intervista a barricate

INTERVISTA A SILVANA DE MARI – BARRICATE N. 3
 
Silvana De Mari nasce a Caserta nel 1953, vive nella campagna intorno a Torino e parla di se stessa come di “un medico che scrive”. Laureata in medicina con specializzazione in chirurgia generale e successivamente in psicologia cognitiva, ha lavorato in Etiopia come medico volontario. Nella maggior parte delle sue opere, che comprendono romanzi e saggi, l’ambientazione, l’atmosfera e i personaggi si possono ascrivere alla letteratura fantastica, sebbene l’importanza dei temi, il tenore del linguaggio, lo stile coinvolgente ma rigoroso, la profondità delle riflessioni superino i confini del genere e forniscano a diversi livelli alcune significative chiavi di lettura della realtà, sia storica sia attuale.
Attraverso il linguaggio universale del fantasy, Silvana De Mari affronta argomenti fondamentali dell’esistenza umana: diritti negati, paura, dolore, guerra, morte, ma anche conquiste, coraggio, amicizia e libertà. Al centro del suo cosmo, la donna e soprattutto il bambino.
Per alcune prese di posizione considerate non del tutto “politically correct”, l’autrice è stata accusata di intolleranza e di “eurocentrismo”. Accuse che facilmente si smontano da sole leggendo i suoi libri, che con un linguaggio epico, pieno di dolcezza e ferocia insieme, a volte crudo ma sempre profondamente lirico, si ergono contro ogni integralismo, totalitarismo, fanatismo, veicolando un potente messaggio di fratellanza universale, di compassione, di pace, e infine di amore.
 
BIBLIOGRAFIA
 
L’ultima stella a destra della luna, Salani, 2000
La bestia e la bella, Salani, 2003
L’ultimo elfo, Salani, 2004, tradotto in diciotto lingue, vincitore del premio Andersen
L’ultimo orco, Salani, 2005
Il drago come realtà, saggio, Salani, 2007
Gli ultimi incantesimi, Salani, 2008
Il cavaliere, la strega, la morte e il diavolo, Lindau, 2009
Il gatto dagli occhi d’oro, Fanucci, 2009
L’ultima profezia del mondo degli Uomini, Fanucci, 2010
Io mi chiamo Yorsh, Fanucci, 2011
La realtà dell’Orco, saggio, Lindau, 2012
L’ultima Profezia del mondo degli Uomini: l’epilogo, Fanucci, 2012
 
 
 
 
 
 
 
 
INTRODUZIONE
 
Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli delle fiabe, se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più!”. Lo diceva Albert Einstein e lo ripete con convinzione Silvana De Mari, che dissemina lungo tutta la sua consistente produzione letteraria il concetto che le persone hanno bisogno di storie.
Nei tempi passati, il poema epico e la fiaba erano le uniche forme narrative in grado di ampliare la conoscenza del mondo, mettendo in comunicazione persone appartenenti a comunità diverse anche molto distanti fra loro. La letteratura fantastica, o “fantasy”, unisce le caratteristiche di epica e fiaba, e con il suo linguaggio indiretto e metaforico penetra ed illumina la dimensione esterna e quella intima attraverso la creazione di un mondo parallelo, in cui luoghi oscuri, paure e ossessioni possono essere riconosciute, affrontate e sconfitte. Il fantasy, come le fiaba, supera la razionalità e colpisce le emozioni, rassicurando il bambino e formando l’adulto che sarà: “Proprio questo è il messaggio che le fiabe comunicano al bambino in forme molteplici: che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell’esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente le avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso." (Bruno Bettelheim, Il mondo incantato).
Nei romanzi di Silvana De Mari c’è tutto questo: fiaba, epica, mito, ma anche pensiero filosofico e metodo scientifico. E tra le pieghe della sua narrazione fantastica (e fantastica narrazione)si nasconde, per poi affiorare, la profonda magia dell’essere umano.
 
 
DOMANDE
 
       La narrazione fantastica parla indirettamente della realtà e ha il potere di mettere in comunicazione le persone. Quale percorso l’ha portata a scegliere questa forma di racconto, e con quale obiettivo?
L’aver letto Il Signore degli Anelli. Se quel libro non fosse esistito, non avrei mai scritto fantasy.
In molti manuali di letteratura inglese, incluso anche qualcuno di quelli enormi, quelli che contemplano anche autori minori, veramente minori, francamente minori, assolutamente minori gente che ha scritto non più di venti pagine e ne ha venduto non più di venti copie, ventuno con quella per la propria madre, sorvolano pudicamente su Tolkien, confinato giustappunto nel genere Fantasy, genere minore come null’altro mai, cui nessuno si è mai sognato né mai si sognerà di dare un premio Nobel. Sire Aragorn staziona in questo limbo dei libri mezzo cresciuti insieme a Skrunk, figlio di Skronk, nelle terre del dio Bronk o qualcosa del genere ( Ando Giovanni e Giacomo.)
Eppure Il Signore degli Anelli non è solo un libro di cui esistono più di cento milioni di copie: è il libro che ha modificato l’immaginario collettivo della seconda metà del ventesimo secolo.
Ci sono persone che si sono cucite un vestito con le tende della nonna, si sono fabbricate un’armatura usando lattine appiattite a martellate e hanno fatto finta di essere Gandalf o Aragorn, o Eowyn, la principessa disperata che osa mettere la sua fragilità tra un Nazgul e il suo signore.
Ci sono persone che hanno letto e riletto Il Signore degli Anelli una volta l’anno, e se accettiamo per buona la regola biologica che ogni azione di ogni creatura vivente deve avere come indiscusso scopo l’allontanarsi dal dolore o l’avvicinarsi al piacere, deduciamo che ci sono milioni di persone che traggono una qualche consolazione dal leggere e rileggere di Gandalf, Eowyn, Sam e Frodo.
Ho cominciato a rileggere il Signore degli Anelli mentre stazionavo vicino al letto numero 22 dell’Istituti di Patologia Chirurgica dell’Università di Torino, dove mio padre stava morendo mangiato vivo dal cancro. Ho continuato durante le guardie nel reparto di Chirurgia Toracica del San Luigi Gonzaga, unico chirurgo presente in un ospedale di ottocento persone. Ero appena laureata, e passavo il tempo a sperare che non arrivasse niente che fosse troppo al di sopra delle poche cose che ero certa di sapere e delle pochissime che ero certa di saper fare. Passavo le notti a sperare che nessuno avesse un pneumotorace iperteso, che è l’incubo del chirurgo dilettante, perché va drenato posizionando un tubo nel torace del paziente aprendo con il bisturi tra una costola e l’altra e non c’è il tempo di telefonare a uno più bravo che venga a dare una mano. Lo so che è un po’ stupido, e anche un po’ infantile, ma quando il pneumotorace iperteso è arrivato, era una delle mie prime guardie, e sono riuscita a ficcare il mio tubo dove e come dovevo nei pochissimi minuti che separavano il paziente dalla morte per asfissia e spostamento del mediastino, mi sono sentita sire Aragorn alla battaglia del fosse di Elm.  
L’ ho letto ancora, non tutto, solo Sam e Frodo che si trascinanosul Monte Fato e che continuano a mettere i loro passi uno dopo l’altro, anche se non hanno nessuna possibilità di riuscire, che se sanno che falliranno e che è per questo fallimento che immoleranno la vita, quando avevo paura di aver contratto una pericolosa infezione in gravidanza.
 
 
       Nei suoi romanzi e nei suoi saggi emerge il punto di vista di una scrittrice dalla cultura poliedrica (medico, volontaria internazionale, psicoterapeuta). Che peso ha, accanto al fantastico, il pensiero scientifico che, insieme a quello filosofico, la contraddistingue nel panorama del fantasy?
Ha un peso molto grande, esattamente come è stato molto importante che Primo Levi fosse un chimico: solo lui poteva scrivere Il Sistema Periodico, solo un chimico poteva avere la sua attenzione nel pesare in milligrammi i diversi sinonimi, così da trovare sempre quello perfetto. Solo un professore di storia e lingue antiche poteva scrivere il Signore degli Anelli.
Il mio pensiero di medico, cioè di una persona che ha sempre chiaro che ogni azione nasce all’interno di un cervello, e quello di ricostruire le motivazioni.
 
       In una recente intervista ha detto che Il poema epico contiene valori maschili, mentre la fiaba contiene valori femminili. Può spiegarci cosa intende esattamente?
Il poema epico contiene valori maschili, il poema epico contiene il coraggio, la lealtà e la cavalleria. Con questo non voglio dire che noi femminucce siamo tutte delle vigliacchette, ma il coraggio è una virtù virile, ci va il testosterone; mentre la fiaba contiene valori femminili, la fiaba contiene il desiderio di una donna di essere amata, la fiaba contiene il piacere di un bambino di essere amato, la fiaba contiene il dolore dei bambini non amati. La fiaba è l’unico contenitore che per secoli ha osato contenere la persecuzione dei bambini.
 
 
          La figura del “leader”, così presente in alcuni suoi romanzi (mi riferisco soprattutto alla saga che ha avuto inizio con “L’ultimo elfo”) appare come un punto di riferimento, un modello in cui riconoscersi e a cui affidarsi. Secondo lei il nostro tempo ha bisogno di un capo carismatico? Non c’è il rischio che la società civile, i cittadini, siano spinti a delegare tutto, cullati dalla comodità della deresponsabilizzazione?
La deresponsabilizzazione e il rischio grave della nostra epoca: il sogno di uno Stato che risolva tutti i nostri problemi. Quest’idea è sempre disastrosa. Sono profondamente liberale, il che vuol dire che credo in uno stato che si occupi del minor quantitativo possibile di cose. Lo Stato non è Dio. Lo Stato non è un semidio. Lo Stato un insieme di burocrati che non sempre devono rendere conto delle loro azioni. La libertà, la dignità, l’etica e la cultura non appartengono Stato ma a ogni singolo cittadino. La differenza tra Stati liberi Stati totalitari e che gli Stati liberi sono insieme ai cittadini, mentre nello Stato totalitario il cittadino è un frammento dello stato. E proprio mentre combatte per la libertà e la dignità del cittadino bisogno di un leader, ma attenzione, il primo leader di ognuno deve essere lui stesso. Il ventesimo secolo è stato un secolo disastroso perché grazie alla comunicazione la parola del leader arriva ovunque e le caratteristiche del grande leader, sicurezza, fede in sé stesso, sono simili alla fanatica mancanza di dubbio e alla fanatica fede il sé stesso di alcuni tipi di personalità psicotica.
 
          Machiavelli scriveva che per un buon governo sono necessarie allo stesso tempo razionalità e istinto, e fa l’esempio, lampante, del centauro metà uomo e metà bestia. Il mio pensiero corre alla figura Rankstrail… In che modo oggi un governo potrebbe dirsi completo ed efficace? Quali compresenze sono necessarie secondo Lei?
 
 
Il coraggio di proteggere la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, sempre, senza margini di dialogo,  e il coraggio di non permettere mai alle tasse di superare il 28%.
Se la Dichiarazione è violata il cittadino diventa uno schiavo, se la tassazione supera il 30 % il cittadino diventa uno schiavo e l’economia si ferma.
 
Il rispetto per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Quella dichiarazione è stata violata, annientata, distrutta il 2 agosto 1990, quando l’Onu l’ha equiparata alla libertà dell’uomo islamico di seguire la Umma, come stabilito al congresso de il Cairo da 54 nazioni islamiche. Da quella data la libertà di parola è stata annientata, perché la Umma ordina di perseguire la blasfemia e l’apostasia. Da quella data è legale, secondo l’Onu, la lapidazione delle adultere. Non avete mai sentito l’Onu bacchettare l’Iran perché lapida le bambine di 12 anni e permette matrimonio di quelle di 10. E mai lo sentirete. Per la cronaca la lira in questo momento presiede la commissione Onu diritti della donna. Quella equiparazione ha segnato la condanna a morte per le minoranze non islamiche nei paesi islamici, ma anche per parecchie minoranze islamiche. La settimana scorsa ero all’Onu di Ginevra a parlare contro la legge che punisce la blasfemia, non ero stata invitata dagli islamici del Kachemire, che non possono più di essere sotto l’arbitrio della teocrazia. Il governo decente di uno stato decente dovrebbe uscire dall’Onu.
La seconda cosa che uno Stato deve fare per riconoscere la libertà del cittadino una delle quali è poter disporre del denaro guadagnato. Le tasse devono servire solo per i servizi essenziali e non devono essere tali da dissanguare il cittadino e bloccare l’economia. Non è vero quello che continua ripete ossessivamente la radio la televisione, la causa del disastro dell’Italia è nell’evasione fiscale. La causa del disastro lo sperpero che a livello statale, provinciale, ma soprattutto regionale viene fatto del denaro pubblico con un’indifferenza agghiacciante. Lo spiego in parole molto semplici: chiunque apra un qualsiasi tipo di impresa in Ucraina paga il 18% di tasse, in Polonia il 21, in Austria il 25, in Svezia il 34, a fronte dei servizi sociali ineccepibili, in Italia 46. Questo vuol dire che nessun imprenditore può riuscire a sopravvivere in una nazione con questo livello di tassazione e che la prossima generazione sarà costituita da miserabili e disoccupati, e che coloro che trovano lavoro non ricevono una paga sufficiente per poter affittare una casa e acquistare un’auto . Le tasse vengono imposte in cambio di servizi: peccato che io consideri più della metà dei servizi che mi impone lo Stato italiano una vera catastrofe. Prima si calcola quanto si può ricavare da una tassazione che non può superare il 25% perché poi l’economia muore, poi si fanno i servizi che si può con il denaro che si ha. I totalitarismo fanno il contrario: prima si fanno i servizi, poi si presenta il conto: come Luigi XIV per Versailles. Tra i servizi che mi impone allo Stato italiano ci sono i 40.000 forestali la Calabria, un numero di spazzini nella città di Napoli superiori a quelli della città di New York, il fatto che la regione Sicilia abbia 100 volte gli impiegati della regione Lombardia e che nessun governatore di regione deve rispondere dei suoi deficit. Ad Altamura uno spettacolare avveniristico ospedale aspetta da 3 anni di essere inaugurato mentre i suoi macchinari si deteriorano. Quanti imprenditori si sono suicidati perché non avevano abbastanza denaro per pagare i propri impiegati e le tasse? Un imprenditrice mia amica ha pagato le tasse con otto mesi di ritardo, non poteva pagarle perché non aveva a sua volta ricevuto i pagamenti che lo stato le doveva. Gli interessi sono stati tali che lei è fallita: i suoi impiegati sono disoccupati e lei, che è riuscita a trovare un impiego, per i prossimi 20 anni dovrà pagare 600 euro al mese allo stato, il suo debito esasperato da interessi folli, cioè è diventata una schiava. Le Regioni osano avere una vera propria politica estera, finanziando con denaro pubblico una specie di ambasciate, prendendo presso decisioni carissime e anomale e in contrasto con quelle del governo centrale. Una nazione deve avere sempre un solo Ministro degli Esteri. Ma soprattutto con il denaro delle tasse sono costretta a finanziare tutti coloro che sono tanto buoni, una serie di ONLUS che agiscono fuori dall’Europa con individui nella migliore delle ipotesi molto sprovveduti, che combinano disastri su disastri.
L’etica appartiene alla sfera privata dell’individuo, non alla stato.
Alla sfera privata del cittadino appartiene la cultura, anche perché chi stabilisce cosa è cultura e cosa non lo è? E’ pericoloso uno stato mecenate: gli artisti di corte vengono avvantaggiati, i dissidenti esclusi dal gioco.
Voi non avete idea del fiume di denaro pubblico, sperperato come fosse liquido senza valore per manifestazioni culturali o sedicenti tali.
Non ce lo possiamo permettere.
Uno stato si occupa di scuola , esercito, polizia, carceri e ospedali.
Il resto solo se se lo può permettere.
 
          L’alleanza tra orchi e uomini finalmente riuniti insieme dopo guerre, odio e distruzione, può alludere alla possibilità di una convivenza pacifica tra popoli diversi? Ad una fratellanza universale?
 
          Il messaggio dei miei libri e che gli orchi si fermano militarmente. Una volta che si è arrivati allo stupro etnico e all’uccisione intenzionale del bambino, non ci sono più margini di dialogo, resta solo l’onore delle armi. I disarmati sono alleati del mostro, corresponsabili delle atrocità che non hanno avuto il coraggio di evitare con l’onore delle armi. Gli orchi devono essere fermati, militarmente, perché l’unica maniera per salvare loro oltre che per salvare gli innocenti. Dopo che sono stati fermati, militarmente, dopo che sono stati battuti, ci si ricorda che sono fratelli. L’esempio è il piano Marshall che ha salvato dalla fame Germania, Italia. Ma Bucklenvald è arrivato un carro armato a ristabilire la decenza dell’umanità.
 
          Nei suoi romanzi ricorre il concetto che “un popolo che si lascia disarmare è un popolo morto”. Come possiamo interpretare questo pensiero oltre il suo significato letterale?
 
Il suo significato letterale è quello buono.
 
          È utopistica la speranza di un disarmo universale? Cosa pensa del pacifismo e della nonviolenza?
 
L’idea del disarmo universale non è solamente un’idea sbagliata, è un’idea malvagia.
Il male si traveste da bene per trascinarlo nel baratro.
Molte persone in buona fede credono in questa idea che è stata propagandata con fiumi di denaro e un’infiltrazione capillare, esattamente come milioni di persone hanno pensato in buona fede che gli ebrei fossero i portatori di ogni male e che le streghe esistevano. Un’idea folle ripetuta ossessivamente viene creduta.
I miei personaggi amano appassionatamente la pace, come ogni essere umano perbene, ma sanno che libertà e dignità devono essere protetee con le armi.
In termini più tecnici il disarmo è un caso di ipersoluzione: la soluzione eccessiva che causa un disastro maggiore: il genocidio, l’asservimento.
Sono i popoli disarmati possono essere massacrati, incatenati nel buio, privati della libertà e della dignità. Il disarmo va pari passo col genocidio. E’ un’idea malamente e ridicolamente utopistica, è disastrosamente utopistica. Sul pacifismo non posso che condividere il giudizio di George Orwell: sono puro fascismo. Come sempre aveva ragione lui. Dietro i movimenti pacifisti che hanno cercato di disarmare le grandi democrazie che cercavano di opporsi a Hitler c’erano il denaro e la propaganda hitleriana. C’era Goebbles.
Poi è il pacifista Stalin che sovvenziona i movimenti pacifisti sulle cui parate sventolano le stesse bandiere rosse che sventolano sulla piazza Rossa quando sfila l’esercito sovietico oppure sui gulag, dove milioni e milioni di innocenti vengono massacrati tra sofferenze indicibili. Ora è l’Arabia Saudita che finanzia i movimenti che agiscono con una schizofrenia che sarebbe comica se non fosse atroce, il tema sempre presente dei due pesi, due misure, un affetto assoluto per le dittature, un amore incondizionato per il terrorismo.
La non violenza di cui parlano Ghandi e Martin Luther King, se qualcuno si è preso il disturbo di leggerli, è un sistema geniale di lotta utilizzabile solo all’interno di democrazie con un’opposizione e dei giornali liberi, Gran Bretagna e Usa, per ottenere leggi civili senza spargimento di sangue.  Gli orchi si fermano militarmente: quando un popolo è arrivato allo stupro etnico e all’assassinio intenzionale del bambino, cioè ad uno stato di psicosi di massa, la non violenza vuol dire complicità con il mostro.
Il genocidio non è pensabile se un popolo è armato. Prima di asservire un popolo occorre disarmarlo.
Il disarmo si basa su un’informazione sbagliata: l’essere umano è normalmente buono.
L’essere umano è normalmente feroce, se così non fosse non avrebbe superato l’evoluzione, e in più ha un cervello molto complesso, e quindi fragile. Bisogna sempre calcolare le psicosi. Esemplare il caso del massacro di Oslo. La Norvegia è un paese disarmato, ma è sempre possibile procurarsi un’arma. Il folle spara e la polizia impiega un tempo folle per intervenire. Centinaia di ragazzi erano su un isola senza un uomo armato di sorveglianza. Quando il folle spara e spara, i maschi, gli uomini si nascondono e scappano. Non hanno fatto il servizio militare, disprezzano le armi, sono tanto buoni. Sull’isola c’erano ragazzi, ragazzini e donne, che gli uomini avrebbero dovuto proteggere. Gli uomini non hanno difeso nessuno, non hanno nemmeno tentato un’azione di difesa. Sull’isola c’erano benzina, alcolici e accendini. Bastava rovesciare benzina per terra lungo un linea, dare fuoco, creare un muro di fiamme e fumo e mettere i ragazzini al riparo negli edifici barricandosi dentro. Nessun uomo di questo popolo disarmato ha tentato nulla, terrorizzati dagli spari non hanno protetto nessuno.
Il paese più armato, quello con il maggiore quantitativo di armi in mano a civili è la Svizzera. In Svizzera è obbligatorio che ogni uomo adulto abbia in caso un mitragliatore da guerra con un caricatore, fa parte del servizio militare permanente. La Svizzera ha una belligeranza bassissima, la più bassa del mondo.
Un paese con un bassissimo numero di armi è il Rwanda, dove un milione di persone sono state sterminate in tre mesi con i machete, strumenti agricoli.
Non sono le armi che uccidono.
Sono gli uomini dove la Dichiarazione universale è violata.
La soluzione non è il disarmo che, è evidente, favorirà i peggiori, ma un’etica della forza, e il rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti degli Uomini.
 
          La Sua narrazione destruttura ogni stereotipo e tutti i singoli soggetti riconquistano la propria verità e complessità. Credo che una delle Sue doti più straordinarie e rare come scrittrice sia riuscire nel difficile compito di far parlare i personaggi con la loro voce in maniera assolutamente credibile e per questo estremamente coinvolgente. Come fa?
E’ un vantaggio dell’essere medico. Le persone mi raccontano le loro storie, e come funzionano le loro menti
 
          Nei suoi romanzi non c’è una distinzione dicotomica tra bene e male: i personaggi e la realtà risultano sfaccettati e ritratti in tutta la loro complessità, umana, orca, nanica o elfica che sia. Forse però una figura si erge sulle altre: l’ultimo elfo potrebbe essere una figura simbolica portatrice di un futuro di pace? Potrebbe rappresentare allegoricamente l’ideologia della comprensione, dell’accettazione, della convivenza civile tra i popoli?
In un certo senso sì, ma anche lui, con la morte del cuore è costretto a uccidere, ma in tutti i casi  lui viene ucciso. E’ Rankstrail quello che proteggerà i popoli e li porterà alla convivenza.
Grazie all’Ultimo Elfo Rankstrail capirà l’etica, ma l’etica sopravvive perché protetta dalla sua spada.
 
          Ma se gli elfi, proprio a causa della comprensione e della compassione, si estinguono perché non possono sopportare il dolore del mondo, quale speranza allora, quale il valore supremo, se esiste?
La speranza è l’uomo.
La speranza siamo noi, feroci, violenti brutali, idioti, geniali, misericordiosi, una razza selezionata a caso dalla storia e dal dolore.
 
          Due curiosità da lettrice: quali riferimenti reali si nascondono dietro alle diverse stirpi? Quali sono i riferimenti culturali? A quali eventi storici accaduti e situazioni esistenti nella contemporaneità si riferisce maggiormente?
 
Mi riferisco a eventi storici accaduti nel medioevo: la fusione della spiritualità evangelica, l’aria, della filosofia greca, duttile come l’acqua, del pragmatismo romano, la terra, e della violenza e della passione dei barbari, il fuoco. Siamo una civiltà spirituale duttile pragmatica violenta. Il vaiolo non esiste più perché noi lo abbiamo annientato.
 
 
          I volumi della saga fanno parte di un progetto unitario pensato preventivamente oppure il progetto si è sviluppato nel tempo ed è cresciuto insieme a Lei?
La storia in grandissime linee è nata tutta insieme: il nucleo centrale dell’epilogo è stato scritto nel 2004 insieme all’ultimo elfo. Quello di cui non avevo assolutamente idea era che la lunghezza reale che avrebbe assunto la saga. Nell’ambiente originaria avrebbero dovuto essere solo tre libri.
 
Come si colloca nel panorama della letteratura italiana contemporanea?
Non mi sono posta il problema.
 
          La letteratura per ragazzi si rivolge ai destinatari più alti e puri, tuttavia è ancora penalizzata da un alone di prevenzione, come se proponesse sempre e solo versioni semplificate della realtà. Personalmente credo che i non siano i bambini a rappresentare un limite, ma ciò che generalmente si pensa di loro. Con i bambini spesso si gioca al ribasso, invece sono una risorsa da cui prendere spunto per crescere davvero. Cosa ne pensa?
Penso che un libro per ragazzi sia in realtà un libro anche per ragazzi: se è buono per un dodicenne è buono anche per un sessantenne, mentre non è vero il contrario. La cosiddetta narrativa per ragazzi e l’unica che contiene ancora grandi valori: la lealtà al coraggio la cavalleria. E l’ultimo grande fondamentale valore: la fede nella vita.
 
          Lei ha cominciato a pubblicare con una casa editrice per ragazzi per poi passare a una per un pubblico universale. Da cosa è stata dettata questa scelta?
Ambedue le case editrici pubblicano sia per ragazzi che per adulti. È stata una scelta dettata da altri motivi.
          Che pubblico ha in mente quando scrive? È cambiato nel corso del tempo?
Non penso al pubblico, penso alla storia. Ho voglia di raccontare la storia. La Bestia e la Bella era nato come racconto per adulti, ed è diventato un libro per ragazzi.
 
 
          I ragazzi molto giovani possono davvero affrontare temi e linguaggi forti, crudi, violenti?
Se rileggiamo la fiabe dei fratelli Grimm ci rendiamo conto come le narrazioni dell’infanzia debbano contenere paura, collera e vergogna e violenza. Lo scopo delle narrazioni è di permettere di elaborare le emozioni negative, conoscere la violenza per non esserne annientati al momento della vita in cui si incontrerà di nuovo.
 
          Ragazzi e adulti recepiscono in modo diverso i suoi messaggi?
Credo che ogni persona interpreti in maniera diversa quello che legge, è la potenza della letteratura.
          De Il gatto con gli occhi d’oro ha detto che è il suo libro più importante e più bello. Vuole spiegare anche a noi di Barricate per quale motivo?
Più importante, non più bello. Mi permette di parlare delle mutilazioni sessuali e fare qualcosa. A ottobre uscirà in Francia.
 
          Come ha inciso nella sua scrittura la sua esperienza di medico e di volontario in Etiopia?
In Etiopia mi sono resa conto della straordinaria bellezza che può avere il mondo, della spettacolare potenza della spiritualità biblico evangelica, della ferocia criminale di Benito Mussolini che gasò villaggio con gas neurotossico: l’episodio entusiasmò talmente il dittatore Saddam Hussein, che, lo ha dichiarato al suo processo, fece gasa i villaggi curdi nel marzo dell’83, sempre con gas neurotossici, solo per imitare Mussolini. Mi sono resa conto che in molti casi la decolonizzazione era stato un fenomeno criminale come la colonizzazione: in Etiopia un dittatura di stampo stalinista sterminò un milione di  contadini in marce della morte.
 
          Il mondo, ora come in passato, è devastato da guerre, genocidi, libertà represse e diritti negati. Come diventare, oggi, contemporanei operatori di pace?
Se vi procurate una calcolatrice scoprirete che non c’è mai stata così poca violenza come in questo periodo. Non esiste più il vaiolo, non esiste più la peste, la mortalità infantile è stata abbattuta, le derrate alimentari moltiplicate.
Cominciate ad essere fieri di essere uomini, di appartenere a questa umanità imperfetta e violenta che dopo secoli di lacrime e sangue sta creando la comprensione dell’altro per la prima volta nella storia.
E poi avete la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Nessuno sconto al terrorismo, nessuno sconto alle dittature, nessuno sconto alle violazioni, nessuno sconto a chi sposa una bambina di 8 anni, a chi ne mutila una di cinque, a chi ne lapida una di dodici.
Imparate l’intolleranza: chi tollera tutto è un connivente, un complice.
E poi imparate a combattere.
Se un giorno vedrete una marcia della morte, le donne violentate e bruciate con il cherosene, (Turchia 1915), i bambini usati per folli esperimenti medici ( Germania, 1944/45), i villaggi di cadaveri smembrati con il machete ( Rwanda) le chiese bruciate con i fedeli dentro ( Nigeria) dovrete essere in grado di combattere militarmente.
 
 
 
          È evidente nei Suoi libri l’attenzione verso le donne. Per alcune Sue prese di posizione contro la condizione femminile nella religione islamica è stata duramente criticata e accusata di intolleranza. Come ha reagito?
Mi sono sentita molto fiera. I miei articoli sono riportati anche sul sito dell’Unione Donne Marocchine Italiane, e vi do la mia parola sono moltissime le donne di origine islamica che sono venute in Europa a cercare libertà e invece hanno trovato i tolleranti multiculturalisti che le restituiscono alla loro prigione, come li definisce l’iraniana Chahdortt Djavann gli utili idioti che lasricano con le loro buone intenzioni gli inferni altrui.
          Il relativismo culturale e il muticulturalismo, formule moderne per descrivere un mondo di convivenze tra persone diverse, possono avere anche un risvolto negativo o pericoloso?
Il multiculturalismo è la più feroce e insensata forma di razzismo che l’Europa abbia prodotto dopo la tragedia nazista, e, se non lo fermiamo, avrà conseguenze altrettanto atroci.
Nell’ora dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario (George Orwell).
Mi fa enormemente piacere che medici di origine islamica siano inscritti all’ordine dei medici di Torino. Uno di loro ha salvato la vita del mio amato marito, oltre che di innumerevoli altri pazienti, con la sua perizia nell’angioplastica coronarica. Sono estremamente felice quando vado a parlare dei miei libri nella scuole e dopo, quando i ragazzini vengono a farsi firmare le copie, nelle dediche, scrivo nomi come Abdhul e Fatima. Proprio perché L’Europa sta accogliendo persone di civiltà diverse, proprio perché stiamo formando una nazione multietnica, una nazione arcobaleno, somma di civiltà diverse, la cultura cui tutti obbligatoriamente si adeguano deve essere rigidamente una sola. Il multiculturalismo è il contrario dell’integrazione. Nel’integrazione le persone immigrate si adeguano e si integrano alla cultura che li accoglie, che verrà modificata nella sue parti più esterne, diventando più variopinta, ma non deve essere toccata nella sua struttura. Nel multiculturalismo culture diverse stanno una di fianco all’altra senza possibile integrazione, ognuna rinchiusa nel suo rancore e nel suo vittimismo, senza integrazione. Dove non c’è integrazione il fenomeno non è migratorio, ma si tratta di un’invasione. Il popolo di accoglienza sta perdendo la sua cultura.
La cultura dell’Europa è la cultura:
1-      la cultura che afferma la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, senza nessuna possibile accezione e deroga.
2-      la cultura che afferma la parità giuridica tra uomo e donna, dove quindi sia impensabile che il diritto di famiglia delle famiglie musulmane sia giudicato in maniera differente da quelle non  musulmane, come sta attualmente avvenendo nella multiculturale Gran  Bretagna dove il diritto di famiglia delle famiglie islamiche è giudicato da tribunali di famiglia islamici, secondo la sharia e non secondo la legge inglese. Dobbiamo creare un’Europa dove sia impensabile che ginecologi maschi non possano seguire partorienti, cose sta normalmente succedendo nelle multiculturali Francia, Svezia e Gran Bretagna e nel multiculturale Belgio. Dobbiamo creare un’Europa dove sia impensabile che siano equiparate alle scuole pubbliche scuole private dove si insegna l’inferiorità biologica ed etica della donna rispetto al’uomo, come normalmente avviene nelle multiculturali Gran Bretagna, Belgio e Norvegia. Dobbiamo creare un’Europa dove sia impensabile che donne non islamiche siano costrette a indossare il velo islamico quando entrano nei quartieri islamici, come le poliziotte inglesi, alle quali già da due anni è stato assegnato il velo islamico d’ordinanza. Dobbiamo creare un’Europa dove non sia pensabile che donne non islamiche, come le addette alla sorveglianza e al salvataggio di piscine pubbliche, statali o comunali, le bagnine, siano costrette a indossare indumenti che le coprano interamente, inclusa la testa, il cosiddetto burkini, nelle ore in cui la piscina è di utenza islamica.
3-      la cultura che afferma la parità di dignità indipendentemente dalla religione, e che sia quindi impensabile che alcuni siano ritenuti inferiori da altri, infedeli, e quindi privi del rispetto, e che l’autorizzazione alla mancanza di rispetto venga insegnata in scuole parificate, come avviene attualmente nella scuole islamiche in Gran Bretagna, Belgio e Norvegia, dove vengono usati libri di testo che sanciscono l’inferiorità e la malvagità del popolo ebraico e di tutti i suoi appartenenti. Queste scuole sono in tutto e per tutto parificate alle scuole statali. Un bambino di 8 anni, Aaron si è appena suicidato perche i bambini di origine pachistana lo aggredivano in quanto bambino ebreo.
4-      la cultura che afferma l’integrità della persona umana, e che vieti qualsiasi  mutilazione. Dove quindi sia espressamente vietato che in scuole private islamiche parificate venga insegnato il taglio della mano e del piede ai ladri, con libri di testo editi in Arabia Saudita come sta attualmente accadendo in Gran Bretagna e Belgio.
5-      Una cultura che garantisce la sicurezza e la pari dignità alle persone che vivono la loro sessualità con persone dello stesso sesso. Deve essere impensabile su suolo europeo che a un omosessuale iracheno, che nel suo paese di origine è condannato a morte, sia espulso dalla Norvegia perché “deve adattarsi alle regole sociali del suo paese”. Non può essere tollerato su suolo europeo che vengano parificate scuole dove si insegna l’inferiorità degli omosessuali e se ne raccomanda l’impiccagione. ( Gran Bretagna, Belgio)
6-     La cultura dell’Europa, quella cui tutti devono integrarsi, è la cultura che garantisca il diritto della adultere a non essere lapidate. Sapete anche io ho ritenuto per anni, era questa la vulgata corrente, che la convivenza fosse possibile, anzi auspicabile, che multiculturalismo fosse una bella parola. Ricordo qualche anno fa, alla televisione della Svizzera Francese un signore distinto che parlava un francese impeccabile, Hari Ramadan, fratello del più noto Taric, spiegare che la lapidazione dell’adultera è una necessità, una necessità dolorosa, certo, una pratica penosa, certo, ma indispensabile. I commentatori svizzeri annuivano gravemente. Mi sono resa conto che il distinto signore con il suo impeccabile francese parlava anche di me. Ecco, è tutto qui. Prima di sposarmi io e il amato marito, quello salvato dall’angioplastica, abbiamo fatto un bel po’ di birichinate. Quindi anche io rientro nel numero delle adultere. Il distinto signore spiegava come sia giusta la mia morte e i due idioti annuivano. Bene signori, la mia spassionata opinione è che chiunque trovi corretta la mia esecuzione è un maledetto e ridicolo cialtrone e come tale vada trattato. Voi siete disposti a tollerare la mia lapidazione? No? Quella di qualcun altro? Nemmeno. E allora anche voi siete contrari al multiculturalismo.
Alziamoci in piedi e gridiamolo. Gridiamolo insieme agli intellettuali islamici, quelli veri Salman Rushdie, Hirsi Ali, Chahdortt Djavann, Souad Sbai: sono tutte persone che girano con la scorta e rischiano la vita e ci informano come il delirio multiculturalista stia condannando a morte i dissidenti dell’islam e la loro speranza di vivere liberi.
          La cultura dell’Europa, quella cui tutti devono integrarsi, è la cultura che garantisce il diritto di una donna di scegliere il proprio sposo e dato che la scelta è una capacità adulta, la sposa deve essere una donna e non una bambina. La cultura dell’Europa, quella cui tutti devono integrarsi, è la cultura che vieta lo stupro. Stupro è anche l’introduzione del pene di un uomo nella vagina di una donna o, peggio, di una ragazzina o di una bambina con il consenso dei genitori di lei, dell’iman, della cognata, dei cugini, dei fratelli, of course, ma non della proprietaria della vagina. Quando la proprietaria della vagina non è contenta, non consenziente, si chiama stupro. La cultura europea cui TUTTI coloro che hanno l’onore di mettere i piedi su questo continente devono uniformarsi, altrimenti sono invasori e non immigrati, afferma  che si sposino donne, e non bambine, e che siano consenzienti. Non deve succedere come normalmente succede su suolo italiano che una quattordicenne nata in Italia, dopo l’esame di terza media sia data in sposa a un cugino pachistano mai visto prima. Non deve succedere, come sta succedendo nella multiculturale Gran Bretagna che centinaia di bambine di 8 anni siano già spose, e vadano a scuola con la divisa scolastica, gonna scozzese, camicia bianca e velo, che copre lo scempio di una deflorazione oscena e ignobile.
          La cultura dell’Europa, quella cui tutti devono integrarsi, è la cultura che garantisce il diritto di seguire la propria fede e dichiarare le proprie idee senza essere minacciati di morte, diritto negato a tale signor Ratzinger, by the way il capo della cristianità cattolica, condannato a morte da ben più di una fatwa dopo il discorso di Ratisbona. Quel discorso è stato pagato lacrime e sangue. E l’infinita schiera degli aspiranti servi, il termine corretto è dhimmi, lo ha definito provocatorio. Stupidamente provocatorio. Follemente provocatorio. In quale parte della Dichiarazione dei Diritti dell’’Uomo è scritto che è buona cosa limitare la libertà di parola per non offendere la suscettibilità altrui?  Da quando la suscettibilità è un diritto umano? A proposito del discorso di Ratisbona, voi ricordate che l’intellettuale francese Robert Redeker per un unico articolo pubblicato su Le Figaro è stato condannato a morte da cittadini islamici, tutti di seconda o terza generazione, e deve vivere come un fantasma, esattamente come di seconda generazione erano i criminali assassini che hanno guidato gli aerei l’11 settembre, l’assassino di Theo Van Gogh, gli assassini di Londra?
L’assassinio di Theo Van Gogh: vogliamo parlarne? L’80 % degli iman delle moschee europee ha approvato esplicitamente quell’assassinio. Il restante 20 % ha affermato che se esistesse una legge che punisce penalmente chi osa mancare di rispetto all’islam, il doloroso episodio sarebbe stato evitato.
          Siete convinti che la libertà di parola debba essere assoluta, che sia un diritto inalienabile dell’individuo sia di esprimere le sue idee? Le risposte possibili sono due
– SI
– NO
Non ci sono altre risposte.
Avete messo la crocetta sul SI?
Allora siete contro il multiculturalismo.
 
 
          In che modo la letteratura, oggi che paradossalmente gli scrittori sono più numerosi dei lettori, può concorrere alla costruzione di una società più giusta?
Raccontare storie, da sempre, aumenta l’intelligenza emozionale, cioè la comprensione dell’altro.
 
          Silvana De Mari, come Rankstrail e come Rosalba, Lei “combatte con quello che ha”. Quale sarà la sua vittoria?
Un mondo dove le donne saranno libere, e gli uomini anche, dove la Dichiarazione Universale sia rispettata. Una volta salvata quella il resto viene da solo.