il discorso su Ulisse che a Radio 24 non ho potutp fare per mancanza di tempo.

da il drago come realtà, ed Salani

 

Il poema epico ha una enorme e riconoscibile ambientazione storica, ed è   questo oltre all’ovvia differenza tra versi e prosa che lo distanzia del   Fantasy. Il poema epico contiene pochissimi elementi considerati irrealistici   dai contemporanei. Che Achille fosse figlio di una dea non è credibile per noi,   ma era verosimile per che ascoltava il cantastorie. Anche che una spada stesse   in una rocca era considerato un evento storico, non leggendario, nel XII e XIII   secolo: in Italia ne conserviamo una nell’abbazia di San Galgano (Siena).    Per comprendere quali sono le caratteristiche che ci permettono di definire il   poema epico, occorre avere qualche nozione di neurofisiologia e dei  neurotrasmettitori implicati nel sentimento di affiliazione o appartenenza al  gruppo, l’ultimo e più complesso sistema motivazionale che compare nell’evoluzione.  Ci relazioniamo agli altri seguendo linee direttive che sono innate,   genetiche. L’etologia e la neurobiologia hanno sostituito al vecchio termine di  istinto, quello di sistema relazionale.   I sistemi motivazionali interpersonali sono:   

l’attaccamento,

l’accudimento quando sarà il proprio turno di essere genitori

l’affiliazione al gruppo

la competizione

 la cooperazione

 la sessualità

 Il neurofisiologo Mc Lean, anticipando di molto successive teorie etologiche ,  distinse il nostro cervello in tre livelli: un livello rettiliano, il cervello   limbico, in comune con gli altri mammiferi e il cervello corticale, la   corteccia, la materia grigia, cioè il pensiero.   L’affiliazione al gruppo è annidata nei livelli più recenti del nostro   cervello, quello limbico e corticale,  ma include anche la competitività e la  difesa del territorio, che è contenuto dei due cervelli più bassi e arcaici,  imparentato con l’aggressività.  Quando sono in presenza del gruppo cui appartengo, del branco, della tribù,   della nazione, provo un formidabile piacere, quando ne sono escluso, un dolore,   che a livello biochimico si manifesta con un abbassamento della produzione di   serotonina.   Quello che il contadino della Tessaglia comprava con il suo pane e cipolla era   un’emozione. Una partita di calcio non è un poema epico, ma ne è l’omologo  neurobiologico: ventidue tizi che inseguono un pallone diventano i combattenti   di una guerra incruenta, gli eroi di una narrazione di cui tutti ignorano la   conclusione fino a suo compimento. E’ sempre l’affiliazione al gruppo a far sì   che le emozioni si contagino e si moltiplichino: se la narrazione  avviene in   uno stadio o in una piazza davanti a un maxischermo possono diventare   travolgenti, come l’emozione di una sala gremita di appartenenti allo stesso   partito all’annuncio della vittoria elettorale ed è lo stesso tipo di emozione   che noi proviamo seduti in una sedia di un cinema di quelli che ci sono adesso,   con le sedie magnifiche, lo schermo enorme e il suono che fa tremare il   diaframma, quando vediamo la cavalleria lanciata contro gli Orchi. Per quanto   grandioso possa essere il nostro impianto domestico, visto in un cinema gremito   è più bello.   I contadini che ascoltavano il cantastorie tutti insieme ci si divertivano di   più, con tutti i loro pianti e le grida con cui si eccitavano a vicenda ,del  signore che si faceva venire il cantastorie a casa.

Le emozioni altrui possono travolgerci anche se non lo vogliamo e cerchiamo   valorosamente di resistere: succede nel 1984 di Orwell a Winston Smith, durante  le entusiastiche parate di un partito che odia.  Nelle situazioni di emozioni di vittoria sono condivise e contagiate,  neurotrasmettitori serotonina e catecolamine sono altissimi, a picco, qualcosa   rispetto a cui essere strafatti di ecstasy e coca è solo una pallida e   miserabile imitazione. L’ectasy è in  effetti la droga che interviene sul   sistema serotonina, costringendo a produzione massiva di serotonina l’organismo   che poi ne resta privo. La cocaina agisce su quello delle catecolamine,  simulando la situazione di vittoria. L’estasy è la tossicodipendenza dell’  affiliazione al gruppo, si prende in discoteca, non a casa propria, chiusi in  bagno. La cocaina la droga della competizione: la prendono attori, direttori d’ orchestra, boss mafiosi, amministratori delegati e chirurghi. La prende chi   deve affrontare gli altri e guardarli in faccia da un posizione di forza.   Il poema epico ci dà serotonina e catecolamine insieme, è quello che distingue   un popolo e una nazione da un ammasso di tizi che stanno nello stesso posto  e   più o meno parlano la stessa lingua.   Dal punto di vista etologico, il popolo e la nazione sono il corrispettivo del   gruppo o del branco, da quello storico sono l’evoluzione della tribù   preistorica.

Dato che nel nostro cervello la parte olfattiva, antica e piccola,  (rinoencefalo) è stata sovrastata dalla neocorteccia, che include enormi parti  che si occupano della visione, il nostro riconoscimento del territorio si basa   su criteri ottici, e non olfattivi. Abbiamo sostituito stendardi e bandiere al segnare con l’urina del capo branco gli angoli del bosco o della prateria, e  questo ci permette il riconoscimento del territorio. Quando vediamo la  bandiera, ci ricordiamo l’affiliazione al gruppo.

L’affiliazione al gruppo che vive su questo territorio più o meno   riconoscibile necessita a sua volta di segni di riconoscimento: devo essere in   grado di riconoscerne gli appartenenti: tutti con le stesse perline, tutti con   gli stessi tatuaggi. Oppure, quando un ammasso di tribù diventa nazione, tutti   con la stessa lingua e lo stesso poema epico.  Il branco è un gruppo che potrebbe battersi per me. Io potrei combattere per   il mio branco, tanto per ricambiare la cortesia, il concetto è identico ai tre  Moschettieri. Uno per tutti e tutti per uno.  

 Il branco è un concetto evoluzionistico. Isolati si vive meno. E come sempre  succede in fisiologia lo scopo diventa mezzo e viceversa.  Amo il gruppo e la  nazione perché aumentano il mio livello di sopravvivenza, al punto tale che  posso sacrificare la mia vita per il mio gruppo: divento l’eroe.

Sconvolti dall’eccesso e dalla stupidità del nazionalismo fascista in Italia  per decenni abbiamo cancellato qualsiasi affezione per la nostra bandiera,   salvo quando il poema epico calcistico ci travolgeva e allora non riuscivamo a   non  tirarle fuori, salvo nasconderle subito dopo pieni di vergogna. Ho abitato  in altre nazioni e ho scoperto che altrove la bandiera la mettono dappertutto,  dalla porta di casa al manubrio della bicicletta. Ogni tanto se la guardano, si   ricordano che sono parte di un gruppo, fabbricano due o tre molecoline di   serotonina in più e sono contenti. Essere contenti di appartenere a un gruppo, non vuole necessariamente dire odio e desiderio di sopraffazione per gli altri   gruppi. Vuole solo dire che c’è un gruppo con cui si ha un’ affinità, si parla  la stessa lingua, si ricorda lo stesso poema epico e quando si è  perso o vinto   ai rigori.

 Sono stati i cantastorie a permettere l’ampliamento dei gruppo, il passaggio  dalla tribù, del villaggio, alla polis e poi alla nazione.  Spesso i poemi epici sono feroci.

L’affiliazione al gruppo è diventata la fratellanza tra coloro che ascoltavano   le stesse storie, Achille per i greci, Orlando in Spagna, in Francia e in  Sicilia.  I miti contadini della Frontiera, della vacca, lo sperone, la prateria, il  campo di mais sono il poema epico con cui un pidocchioso e sparpagliato branco  di contadini fetenti e pezzenti, in fuga dalla miseria della pellagra europea   sono diventati gli Stati Uniti. La mira infallibile, il pistolero che prende la   corda dell’impiccato a duecento metri o che risolve, senza cambiare espressione   un duello, dove è solo contro mezza dozzina, sono l’implicazione magica della storia, pur senza esserlo del tutto, perché quel tipo di mira e di velocità è  impossibile ma si immaginano raggiunte con l’allenamento e la volontà: sono   figure intermedie tra il magico e l’umano.

Il poema epico statunitense è nato prima come tradizione orale e poi è  diventato cinematografico ed ha superato i propri confini.  Il mio cantastorie è stato il cinema parrocchiale di Trieste. Avevo cinque   anni quando ho visto Ombre Rosse. Da allora la diligenza inseguita, non meno di   Troia accerchiata, farà per sempre parte del mio io.  Il Western è l’unico poema epico che  conserva la memoria del combattimento   dell’altro, del nemico, il pellerossa, che non è stato mai completamente   annientato, né nel corpo né nella memoria e di cui alla fine vengono capite le   ragioni.  Dall’alto delle nostre rime noi del vecchio mondo guardiamo con disprezzo   queste narrazione bifolca che puzza di escrementi di vacca e di cavallo. La  guerra ai Pellerossa inoltre ha permesso un manto di misericordiosa   indignazione a un Europa colonialista e post colonialista, allegramente   immemore dei proprio trascorsi genocidiari,  un’Europa che si è  entusiasticamente liberata del peso dei milioni di morti, ma forse sarebbe più   corretto dire delle decine di milioni di morti, in Africa e in Asia, dagli   stermini sostenuti anche da nazioni di tradizione  democratica come il Belgio e   la Francia, per non parlare di quelli dalle nazioni che quella tradizione l’  avevano persa. L’Italia Fascista, per conquistare l’Impero Etiope, nazione con   una tradizione millenaria, che disponeva di una lingua scritta di due secoli  più vecchia del latino, ha causato mezzo milione di morti. Sono stati usati gas  neurotossici contro villaggi inermi. In seguito all’attentato fallito a  Graziani, le Camicie Nere massacrarono tutti i rifugiati all’interno del Duomo   di Addis Abeba incluso il vescovo.  Il Generale Custer non lo avrebbe fatto  mai e John Wayne si sarebbe schierato   con gli assassinati.

L’eroe nato sulla frontiera è il Cavaliere Solitario, un eroe diverso da  Achille e Ulisse, Enea, Ser Lancillotto. Non ha natali nobili, coltiva la  terra, alleva le vacche. Non è un capo militare, non esegue ordini, non ha investitura e non riconosce a nessuno il diritto di dargliene una, si assume  completamente le responsabilità delle proprie scelte, come nessun altro, ben  più del suo unico antesignano, il cavaliere errante, che almeno una volta il  ginocchio davanti a un re lo aveva ben piegato.   Le sue gesta sono narrate senza rime, ma è un eroe epico come Ulisse e  Orlando.

L’ 11 settembre 2001 i pompieri di New York sapevano benissimo che il miglior  sistema per restare in vita sarebbe stato darsi malati e stare alla larga del  World Trade Center.  Se lo avessero fatto, ora sarebbero tutti vivi.  Si sono messi la bandiera del loro paese sul casco e sono andati in mezzo all ’  inferno delle scale infuocate, del cemento reso pericolante dalla fusione dell’  acciaio, a rischiare la vita e a perderla, perché il Cavaliere Solitario non si  arrende e non scappa.  La regola biologica è che ognuno in ogni azione si allontani dal dolore e si  avvicini al piacere. Restare fuori dall’inferno, infischiarsene e salvarsi, sarebbe stato per quegli uomini un dolore maggiore di morire nel fuoco. Se il  loro cuore non avesse mai battuto nel buio di un cinema davanti alla polvere   sollevata dai cavalli, come avrebbero potuto quegli uomini, tutti, senza un’ unica eccezione andare nella direzione del fuoco e della morte invece che nella  direzione infinitamente più logica: quella opposta?

 I poemi epici servono a dare coraggio nei momenti bui perché ci ricordano il  nostro gruppo, la nostra nazione, il nostro popolo, anche se ne siamo  fisicamente isolati. In termini biochimici il nostro poema epico, quello del   popolo cui sentiamo di appartenere, ci aumenta il tasso di serotonina   mettendoci di nuovo in grado di batterci.  Sono le grandi storie che si raccontano attorno ai fuochi, come dice Sam a  Frodo per ridare la forza a chi l’aveva perduta.  Al di sopra di tutti c’è Ulisse, il viaggiatore, che dal suo poema epico, l’ Odissea, scivola in uno dei nostri, la Divina Commedia e diventa  l’eroe del  pensiero, colui che anche dopo che è andato incontro al disastro della morte e  a quello ancora più infinito della dannazione eterna. Dal fondo dell’inferno   Ulisse ci fa sapere che aveva ragione lui, bisognava andare oltre le Colonne d’  Ercole, e con la sua sublime disobbedienza diventa figlio di Dio e non suo   suddito.  Dal fondo di un altro inferno, quello concentrazionario, Primo Levi cercherà   di raccontare il folle volo a un compagno alsaziano  in uno smozzicato  francese. Il ricordo dei versi è l’ultima arma che è rimasta alla sua mente per   non vacillare, per restare un uomo, anche in fondo a un inferno, come Ulisse.

Per tornare alla biochimica, i versi di Dante, facendolo sentire parte dell’ esercito dei combattenti per il libero pensiero, gli hanno aumentato di qualche  molecola la serotonina e l’endorfina, molecole antalgiche, e così hanno  diminuito il livello del suo dolore, anche fisico.  In questo senso la Divina Commedia presenta aspetti epici e il sentimento  fortissimo che ne deriva non è sfuggito alla critica romantica, primo fra tutti  al De Sanctis. Primo Levi ci racconta di aver ripreso coraggio dalla Divina  Commedia durante la più atroce delle guerre: la Divina Commedia è un poema  epico.

 Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso

Ulisse viola l’ordine di non superare le colonne d’Ercole perché quell’ordine è stato dato affinché fosse violato. E’ violando la regola che l’Uomo diventa figlio di Dio, non suo servo, con gli occhi alla sua stessa altezza. Chi si è assunto la responsabilità, chi è andato oltre le colonne d’Ercole potrà sostenerne lo sguardo. Questo è il seguito dell’intervento.

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