Gender for Kids

Stanno comparendo miriadi di libri su bambini diversi e famiglie diverse. La mia spassionata impressione è che si tratti di un delirante appiattimento su un pensiero non solo unico ma psicotico, che nega la realtà biologica dell’esistenza di due sessi maschio e femmina, XX e XY. Stanno comparendo miriadi di libri che mentono. Non è la prima volta che la letteratura per ragazzi mente: durante il fascismo ha detto che meritavamo di asservire mondo, nella Russia di Stalin esaltava il bambino eroe che denunciava i genitori controrivoluzionari. Oggi esistono libri che mentono: che affermano che esistono bambini e bambine che hanno da due mamme o due padri e dato che due ovuli non fanno un pargolo e due spermatozoi ancora meno, questa menzogna porta la negazione della realtà, cioè al pensiero psicotico. A questi bambini non è nemmeno concesso il dolore per i padre perso, per la madre mai conosciuta. In questi bambini si crea una realtà falsa.
Particolarmente tragica è la realtà del bambino orfano di madre, cioè che ha due padri secondo la menzogna condivisa, che sarebbero io tizio proprietario dello spermatozoo che ha generato il bambino e il signore con cui il tizio convive. Da queste non coppie genitoriale il bambino non può apprendere la sessualità che genera la vita, non può comprenderne la sacralità ed essendo i tizi due, uno dei quali occupa lo spazio che dovrebbe essere occupato da quello che non è più il genitore mancante, ma diventa il genitore negato, impedisce l’elaborazione del lutto della perdita, che invece ha un orfano. Le voci autobiografiche delle cavie di questa specie di esperimento sono raccolti in libri dolenti che terminano tutti con la stessa domanda: io chi sono?
Quindi adesso cominciamo letteratura per bambini speciali, cominciamo letteratura per bambini veramente diversi. Anzi la continuiamo, perché questa letteratura è già cominciata. Uno dei libri più straordinari che abbiamo letto è quello di Emanuela Nava, Il gatto che aveva perso la coda.
Dal sito l’altrariva
“C’era una volta un gatto. Un piccolo gatto tigrato che aveva perso la coda. “Senza coda non posso miagolare al chiaro di luna. Non posso arrabbiarmi e neppure innamorarmi” disse. “Andrò al negozio dove vendono code nuove”… Inizia così “Il gatto che aveva perso la coda”, un delizioso libricino edito da Carthusia, nato da un’idea di due tecnici di radioterapia pediatrica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, Gabriele Carabelli e Sara Frasca… che si sono detti: perché non aiutare i bambini in cura, raccontando loro il percorso della terapia con una fiaba? A scriverla ci ha pensato Emanuela Nava, che ha saputo tradurre nel linguaggio delle fiabe, il suggerimento di Carabelli e Frasca. Andando, ovviamente, innanzitutto a vedere i bambini, quei piccoli ammalati di tumore al cervello che, racconta, e ancora la voce emoziona, serissimi si avviano nella stanzetta della terapia, indossano una sorta di maschera-casco, che e’ stato fatto per ciascuno su misura, lo infilano sulla testa e si stendono sul lettino dove verranno “irradiati”… Forse nessuno sa che quel caso, ha due bulloni con i quali la testa del bambino viene fissata, immobile sul lettino… Attraverso un interfono, spiega Nava, le mamme parlano ai loro bambini, ma alcuni hanno tanta paura, alcuni, specie le prime volte, devono essere sedati… Ecco, sembra che questa fiaba abbia aiutato alcuni bambini a non aver paura e non e’ stato necessario sedarli…”
Quindi cominciamo a scrivere storie di bambini diversi e famiglie diverse. Non ci inventiamo che il sesso sia una scelta, ma ricordiamoci che la malattia non lo è. Impariamo a scrivere storie sulle famiglie diverse, le famiglie dove papà ha il cancro, dove mamma ha la leucemia. Impariamo a scrivere storie sui bambini che devono andare in ospedale, entrare nella caverna per combattere il drago, oppure in una navicella spaziale, dove una speciale magia li farà addormentare.
Impariamo a scrivere storie dove si osi parlare del dolore. Piantiamola di scrivere fesserie. Abbiamo l’altissimo di essere coloro che raccontano storie bambini. Meritiamocelo.