente per lo Sviluppo delle Politiche al Dipartimento della Sicurezza Interna. Mentre lavorava come vicesindaco di Los Angeles, Alikhan (che in un occasione definì il gruppo terroristico jihadista Hezbollah un «movimento di liberazione») bloccò un progetto del Dipartimento di Polizia di Los Angeles finalizzato a raccogliere dati sulla ripartizione etnica delle moschee nell’area di Los Angeles.

Non era un tentativo di condurre sorveglianza poliziesche sulle moschee.
Il Vice capo dell’LAPD, Michael P. Downing, spiegò che semplicemente si trattava di un programma per la reperibilità: «Vogliamo sapere dove si trovano i

pakistani, gli iraniani ed i ceceni al fine di poter raggiungere queste comunità».

Ma Alikhan ed altri leader islamici sostennero che il progetto manifestava razzismo ed «islamofobia,» e infine l’LAPD abbandonò ogni progetto di studiare le moschee ed ottenere preziosi contatti nella comunità islamica che avrebbero potuto prevenire attentati terroristici, incluso quello di Boston. La ricompensa per il disservizio di Alikhan fu che il Presidente Obama lo nominò per un ruolo chiave nella Sicurezza Interna, il dipartimento incaricato della gestione della difesa dell’intero Paese. E nel dicembre 2010, il Consiglio Comunale di Los Angeles passò un decreto che condanna «l’islamofobia».

L’effetto del furibondo assalto politico da parte di una società variegata che include associazioni islamiche e sedicenti associazioni antirazziste e per i diritti civili, intellettuali di sinistra e imbecilli sfusi  contro le analisi critiche sui jihadisti islamici, si è rivelato un indebolimento delle necessarie difese contro di essi, una specie di anestesia su un corpo che sta subendo un attacco mortale.

Il 5 novembre 2009, lo psichiatra dell’Esercito Nidal Malik Hasan diede alla sua vicina una copia del Corano dicendole «Sto per fare un buon lavoro per Dio».

Più tardi quel giorno,entrò a Fort Hood, Texas, dove i soldati ricevono visite mediche prima di essere dispiegati oltremare. Urlando «Allah Akbar,» Hasan tirò fuori una pistola e iniziò a sparare. Prima di essere fermato uccise tredici soldati americani disarmati e ne ferì 30.

Perché nessuno l’aveva fermato? Da più di un anno quell’uomo diceva che gli Stati Uniti devono essere puniti per aver osato opporsi all’islam. Lo diceva apertamente, addirittura aveva organizzato conferenze per dirlo. Perché chi avesse osato denunciarlo,  si sarebbe beccato l’accusa di islamofobia, la carriera bloccata e sei mesi di rieducazione all’antirazzismo, tre sedute alla settimana con una specie di via di mezzo tra uno psicologo e un sociologo che ti spiegano quanto sei cattivo. Chi è tacciato di islamofobia in USA, come già in UK, in Svezia e Norvegia esce dalla società civile. In Norvegia ci sono 3 anni di prigione. Avete letto bene. La prima ballerina del teatro lirico di Londra è stata licenziata per aver dichiarato che l’Islam è pericoloso, licenziata per razzismo.

Il primo giornalista che parla di terrorismo islamico rischia l’accusa di islamofobia.

I Musulmani «domineranno la terra del Vaticano; noi controlleremo Roma e vi introdurremo l’Islam.» Queste sono le parole dello

Sheykhsaudita Muhammad bin Abd Al-Rahman Al-Arifi, imam della moschea

dell’Accademia della Difesa Re Fahd. Il giornalista che le ha riportate alla radio canadese è stato licenziato.

Consiglio a tutti di leggersi il libro Islamofobia, lo psicoreato del futuro totalitario, di Spencer e Horowitz, che è riportato su questo blog.

È un testo fondamentale per la resistenza.

La resistenza è meglio cominciare a organizzarla adesso, perché siamo quasi fuori tempo massimo.

Comments

  1.  Vivaddio quando parlo di queste cose in famiglia non vengo guardata come se fossi una pazza.

     

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