Hania e la trilogia – Intervista a Silvana De Mari

Di che cosa tratta la trilogia “Hania”?

“Il male è riuscito a devastare la Terra ma c’è un piccolo regno che resiste combattendo. Il male allora decide di distruggerlo agendo dall’interno. Ingravida la principessa buona del regno, che dà alla luce Hania, una bambina bellissima, creatura geniale e demoniaca. Per metà figlia del male e per metà di una madre amorevole e buona. La principessa, consapevole della crudeltà della sua piccola, deve scegliere tra l’omicidio e l’accudimento. Ma allevare una demone avrà un prezzo devastante per il suo regno, quindi decide di impegnarsi ad umanizzarla.”

Qual è la morale?

“Il libero arbitrio, la terza via: c’è sempre un’alternativa. Un lungo e faticoso percorso di educazione aprirà in Hania dei piccoli varchi di amore che piano piano la porteranno a diventare umana e a vincere il male che è in lei, rompendo il suo triste destino. Questo perché nessuno di noi nasce condannato, tutti possiamo scegliere la via dell’amore lottando e salvandoci.”

La storia di Hania appartiene ad un genere letterario chiamato “fantasy”, cosa significa esattamente?

“Il genere fantasy fonde poema epico e fiaba, valori maschili come lealtà-coraggio-cavalleria e valori femminili come desiderio di amore-sofferenza infantile-emozioni. La narrazione fantastica si presta ad una lettura profonda perché il luogo in cui teniamo nascosti i nostri mostri. Quando qualcosa è troppo atroce per parlarne, lo ritroviamo celato nelle fiabe. I bambini possono comprendere la complessità del mondo attraverso le fiabe.”

È un genere letterario per ragazzi, ma appartiene anche al mondo adulto?

“Ogni epoca ed ogni popolo ha avuto la sua letteratura fantastica, l’horror e il fantasy appartengono al Novecento. Raccontano le atrocità del secolo dei totalitarismi, del genocidio, ne spiegano i mostri. Le fiabe contengono tracce di piaghe umane come la pedofilia, l’incesto, la violenza sulle donne e sui bambini, l’abbandono affettivo. Attraverso la narrazione sublimano ed esorcizzano”.

Del Novecento condanniamo i totalitarismi, ma quali sono i mostri della nostra epoca attuale?

“Il male di oggi si chiama terrorismo, in particolare quello islamico. Attenzione a volerlo capire, spiegare, razionalizzare: si rischia di favorirne la divulgazione. Finirà con l’essere accettato e gradualmente riceverà potere, com’è avvenuto nel secolo scorso con il comunismo sovietico e il nazismo tedesco.”

Quindi lei non ritiene che si debba provare a comprendere?

“No, il male è male. Esiste, non è superstizione: non va negato, giustificato, razionalizzato. Sappiamo che il genere umano può essere crudele, perciò servono leggi rigide. Giustificare, abbattere gli schemi della tradizione rischia di aprire un varco per l’accettazione del male.”

Con quali strumenti secondo lei ci si deve difendere nella vita reale?

“Amando e combattendo, come un eroe fantastico. Non esiste amore senza combattimento o battaglia senza amore. I miei eroi sono nati per amare, come nel caso di Yorsh in “L’ultimo elfo”, ed imparano a combattere. Oppure sono nati per combattere, odiare, disprezzare come nel caso di Hania e imparano ad amare.”

 

 

Quindi è qualcosa che si può imparare?

“Eccome. Si può imparare ad amare così come si deve imparare a combattere.”

C’è un autore in particolare che la ispira?

“Penso ovviamente a Tolkien , autore de Il signore degli anelli, ma anche a G.K. Chesterton (ndr scrittore inglese vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo) secondo cui amore e battaglia sono i principi su cui si fonda ogni romanzo. Lui dice che sempre ci sono una principessa, un drago e San Giorgio. La principessa è l’oggetto da amare e per il quale battersi, il drago la tiene in ostaggio, San Giorgio è colui che ama e combatte.”

Nel linguaggio comune non sempre si associa l’amore con la lotta, anzi, sembrano due concetti opposti …

“Vero, infatti Chesterton afferma che nel mondo moderno l’amore ha perso la sua connotazione di battaglia e viceversa. Ma è bene recuperare il significato perduto. Perché non è possibile amare qualcuno senza essere disposto a combattere e non è possibile combattere se non si ama.”

E perché la scrittura, perché fantasy?

“L’amore per la storia me lo ha trasmesso mio padre. Continuo a studiare la storia del Novecento, mi sto appassionando alla psicologia del genocidio. Quando ho colto la correlazione tra storia e libri di fantasia ho scritto due saggi in merito: “Il drago come realtà” e “la realtà dell’orco”. Sono testi in cui spiego che per capire la storia di un popolo bisogna leggere la sua letteratura fantastica.

I libri per bambini non contengono… un po’ troppi mostri?

“Per carità, non togliamo i mostri ai bambini. In una società in cui è peccato parlare della morte, portare il bambino al funerale del nonno, ammettere che la famiglia non è sempre un nucleo protetto, ma a volte un luogo in cui i bambini coltivano vuoti affettivi e violenze, le fiabe servono per esorcizzare le paure, le fiabe servono per insegnare la resilienza e il coraggio.”

In che senso esorcizzare le paure?

“Nelle fiabe le paure, i mostri, vengono raccontati e spiegati. I bambini non sono più soli, ma accompagnati dai loro eroi nella scoperta di un mondo che non è sempre facile. E imparano a gestire la rabbia verso i genitori, l’abbandono, la morte e certamente anche il senso dell’amore e della battaglia”.

Silvana De Mari