Halloween è nato cristiano, anzi cattolico.

Halloween è nato cristiano, anzi cattolico. È nato come festa cristiana: è semplicemente la contrazione delle parole inglesi All Hallows’ Eve, vigilia di Tutti i santi, vuol dire semplicemente la vigilia di Ognissanti, niente di più e niente di meno. Il capodanno celtico forse c’entrava ed è stato inglobato nella festa in quel crogiolo di culture che è stato il Medioevo, ma non ha inciso molto perché il Cristianesimo è stato talmente enorme e rivoluzionario che non ha usato nulla di strutturale di quello che lo precedeva. Halloween era una festa cristiana, se preferite cattolica, che faceva parte anche del mondo protestante perché risale a prima della tremenda frattura data dal protestantesimo, che ai Santi ha rinunciato, e quei poveretti non sanno cosa si sono persi. Halloween lo festeggiava, senza sguaiataggini e senza zucche, anche il cattolicissimo Tolkien autore de Il Signore degli Anelli fondatore del Fantasy, cattolico appassionato e devoto, forte nella fede come sempre lo sono i credenti di frontiera, coloro che devono andare controcorrente nel professare il loro credo.

Se cercate informazioni via internet oppure se andate a intervistare i vecchi signori, plurisettantenni per la precisione, dei piccoli villaggi dimenticati tra le montagne e il mare, scoprirete che Halloween, anzi Ognissanti, in Europa c’è stata da sempre, e fino a sessant’anni fa si festeggiava ancora.

Nelle campagne sia del meridione sia del settentrione, dell’Italia, della Svizzera e della Francia meridionale, come dell’Irlanda, la Scozia e la Norvegia hanno raccolto informazioni su una festa che si faceva a Ognissanti, nascondendo i lumini dentro le piccole zucche svuotate, così che la loro luce fosse attenuata. Era la festa delle ombre, delle luci nascoste che nasceva nel buio dell’autunno, mentre Natale è la festa delle candele, delle luci vive che si fa nell’inverno, quando sappiamo che la luce e l’estate nasceranno di nuovo. Ognissanti si celebrava in silenzio con piccole processioni notturne, nascoste tra le nebbie e le brume, Era la festa dove i vivi si rincontravano con i loro morti, li ricordavano, si illudevano che un colpo di vento nel buio fosse un alito o un saluto. In Sicilia come nel Messico, paese di colonizzazione mediterranea e cattolica sono i Morti, il giorno dei morti, cioè Ognissanti, che portano i doni ai bimbi. La Sicilia e il Messico sono cattolici, pienamente cattolici e i morti portano i dolcetti ai bambini, dolcetti che hanno la forma sinistra di ossa di morto, proprio per esorcizzare la paura e il dolore. I bambini ricevono dolci dai loro morti, il nonno, il bisnonno, ma anche tutti i morti, tutti coloro che ci hanno preceduto e hanno reso possibile il mondo in cui viviamo.

E i santi che si ricordano sono sia i Santi ufficiali, sia i santi in senso familiare, i morti, i nostri morti, i santi della famiglia, non solo San Francesco e Santa Caterina, ma zio Gaetano, nonna Carmela e nonno Luigi. E dato che si parlava di morti, insieme al ricordo commosso dei propri morti, c’era anche una forma di macabro umorismo, perché la morte fa paura e quando qualcosa ci terrorizza allora, ricorriamo al riso per esorcizzarlo. Già in vecchie rarissime foto dell’inizio del secolo ci sono ragazzini con la maschera da fantasmi, le stesse ossa di morto siciliane, biscotti glassati in forma di tibie, sono una forma di macabro umorismo.
E questo era il passato.

Negli ultimi venti anni l’Halloween protestante ha preso il sopravento. È una festa laica priva di Santi, dove, però si sono persi anche gli antenati, nonno Luigi e zia Carmela, e quindi è diventata sempre più una festa di morti nel senso di cadaveri. Da una strana festa molto laica in cui i bambini travestiti da mostri chiedono dolci ai vicini di casa, è diventata sempre più sguaiata e orrenda, insopportabile, cultura di morte. È uno dei numerosi tasselli, insieme alla cosiddetta arte postmoderna, a una grossa fetta di cinematografia e fumetti, di spinta verso il brutto, verso l’orrido. La perdita della bellezza è un segno gravissimo dell’anti umanesimo del postmoderno, del suo odio per l’uomo e per la vita. La bruttezza di questi mostri, di questi teschi, lo sforzo di truccarsi per sembrare ripugnanti è una negazione di umanità, uno scivolare verso il basso, fa sempre meno ridere. Negli ultimi anni Halloween si sta ammantando sempre di più di satanismo, sempre più spesso compaiono veri e propri simboli satanici, la maglietta con la croce rovesciata è acquistabile su Amazon a 19 euro, la collana con la croce rovesciata 25 euro, per le candele nere ne bastano 5. Il satanismo non è una burla, il satanismo non sono due sfessati ipertatuati e strafatti che sgozzano capretti in casolari abbandonati. C’è qualcosa di sempre più sinistro, di ogni anno più nauseante.

Teschi più o meno ghignanti riempiono tutte le vetrine, tutte, tutte le cartolerie, tutte le aule scolastiche.

Quindi che facciamo? Cosa diciamo ai nostri figli?

Gli diciamo che stiano in casa? Non è una brutta idea, le nostre strade di sera sono sempre più pericolose. Se proprio insistono che escano ma in grossi gruppi e che nessuno sia vestito da mostro o da morto, perché l’orrido è appunto mostruoso e mortale e non fa ridere. Possono anche uscire a chiedere i dolci, quello su cui non si transige sono i costumi. Niente mostri, niente orrido. La cultura del bello è qualcosa cui non si abdica mai. Vestiamo i figli come i Santi e come i Morti, non nel senso di travestirli da cadavere: prima o poi tutti moriremo non c’è bisogno di anticipare. Tra i Santi consiglio San Michele Arcangelo, armato di spada, San Giorgio, armato di lancia, e San Giuseppe che ha un’ascia (mite, ma non disarmato: I due Misteri più preziosi sono stati affidati non a un fornaio o a un sarto, ma a un uomo che aveva un’ascia). Ovviamente ha un’ascia. Usiamo come travestimento gli abiti degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto, che hanno creato questa civiltà straordinaria, che stiamo buttando via, annegata negli spinelli, nei preservativi e nelle maschere da morto di Halloween, consegnata gratuitamente come qualcosa di senza valore a chiunque voglia calpestarla. Vestiamoli come i contadini medioevali, che hanno dissodato un continente di selve e di rovi per lasciarci in eredità frutteti e campi di grano, vestiamoli come i capomastri semianalfabeti che hanno eretto cattedrali di una bellezza sublime che sfidano i secoli, come le donne nerovestite che disastro dopo disastro hanno pregato nelle cattedrali durante le guerre e le carestie, per la peste del 1300, le città bombardate. Vestiamoli con il camice bianco degli uomini e le donne che hanno sconfitto il vaiolo e la peste, con le tute da astronauti degli uomini e delle donne che hanno sfidato il cielo, con la divisa dei pompieri che tirano fuori i bambini vivi da sotto le macerie. Vestiamoli da guerrieri, perché i popoli che non sanno combattere, che credono che la libertà sia gratis, si candidano a essere popoli di morti o popoli di schiavi: vestiamoli da guerrieri, e sugli scudi niente insulse porcate come metalupi e draghi a tre teste. Mettiamoci roba seria: lo stemma della Serenissima, per esempio. Vestiamoli da guerrieri delle guerre che abbiamo combattuto, vestiamoli come gli uomini che hanno vinto a Lepanto, che sia il leone il loro angelo alato, il cuore a San Marco, il vento alle vele il fuoco alle micce dei cannoni. A Lepanto i nostri morti hanno combattuto ed è per questo che siamo liberi e possiamo festeggiare Ognissanti. Oppure ricordiamo la Battaglia di Vienna, 11 settembre 1683, quando il re di Polonia ha spaccato l’assedio. Possono travestirsi come il Beato Marco D’Aviano (tonaca da francescano, non è difficile, e poi una tazza di cappuccino in mano) che per primo entrò in Vienna: gli offrirono il caffè che avevano imparato a fare dai turchi. Lui lo trovò orrendo e aggiunse latte fino a che ebbe lo stesso colore della propria tonaca da cappuccino. Il cappuccino è nato quel giorno. Possiamo vestirli come il fornaio di Vienna che durante l’assedio si accorse in tempo, sentendoli lavorare di notte, che i turchi stavano scavando una galleria per mettere la polvere da sparo, farla esplodere e fare una breccia nelle mura. Quel fornaio ebbe l’esclusiva della pasta sfoglia, che lui fece un dolcino a forma di croissant, in francese crescente, luna crescente, la bandiera turca: non mi hai sconfitto, non mi hai invaso, la tua bandiera me la mangio a colazione. Anche lui non è difficile: grembiule bianco da fornaio e un croissant in mano.

Gli diciamo che il giorno dopo si va alla Messa il giorno di Ognissanti: è una Messa bellissima, dove si legge anche un brano dell’Apocalisse che vale la pena di conoscere. I nostri figli portiamoli a Messa anche se siamo laici o molto atei, perché non si tira su una generazione senza dare un’identità. La nostra identità è la nostra storia. Siete atei? Restate nipoti di bisnonne che aspettavano i mariti dispersi in guerra o la guarigione del figlio con la polmonite dicendo il Rosario. Nessun popolo può vivere staccato dalla propria storia.