House of dolls: ovvero come ridurre Creature umane a bambole.

House of dolls: ovvero come ridurre Creature umane a bambole.

La Casa delle bambole, house of dolls, è l’ignobile titolo dato a una sfilata dove due maschi omoerotici, incapaci cioè di sessualità, l’unica esistente, incapaci di amare il corpo di una donna, hanno ridotto creature umane a bambole.

Ridotte a bambole affamate e sottopeso le modelle.

I due uomini sono grassi, uno dei due supera forse il 30 di indice di massa corporea, mentre le modelle sono sotto al 18 di indice di massa corporea ( l’indice di massa corporea: numero ottenuto dividendo il peso per il quadrato dell’altezza) e quindi probabilmente prive di mestruazioni e incapaci di diventare madri.

I proprietari di schiavi sono grassi e gli schiavi scheletrici.

Ridotte a bambole da acquistare ed esibire le sue bambine. Non metto in dubbio che i due abbiano una qualche affezione per le “loro” bambine ( ci si affeziona anche al gatto) che loro scambiano per amore parentale e materno, di cui non hanno nessuna idea.

La cocaina è il sistema usato per resistere alla fame: scommettiamo che se i NAS fossero andati negli spogliatoi e su quella passerella, la passerella dove le due neonate hanno respirato, avrebbero trovato cocaina? No, non scommettiamo perché non possiamo provarlo: i NAS non sono andati e nemmeno i servizi sociali, che davanti al campo nomadi, agli uomini che acquistano ovuli e affittano uteri, che calpestano il dolore delle donne con gli scarponi chiodati, si fermano.

Le due bambine sono state avvolte in drappi neri, un colore che allo stesso tempo è tremendo e corretto: portano il lutto per la loro infanzia devastata, per la madre che non hanno, per la loro femminilità violata e calpestata, da due asessuati omoerotici sovrappeso che si muovono tra donne sottopeso; e da tutti i media che hanno squittito davanti a questo obbrobrio.

Portano il lutto per le loro anime.

Immaginiamole pensare:

“Gli altri bambini hanno una madre: la nostra ci ha venduto. Come si vende una bambola.”

 

Silvana De Mari

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