Il percorso dell’identità psicosessuale – V Parte

Concludiamo con questa ultima parte la nostra digressione sulla identità psicosesuale iniziato qui (I Parte) , qui (II Parte) e qui (III Parte) e qui (IV Parte)

13 – Alcune cause psicologiche del fallimento dell’identificazione sessuale – E’ stato verificato che le cause psicologiche del fallimento dell’identificazione psicosessuale possono essere molteplici. In sintesi, mi soffermo sulle seguenti: 1) il predominio gratificante della madre, 2) il tipo di presenza del padre, 3) l’assenza del padre.
1. Il predominio gratificante della madre. Rientra nella logica che, là dove la madre oltre che “oggetto di desiderio” è an¬che la fonte unica di soddisfazione e di gratificazione per il bam¬bino, questi tenda a mantenersi legato a lei e a stringere con lei un patto d’alleanza contro il pa¬dre, che cerca di intromettersi tra loro due.
Come si vede siamo nella dinamica della prospettiva della gratificazione e del soddisfacimento dei bisogni, spazio che di norma spetta alla madre, tuttavia il padre non deve essere escluso da tale ambito e anche lui deve essere gratificante, ma non in competizione e in conflitto con la madre. La competizione tra chi dei due è più bravo a soddisfare i bisogni del bambino, danneggia il rapporto tra loro e compromette quello con il figlio. Le conseguenze negative si vedranno nel tempo.
Per un normale sviluppo dell’identificazione del figlio, è fondamentale che ciascun genitore sia gratificante a suo modo e che i due siano interdipendenti sui percorsi e contenuti educa¬tivi. Così il bambino sarà facilitato nell’attivare il suo di¬stacco dalla madre, che, come si diceva, resta fonte primaria di affetti¬vità e di sicurezza. Il padre, con la sua presenza equilibrata ed affettiva, mentre conferma la madre nella sua identità femminile, nel contempo diviene oggetto di identificazione del figlio.
In questo percorso di costruzione della personalità, il bam¬bino (maschio o femmina) non deve vivere il conflitto di essere costretto a scegliere tra l’uno e l’altro genitore, ma di seguire il suo normale percorso di identi¬ficazione ma¬schile o femminile, a cui la madre e il padre contribuiscono con la loro presenza discreta, ma fondamentale. Così confermano la scelta del figlio, rassi¬curando¬lo nella possibi¬lità/necessità dell’identifica-zione ma¬schile o femminile e, nel prendersi cura di lui, testimoniano reciprocamente l’importanza dei due ruoli. Là, invece, dove la madre è dominante e trattiene legato a sé il fi¬glio con una costante gratifica¬zione, tenendo lontano il pa¬dre, il maschietto resta nella sfera fem¬minile con cui, suo malgrado, cercherà di identifi¬carsi, in contrasto con la propria intrinseca tensione maschile, e la femmina avrà difficoltà di percepire con chiarezza il valore della propria identità femminile. Là dove il padre rinuncia al proprio ruolo, vi sarà difficoltà sia per il maschio che per la femmina nell’acquisizione di una chiara identità psicosessuale.
2) Il tipo di presenza del padre. Nel cammino di crescita dei figli, occorre la disponibilità del pa¬dre a fare il padre nella interezza della sua funzione e del suo ruolo.
La funzione ge¬nitoriale paterna è fatta di una presenza fattiva, collaborativa, carica di calore, di ac¬cet¬tazione, di disponibilità, di presenza fisica e psicologica. E’ la pre¬senza di un padre carismatico, cioè forte e af¬fettuoso, autore¬vole e compren¬sivo, disponibile ed empatico. Si richiede un padre in¬te¬grato nell’ambiente familiare: ne è un agente attivo che col¬labora con la moglie a creare quel clima psi¬coaffettivo, che facilita il percorso di maturità dei vari membri.
Anche il ruolo di padre si realizza in cammino, giorno dopo giorno. Per certi aspetti ogni padre ha da ri-crearsi il proprio ruolo, il suo modo concreto di essere padre. Viene esigito dalla realtà sociale del nostro tempo e dai nostri figli, che meritano il miglior padre possibile.
Non sempre è così: vi sono padri fisicamente presenti, ma psicolo¬gicamente assenti, che lasciano il loro spazio vuoto che qualcuno deve colmare. Spesso la madre tenta di riempire il vuoto e lo fa in malo modo, per motivi facilmente comprensibili. Questi padri danneggiano i figli sull’acquisizione della loro iden¬tità, per¬ché fanno mancare loro un modello maschile positivo.
Pur¬troppo vi sono donne che, per come sono fatte, specialmente in queste casi, si assumono i due ruoli, materno e paterno, creando grande confu¬sione in se stesse e nei figli, che non comprendono le reali difficoltà della madre e le disfun¬zioni che tale situazione può provocare. Si può affermare che, in certi contesti, madre e padre sono molto bravi nel creare guai e inconvenienti all’identità profonda dei fi¬gli.
Là, dove il padre non fa il padre, al figlio viene a man¬care l’incoraggiamento all’autonomia da parte del padre, proprio nel periodo in cui il bambino è occupato su due fronti: su quello dell’acquisizione della propria autono¬mia e sul fronte della propria identificazione psicosessuale. Per le bambine è più facile perché se¬guono la propria linea e si ri¬trovano nella loro sfera, il femmi¬nile, mentre è più com¬plesso il percorso per il maschietto, che deve uscire dalla sfera femminile per entrare nella propria e quindi completare l’identificazione maschile.
Anche il padre può ostacolare l’assunzione dell’autonomia attra¬verso l’iperprotezione e il coccolamento del figlio, che fatica a identificarsi sessual¬mente, perché per il maschio l’acquisizione in generale dell’autonomia è stret¬tamente con¬nessa a quella sessuale. Nel maschietto, infatti, vi è una profonda correlazione tra l’autonomia sessuale e quella generale.
Anche un eccessivo autoritarismo è altret¬tanto dannoso su tutti i fronti, in particolare sulla propria identità.
Il padre presente sta a fianco del bambino, lo incoraggia nei suoi processi di autonomia, lo sostiene nella separazione dalla madre e lo raf¬forza nell’identificazione maschile o femminile.
Il rapporto con il padre diviene cruciale per la crescita e la matura¬zione del bambino, in quanto egli rappresenta il “principio di realtà”, la forza, l’indipendenza e il controllo di ciò che lo cir¬conda, del mondo esterno.
Il rapporto con un padre affettivamente presente bilancia i bisogni interiori del bambino con le esi¬genze e le aspettative esterne.
3)L’assenza del padre. Varie ricerche dimostrano che l’assenza del padre incide sulla strutturazione della persona¬lità, in particolare accentua la dipendenza dalla madre. L’assenza grava, in particolare, sulla carenza di autostima, sulla difficoltà di autoafferma-zione e sulla conforma¬zione di un’identità maschile debole. Ne consegue che vi possono essere im¬maturità generale, difficoltà di adat¬tamento e scarsa identifi¬cazione con il padre. Tuttavia, va confermato che i maschi con padre as¬sente hanno la capacità di adatta¬mento e di iden¬tificazione etero¬sessuale.
E’ il luogo di parlare del rifiuto affettivo. Nell’ambito della relazione padre/figlio, il rifiuto emotivo è una dei peggiori affronti che si possano fare a un bambino, per¬ché con il rifiuto lo si nega nella sua esi¬stenza psicologica, lo si castra nella sua presenza sociale e nella sua esi¬genza di esserci per qual¬cuno, in particolare per il padre. Non vi è peggiore situazione esistenziale dell’insignificanza esistenziale.
L’avere un grave rifiuto emotivo da una figura ma¬schile importante come il padre è uno degli ostacoli maggiore alla identificazione. Questo succede sia per i bambini con padre assente sia per quelli con la presenza di un padre rifiutante.
Il rifiuto affettivo genera nel bambino un di¬stacco difensivo dal padre: “Non sei tu che non mi vuoi, sono io che non ti voglio… ed io posso fare ed esistere senza di te”. Se nel frattempo il bambino incontra delle figure ma¬schili signi¬ficative, sostitutive del padre, ha la pos¬sibilità di identi¬ficarsi con esse e quindi di attivare la sua mascoli¬nità. Diversa-mente, in questa inconscia ricerca, l’attrazione omo¬sessuale emerge come uno sforzo compensativo del grande vuoto la¬sciato dal rifiuto affettivo. E’ la storia di varie persone incontrate nella mia attività psicoterapeutica.
Conclusione – Vi sono ancora tanti aspetti da affrontare in questo cammino di identificazione e di acquisizione della identità psicosessuale. Di certo, l’ambiente familiare e la gestione dei ruoli maschili e femminili sono determinanti nella formazione di tale identità di genere.
Chi lo vuole negare, lo faccia pure. Ritengo, però, che ciò sia dovuto alla deresponsabilizzazione e, ancora una volta, alla codardia di quanti, che per motivazioni, le più varie e le più incoerenti, tendono a negare le conquiste della scienza: il bimorfismo sessuale non esiste solo per essere funzionale alla procreazione, ma per realizzare l’umano attraverso una dualità originaria in tutti gli ambiti della vita.
Sappiamo che l’identità sessuata è una caratteristica ontologica della persona, indipendentemente dal fatto di essere sposati o dall’avere figli. La persona umana non è uomo e donna in quanto è biologicamente animale, ma perché è persona, come dualità corporea che si esprime in una dualità di codici simbolici. Vi è il maschile e il femminile.
Sono profondamente convinto che, sulla negazione di ciò e sulla omogeneizzazione dei sessi, non si costruisca una pedagogia positiva di formazione della personalità e non si favorisca la crescita di persone consce della propria individualità e identità profonda.
La cultura dominante sembra giocare con l’artificio della autoconvinzione e dell’autoreferenzialità di poter far andare il mondo secondo la propria volontà, sino alla negazione dell’essenza dell’uomo. La castrazione psicologica e sociale delle generazioni passate non è sufficiente, infatti, il masochismo della società odierna, o almeno di una buona parte di essa, arriva alla castrazione della propria identità sessuale.
E’ la negazione dell’uomo e della sua lunga storia di umanizzazione. L’ideologia fa questo ed altro. Ma l’uomo, con la forza che proviene da Dio, va oltre l’ideologia.
Attraverso il mio lavoro, mi sono confermato nella convinzione che ogni persona ha delle potenzialità e delle ricchezze interiori che sa utilizzare per affrontare le peggiori avversità, compresa la falsificazione sessuale.
[1] G. Gobbi, I bambini e la sessualità. L’educazione affettivo sessuale da 0 a 10 anni, Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2010, pp.81/91.
[2] G. Gobbi, Op. cit., 2010, p. 83.
[3] G. Gobbi, Op. cit., p. 87-88.
[4] G. Gobbi, Modelli di maturità psicoaffettiva, Quaderno ReS n. 1, Verona 2000.
[5] S. Freud, 1921, Psicologia delle masse e analisi dell’io, Bollate-Borighieri, Torino 1975, p. 105.

Gilberto Gobbi

Sorgente: Gilberto Gobbi Blog