intervista

10 anni vissuti fantasiosamente.
L’avventura è cominciata nel 2003, 10 anni fa, la mattina del primo dell’anno, erano le 7 del mattino, faceva un freddo porco e io stavo portando fuori il cane, che era una cagnolina e si chiamava Favola. È una cosa bellissima essere fuori alle 7 del mattino del primo dell’anno. Solo noi proprietari di cani abbiamo il privilegio. Se non fosse che il cane deve assolutamente uscire, altrimenti fa pipì sul tappeto, col fico che ce ne usciremmo dai nostri lettini caldi e ci perderemmo questa meraviglia: un mondo gelato e nebbioso, con le strade deserte e i passeri che si contendono le briciole del panettone e un anno che aspetta di essere vissuto.
Quel’è stata la miccia?
Mentre camminavo con il cane, Yorsh è arrivato, completo di nome. La usa vita, e la sua morte anche si sono formate nella mia testa. Yorsh era l’ultimo, l’ultimo della sua gente. Yorsh è venuto ed essendo un ultimo, mi ha ricordato altre storie che avevo ascoltato, bambina, mentre accompagnavo mio padre nelle sue lunghe passeggiate, insieme a un altro cane. 
Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste, la città italiana ai confini con la Jugoslavia.
Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. Il cane e io lo accompagnavamo, in queste marce, che spaziavano dalle scogliere alle montagne del Carso, passando dalle strade della città e dai moli del porto. Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano, assicurandomi che nei tempi passati erano esistiti davvero.
E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito? Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano. 
Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare. Le Foibe di tutta la Croazia un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi, non sapremo ami quanti. Mio padre mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di concentramento sul suolo italiano, che non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più incomprensibile.
In realtà non è nella storia del mondo, ma in quella dell’infanzia che esiste un periodo magico, dove fate e gnomi si inseguono. Quando la magia scompare, lascia il posto alla Storia, quella di Giulio Cesare e Carlo Magno, dove le fate sono state chiamate streghe e hanno avuto veri roghi nel loro destino, e dove è potuto succedere che interi popoli siano scomparsi, come già mio padre mi aveva spiegato allora e come ancora scopersi dopo, nelle desolate lande africane. 
Quando ero già medico ho contratto la varicella: mi ha immobilizzato in casa il tempo necessario perché le mie vescicole sparissero, così da essere certi che non potessi contagiare i pazienti.
Mi ha salvato dalla noia mia sorella, portandomi un curioso libro di più di 1000 pagine, con sulla copertina un campo verde e una staccionata, che parlava di elfi, nani orchi e un potentissimo anello, ( avete capito vero?),libro che non avrei mai neanche toccato, se solo avessi avuto qualcosa di meglio da fare: ero molto giovane, allora, e nutrivo per le fiabe il disprezzo totale che hanno coloro che le hanno lasciate da poco.
Fortunatamente non aveva nulla di meglio da fare.
Come si costruisce storie che si sviluppano storie che si sviluppano in centinaia e centinaia di pagine?
Prima scrivo l’inizio e poi la fine. Uno deve sapere dove si va a parare. La fine de L’Ultima Profezia esiste dal 2003, è stata scritta contemporaneamente a L’Ultimo Elfo. Dopo che si è stabilito da dove si parte e dove si arriva scrivo le scene madri, quelle che ho chiare in testa, quelle che vedo bene, come se fossero un film. E che hanno come un film, una precisa colonna sonora: un pezzo che amo e che ascolto mille volte, fino a quando la scena non è chiara, non è sul foglio.
Quali sono le ragioni per cui il fantasy è così letto, amato, gettonato.
Perché è l’unica letteratura che parla di Dio e della morte, in un momento in cui abbiamo un bisogno disperato di qualcuno che ci parli di Dio e della morte. “Il mio libro parla di Dio e della morte”. Rispose Tolkien quando gli chiesero di spiegare di che diavolo parlava “Il signore degli Anelli” in definitiva. Chi ha letto i sette libri di Harry Potter sa che dopo sette libri che parlano di tutto, in realtà, in Harry Potter si è sempre parlato di Dio e della morte. 
Noi abbiamo bisogno della letteratura Fantasy perché il XX secolo è stato il secolo del genocidio, una psicosi di massa dove lo sterminio di un intero popolo diventa possibile: gli orchi, Alien Terminator, Sauron, Voldemort e i suoi Deatheater sono tutte metafore del potere genocidario.
È una lettura unificante?
È l’unica lettura che può unire tutti. La gente di tutte le età e di tutti gli strati sociali, in giacca e cravatta, con i pearsing si è messa in fila per vedere Il Signore degli Anelli, il visionario film di Peter Jakson dove la Terra di Mezzo è stata ricostruita sotto gli zoccoli della cavalleria di Theoden.
Tutto il mondo ha potuto vedere la foto della ragazzina iraniana, ingabbiata nei crudeli stracci neri imposti da una dittatura folle e idiota, la più oscena e crudele delle teocrazie, che scappava fuori dalla libreria: dopo dodici ore di coda si era impossessata di una delle copie di Harry Potter e i Doni della morte. Come dice Tolkien, noi usiamo un linguaggio universale: parliamo non di lampadine, ma di fulmini.
Quali sono i temi capitali e perché.
Un solo tema: la fede La provvidenza, morta per sempre sul piazzale del campo di sterminio di Auschwitz rinasce nella letteratura fantasy, dove la cavalleria arriva sempre in tempo, prima del massacro. 
Per quale motivo il fantasy riporta a galla il medioevo e perché è così importante.
Perché il medioevo contiene le nostre radici. Sono radici che noi abbiamo voluto tagliare nell’Illuminismo e di nuovo nel ’68. In questi due periodi storici, ma forse sarebbe più corretto parlare di ideologie, si è creato uno strano mostro: il complesso di superiorità rispetto ai propri antenati. È sempre maledettamente piacevole sentirsi superiori, un piacere molto simile a quello della cocaina, mediato da neurotrasmettitori analoghi. Le alternative sono due: o noi non siamo superiori ai nostri padri, e allora perché prenderli a calci? O non siamo migliori dei nostri padri , ma se siamo migliori dei nostri padre è solo perché loro, i nostri padri, ci hanno permesso questo miracolo dandoci le possibilità culturali per tutto questo scintillio. E allora perché prenderli a calci? Il medioevo è stata la religiosità dell’Europa, è stata la sua identità le sue radici e senza radici un popolo come un albero rischia di morire. Priva delle sue radici ebraicocristiane l’Europa è rimasta disarmata dinanzi ai terrificanti totalitarismi atei, il nazismo, il comunismo sovietico e quello cinese, e ora è disarmata davanti alla ferocia e alla follia del terrorismo islamico venuto ad abbattere il valore assoluto della libertà di parola. Contro la quieta imbecillità dei propri intellettuali, sempre convinti di essergli superiori, sempre schierati dalla parte degli Orchi, il popolo si è andato a tirar fuori dalle cassapanche muffite gli spadoni dei cavalieri. Il popolo non ha avuto bisogno di leggersi Benedetto Croce, lo ha intuito da sé: senza quel pezzo di storia noi siamo morti. 
Il fantasy può essere considerato una letteratura religiosa
Perché la parola ultimo ricorre in tutti i titoli?
.Quello decritto è il passaggio dal mondo magico a quello umano dove nessuna magia è più presente. È un passaggio già anticipato da Tolkien e che è presente nella storia del pensiero umano: si passa dalle epoche magiche e mitologiche a quelle scientifiche e razionali
Perché si parla spesso di cibo.
Quando l’essere umano viene al mondo ha un’unica competenza: un pianto disperato con cui attirerà l’attenzione di qualcuno che lo nutrirà. O forse no, e allora lo aspetta una morte certa e orribile. Nella nostra mente il non essere amati e l’essere affamati sono la stessa cosa. La storia delle fame è sempre la storia di una mancanza di amore e la storia dell’umanità, sempre, fino a pochissimo tempo fa, è stata un storia piena di fame.
 
Si cambia scrivendo?
I nostri libri sono migliori di noi, sono più forti, più coraggiosi. I nostri personaggi sono il nostro sogno, non la nostra realtà. Ma a furia di scriverne, noi cominciamo a somigliargli. Il nostro coraggio aumenta. Anche la nostra forza.
Davanti alle foto fatte in Somalia di una bambina di tredici anni lapidata in uno stadio da una folla in delirio, i miei margini di dialogo sono gli stessi del Capitano Rankstrail.
Sono disposta a rischiare la vita senza un attimo di esitazione per affermare che la religione che ha condannato a morte quella bambina è una religione che annienta l’individuo.

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