i due marò sempre sotto sequestro

 

 

Gli orari sballati, la nave greca che sparisce, la versione del peschereccio attaccato: il giornalista ribalta l’inchiesta indiana

 

La speranza di salvezza per i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è racchiusa in cinque ore. A sostenerlo è il giornalista Toni Capuozzo, che in una trasmissione andata in onda su Tgcom 24 – e in replica ieri sera al Tg5 – ha spiegato le ragioni per cui i due fucilieri del San Marco non sarebbero responsabili della morte dei due pescatori del St. Anthony, come da accusa delle autorità indiane. «Naturalmente – ci ha chiarito Capuozzo  – non  pronuncio per forza la parola  “innocenti”, ma dico che le verifiche incrociate che ho fatto assieme a Stefano Tronconi (che nel tempo libero si diletta a studiare la vicenda marò) e all’ingegner Luigi Di Stefano, che fu perito di parte civile per l’Italia nella vicenda della strage di Ustica, hanno molti punti in comune che danno da pensare». Il giornalista spiega di aver sempre seguito la storia dei due militari. «Un po’ per ragioni personali – spiega – perché Massimiliano Latorre era il mio capo scorta a Kabul, e francamente ho sempre faticato a ritenerlo uno sparatore folle. E poi perché, come tutti gli italiani, mi sono voluto interessare alla questione».

Messaggi incrociati – «La mia ricostruzione è nata quasi per caso – ci racconta Capuozzo -. Avevo ricevuto una minaccia di querela dallo studio legale dell’armatore della Enrica Lexie [la nave su cui erano imbarcati i marò e che, dopo lo scontro a fuoco che coinvolse un peschereccio, attraccò nel porto indiano di Kochi, permettendo così l’arresto dei militari, ndr] perché, in un mio servizio, avevo definito il comandante Umberto Vitelli “lo Schettino di turno”. L’armatore a quel punto mi inviò copia del messaggio che Vitelli gli mandò subito dopo i fatti, e anche quello arrivato alla guardia costiera a Mumbai. Tronconi, nel frattempo, aveva ricevuto da un cittadino indiano (seguiva alcuni forum sull’argomento) la copia del messaggio con cui una nave greca, la Olympic Flair, denunciava l’attacco da parte di due barchini di pirati. Erano le 22.20 e la comunicazione fu ricevuta dall’Organizzazione marittima internazionale».

Orari incompatibili – Ma c’è di più. Sul suo sito, Luigi Di Stefano aveva pubblicato un video che riportava le prime dichiarazioni diFreddy Bosco, armatore e comandante del peschereccio su cui viaggiavano i due pescatori uccisi. «Bosco – racconta il giornalista – diceva che alle 21.30 aveva sentito un rumore molto forte, e che subito dopo aveva notato un membro del suo equipaggio con sangue che usciva da naso e orecchie. Ma i conti non tornano, perché secondo le ricostruzioni della guardia costiera indiana l’incidente con la Lexie sarebbe avvenuto alle 16. E poi fu alle 20.36 che il centro di controllo indiano chiese alla nave italiana di tornare indietro, e 11 minuti dopo fu Vitelli ad annunciare l’imminente rientro in porto a Kochi. Poco prima, via satellitare, aveva avvertito gli indiani di un possibile attacco di pirateria. La Lexie, a quel punto, tornò in porto e l’India ebbe i suoi colpevoli su un piatto d’argento».  E dunque che cosa sarebbe successo, in realtà? «Io credo – prosegue Toni Capuozzo -, ma naturalmente la mia è un’ipotesi, che l’imbarcazione dei pescatori si sia trovata in mezzo al fuoco incrociato tra la nave greca e i pirati che la stavano attaccando. Lo dimostrerebbe il fatto che il peschereccio non ha fori da una sola parte. Poi però i greci sono andati via subito. Il collega Gian Micalessin ha lavorato molto al caso, e ha scoperto che sulla nave greca ci sarebbero stati dei contractor (ha rintracciato anche l’agenzia), ma che pare fossero disarmati. L’ipotesi, però, è plausibile».

Verifiche incrociate – Com’è possibile, allora, che in tutti questi mesi nessun avvocato di parte o dello Stato, nessun militare, insomma nessuna delle decine di persone che si stanno occupando del caso marò a stretto contatto con l’India, abbia tirato fuori questa versione? «Noi abbiamo fatto semplici verifiche incrociate, non avendo accesso a documenti segreti – ragiona Capuozzo –  e penso che chi si occupa della vicenda in via ufficiale stia pensando più al diritto internazionale. Poi è finito tutto a tarallucci e vino. Certo, non posso dirlo con certezza che sia andata così, e sono disponibile a rispondere a eventuali obiezioni e contestazioni. Ma ritengo anche che la nostra teoria abbia punti forti. Non sta al giornalismo individuare i colpevoli, questo è certo, ma qualche risposta sarebbe giusto averla».

Gli altri quattro – Intanto si apprende che i quattro marò che erano sulla Lexie con Girone e Latorre, con ogni probabilità, non saranno ascoltati in India. Si sta lavorando per riuscire a portare un giudice indiano in Italia o a farli parlare in videoconferenza. Il rischio, infatti, è quello che il nostro Paese possa ritrovarsi con sei fucilieri in stato di fermo, anziché due. Oltretutto, finché la trattativa su questo punto non sarà conclusa, sarà difficile che si possa dare il via al processo. I due marinai, quindi, saranno costretti ad attendere ancora. Venerdì ci sarà un vertice ministeriale per fare il punto sulla situazione. Chissà che in quell’occasione non si riesca ad analizzare anche la versione di Capuozzo. Resta fermo un punto: la priorità è quella di far tornare Massimiliano e Salvatore in Italia. Il prima possibile.

FINE

Capuozzo smonta tutte le accuse ai nostri marò arrestati in India

Gli orari sballati, la nave greca che sparisce, la versione del peschereccio attaccato: il giornalista ribalta l’inchiesta indiana

 

La speranza di salvezza per i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è racchiusa in cinque ore. A sostenerlo è il giornalista Toni Capuozzo, che in una trasmissione andata in onda su Tgcom 24 – e in replica ieri sera al Tg5 – ha spiegato le ragioni per cui i due fucilieri del San Marco non sarebbero responsabili della morte dei due pescatori del St. Anthony, come da accusa delle autorità indiane. «Naturalmente – ci ha chiarito Capuozzo  – non  pronuncio per forza la parola  “innocenti”, ma dico che le verifiche incrociate che ho fatto assieme a Stefano Tronconi (che nel tempo libero si diletta a studiare la vicenda marò) e all’ingegner Luigi Di Stefano, che fu perito di parte civile per l’Italia nella vicenda della strage di Ustica, hanno molti punti in comune che danno da pensare». Il giornalista spiega di aver sempre seguito la storia dei due militari. «Un po’ per ragioni personali – spiega – perché Massimiliano Latorre era il mio capo scorta a Kabul, e francamente ho sempre faticato a ritenerlo uno sparatore folle. E poi perché, come tutti gli italiani, mi sono voluto interessare alla questione».

Messaggi incrociati – «La mia ricostruzione è nata quasi per caso – ci racconta Capuozzo -. Avevo ricevuto una minaccia di querela dallo studio legale dell’armatore della Enrica Lexie [la nave su cui erano imbarcati i marò e che, dopo lo scontro a fuoco che coinvolse un peschereccio, attraccò nel porto indiano di Kochi, permettendo così l’arresto dei militari, ndr] perché, in un mio servizio, avevo definito il comandante Umberto Vitelli “lo Schettino di turno”. L’armatore a quel punto mi inviò copia del messaggio che Vitelli gli mandò subito dopo i fatti, e anche quello arrivato alla guardia costiera a Mumbai. Tronconi, nel frattempo, aveva ricevuto da un cittadino indiano (seguiva alcuni forum sull’argomento) la copia del messaggio con cui una nave greca, la Olympic Flair, denunciava l’attacco da parte di due barchini di pirati. Erano le 22.20 e la comunicazione fu ricevuta dall’Organizzazione marittima internazionale».

Orari incompatibili – Ma c’è di più. Sul suo sito, Luigi Di Stefano aveva pubblicato un video che riportava le prime dichiarazioni diFreddy Bosco, armatore e comandante del peschereccio su cui viaggiavano i due pescatori uccisi. «Bosco – racconta il giornalista – diceva che alle 21.30 aveva sentito un rumore molto forte, e che subito dopo aveva notato un membro del suo equipaggio con sangue che usciva da naso e orecchie. Ma i conti non tornano, perché secondo le ricostruzioni della guardia costiera indiana l’incidente con la Lexie sarebbe avvenuto alle 16. E poi fu alle 20.36 che il centro di controllo indiano chiese alla nave italiana di tornare indietro, e 11 minuti dopo fu Vitelli ad annunciare l’imminente rientro in porto a Kochi. Poco prima, via satellitare, aveva avvertito gli indiani di un possibile attacco di pirateria. La Lexie, a quel punto, tornò in porto e l’India ebbe i suoi colpevoli su un piatto d’argento».  E dunque che cosa sarebbe successo, in realtà? «Io credo – prosegue Toni Capuozzo -, ma naturalmente la mia è un’ipotesi, che l’imbarcazione dei pescatori si sia trovata in mezzo al fuoco incrociato tra la nave greca e i pirati che la stavano attaccando. Lo dimostrerebbe il fatto che il peschereccio non ha fori da una sola parte. Poi però i greci sono andati via subito. Il collega Gian Micalessin ha lavorato molto al caso, e ha scoperto che sulla nave greca ci sarebbero stati dei contractor (ha rintracciato anche l’agenzia), ma che pare fossero disarmati. L’ipotesi, però, è plausibile».

Verifiche incrociate – Com’è possibile, allora, che in tutti questi mesi nessun avvocato di parte o dello Stato, nessun militare, insomma nessuna delle decine di persone che si stanno occupando del caso marò a stretto contatto con l’India, abbia tirato fuori questa versione? «Noi abbiamo fatto semplici verifiche incrociate, non avendo accesso a documenti segreti – ragiona Capuozzo –  e penso che chi si occupa della vicenda in via ufficiale stia pensando più al diritto internazionale. Poi è finito tutto a tarallucci e vino. Certo, non posso dirlo con certezza che sia andata così, e sono disponibile a rispondere a eventuali obiezioni e contestazioni. Ma ritengo anche che la nostra teoria abbia punti forti. Non sta al giornalismo individuare i colpevoli, questo è certo, ma qualche risposta sarebbe giusto averla».

Gli altri quattro – Intanto si apprende che i quattro marò che erano sulla Lexie con Girone e Latorre, con ogni probabilità, non saranno ascoltati in India. Si sta lavorando per riuscire a portare un giudice indiano in Italia o a farli parlare in videoconferenza. Il rischio, infatti, è quello che il nostro Paese possa ritrovarsi con sei fucilieri in stato di fermo, anziché due. Oltretutto, finché la trattativa su questo punto non sarà conclusa, sarà difficile che si possa dare il via al processo. I due marinai, quindi, saranno costretti ad attendere ancora. Venerdì ci sarà un vertice ministeriale per fare il punto sulla situazione. Chissà che in quell’occasione non si riesca ad analizzare anche la versione di Capuozzo. Resta fermo un punto: la priorità è quella di far tornare Massimiliano e Salvatore in Italia. Il prima possibile.

FINE

 

FINE

Capuozzo smonta tutte le accuse ai nostri marò arrestati in India

Gli orari sballati, la nave greca che sparisce, la versione del peschereccio attaccato: il giornalista ribalta l’inchiesta indiana

 

La speranza di salvezza per i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è racchiusa in cinque ore. A sostenerlo è il giornalista Toni Capuozzo, che in una trasmissione andata in onda su Tgcom 24 – e in replica ieri sera al Tg5 – ha spiegato le ragioni per cui i due fucilieri del San Marco non sarebbero responsabili della morte dei due pescatori del St. Anthony, come da accusa delle autorità indiane. «Naturalmente – ci ha chiarito Capuozzo  – non  pronuncio per forza la parola  “innocenti”, ma dico che le verifiche incrociate che ho fatto assieme a Stefano Tronconi (che nel tempo libero si diletta a studiare la vicenda marò) e all’ingegner Luigi Di Stefano, che fu perito di parte civile per l’Italia nella vicenda della strage di Ustica, hanno molti punti in comune che danno da pensare». Il giornalista spiega di aver sempre seguito la storia dei due militari. «Un po’ per ragioni personali – spiega – perché Massimiliano Latorre era il mio capo scorta a Kabul, e francamente ho sempre faticato a ritenerlo uno sparatore folle. E poi perché, come tutti gli italiani, mi sono voluto interessare alla questione».

Messaggi incrociati – «La mia ricostruzione è nata quasi per caso – ci racconta Capuozzo -. Avevo ricevuto una minaccia di querela dallo studio legale dell’armatore della Enrica Lexie [la nave su cui erano imbarcati i marò e che, dopo lo scontro a fuoco che coinvolse un peschereccio, attraccò nel porto indiano di Kochi, permettendo così l’arresto dei militari, ndr] perché, in un mio servizio, avevo definito il comandante Umberto Vitelli “lo Schettino di turno”. L’armatore a quel punto mi inviò copia del messaggio che Vitelli gli mandò subito dopo i fatti, e anche quello arrivato alla guardia costiera a Mumbai. Tronconi, nel frattempo, aveva ricevuto da un cittadino indiano (seguiva alcuni forum sull’argomento) la copia del messaggio con cui una nave greca, la Olympic Flair, denunciava l’attacco da parte di due barchini di pirati. Erano le 22.20 e la comunicazione fu ricevuta dall’Organizzazione marittima internazionale».

Orari incompatibili – Ma c’è di più. Sul suo sito, Luigi Di Stefano aveva pubblicato un video che riportava le prime dichiarazioni diFreddy Bosco, armatore e comandante del peschereccio su cui viaggiavano i due pescatori uccisi. «Bosco – racconta il giornalista – diceva che alle 21.30 aveva sentito un rumore molto forte, e che subito dopo aveva notato un membro del suo equipaggio con sangue che usciva da naso e orecchie. Ma i conti non tornano, perché secondo le ricostruzioni della guardia costiera indiana l’incidente con la Lexie sarebbe avvenuto alle 16. E poi fu alle 20.36 che il centro di controllo indiano chiese alla nave italiana di tornare indietro, e 11 minuti dopo fu Vitelli ad annunciare l’imminente rientro in porto a Kochi. Poco prima, via satellitare, aveva avvertito gli indiani di un possibile attacco di pirateria. La Lexie, a quel punto, tornò in porto e l’India ebbe i suoi colpevoli su un piatto d’argento».  E dunque che cosa sarebbe successo, in realtà? «Io credo – prosegue Toni Capuozzo -, ma naturalmente la mia è un’ipotesi, che l’imbarcazione dei pescatori si sia trovata in mezzo al fuoco incrociato tra la nave greca e i pirati che la stavano attaccando. Lo dimostrerebbe il fatto che il peschereccio non ha fori da una sola parte. Poi però i greci sono andati via subito. Il collega Gian Micalessin ha lavorato molto al caso, e ha scoperto che sulla nave greca ci sarebbero stati dei contractor (ha rintracciato anche l’agenzia), ma che pare fossero disarmati. L’ipotesi, però, è plausibile».

Verifiche incrociate – Com’è possibile, allora, che in tutti questi mesi nessun avvocato di parte o dello Stato, nessun militare, insomma nessuna delle decine di persone che si stanno occupando del c

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